L'inerzia di Big Tobacco e l' antiproibizionismo
Jena Plissken
Articolo Pubblicato: 08/12/2011
La mission di un'azienda che produce sigarette è ovviamente quella di offrire prodotti che riscuotono il gradimento del pubblico e la cui commercializzazione permette di massimizzare gli utili per i propri azionisti. Le battaglie culturali di stampo antiproibizionista riguardano invece la società civile e rientrano fisiologicamente nella dialettica fra prerogative dello Stato e libertà individuali. In condizioni normali, quindi, nulla ci sarebbe da eccepire nella condotta sostanzialmente passiva delle multinazionali del tabacco: cercare soluzioni compromissorie con le autorità politiche e adire, solo in casi estremi, ai tribunali per difendere il proprio business sembra infatti una strategia imperniata al realismo e al buon senso.
Tutto bene così, allora? I fatti sembrano dimostrare esattamente il contrario. Negli ultimi decenni, pressoché dappertutto, contro il tabacco si è sviluppato un influentissimo movimento, cripto-probizionista nella prassi quotidiana e dichiaratamente proibizionista nei fini ultimi. Segnatamente, lo scopo dei gruppi antifumo non è la cosiddetta limitazione del danno – forse lo era agli esordi – ma l'implementazione di un mondo smoke-free. Il tabacco, da semplice vizio poco salutare, è divenuto progressivamente un'epidemia da sradicare con ogni mezzo, psicologico o di Legge, per il bene degli stessi malati e della Società. Questa potentissima lobby, però, non si è prepotentemente affermata per l'impegno e la munificenza dei cittadini che ne sostengono la causa ma – come Forces ha puntualmente documentato – per la notevole capacità di attrarre fondi pressoché illimitati principalmente da due soggetti: gli Stati e le multinazionali farmaceutiche.Se ai gruppi antifumo venissero meno tali finanziamenti, la loro sorte sarebbe segnata. Con tutta evidenza, il fund-raising dal basso, ad esempio tramite forme di tesseramento degli attivisti, non consentirebbe in alcun modo di mantenere in piedi apparati a dir poco elefantiaci e che non si basano certamente sul volontariato, ma si avvalgono per contro di elevate professionalità adeguatamente retribuite.
Veniamo all'altra parte della barricata, cioè alle organizzazioni che si battono per le libertà individuali e il diritto dei cittadini di scegliere il proprio stile di vita senza paternalistiche interferenze da parte dello Stato. Forces International è chiaramente una di queste. Stante la consolidata prassi non interventista di Big Tobacco esse sopravvivono, spesso a stento e con budget in certi casi prossimi allo zero, quasi esclusivamente grazie alle donazioni di persone fisiche e al lavoro volontario. Prossima allo zero è conseguentemente anche la loro effettiva visibilità e capacità di incidere concretamente sui processi decisionali nei singoli Paesi.
Lo scontro fra antiproibizionisti e antifumo è perciò talmente impari che chiamare in causa la biblica sfida fra Davide e Golia è un eufemismo bello e buono. I primi hanno – queste sono le proporzioni – bilanci annuali stimabili complessivamente, nella migliore delle ipotesi, in qualche centinaia di migliaia di dollari, i secondi in svariate decine di MILIARDI di dollari. È un po' come se San Marino dovesse difendersi da una massiccia e organizzata invasione statunitense. Senza neppure la simpatia generale che gli outsider di solito riescono ad accattivarsi, perché, grazie ad un'efficace e pervasiva propaganda dei salutisti, i libertari sono generalmente – e paradossalmente – percepiti dall'opinione pubblica come una ricca (!) propaggine dell'evil empire delle multinazionali del tabacco.
Quindi, se Big Tobacco non si sveglierà presto investendo ingenti capitali, difficilmente il suo legittimo business potrà sopravvivere ancora a lungo. Quello degli antifumo è ormai da tempo un ossessivo ed efficacissimo monologo che non trova obiezioni di sorta, mentre gli Stati collaborano zelantemente implementando accise sempre più alte sui tabacchi, regolamentazioni sempre più stringenti e vessatorie alla commercializzazione dei prodotti, divieti di fumo sempre più estesi, e, statene certi, lo faranno fino alle estreme conseguenze. La bella campagna mediatica di Imperial Tobacco contro il nanny state australiano sembra andare finalmente nella direzione giusta, anche se l'iniziativa si è rivelata purtroppo, nello specifico, insufficiente e decisamente tardiva.
Sia ben chiaro, il nostro impegno non è in discussione, perché noi non lottiamo per difendere i pur legittimi interessi delle aziende del settore tabacchifero, ma per riaffermare sic et sempliciter la sovranità di ciascun individuo sul proprio corpo contro la crescente ingerenza di gruppi antifumo ipertrofici o di maggioranze parlamentari imbevute di greve paternalismo e political correctness. Tuttavia, onestamente, bisogna pur evidenziare che se Big Tobacco continuerà a indulgere passivamente nell'attuale cupio dissolvi, contribuendo così di fatto in maniera decisiva al consolidarsi dello strapotere dei proibizionisti, ogni nostro sforzo potrebbe purtroppo essere vano. E allora non ci sarebbe molto da festeggiare neanche per Philip Morris, non solo per gli antiproibizionisti.






