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News



Il nanny-state e i media


Jena Plissken
29 Aprile 2012


Le guerre di oggi si vincono prima nei media, poi sul campo. Gli strateghi pensano a come conquistare il supporto del proprio pubblico e a come scompaginare cuori e menti del nemico, sapendo che di qui parte ogni percorso di vittoria. Esordisce così Lucio Caracciolo, direttore di Limes, in un articolo pubblicato oggi su La Repubblica che segue di pochi giorni l'uscita in edicola del nuovo numero monografico della prestigiosa rivista italiana di geopolitica, significativamente intitolato “media come armi”.


Caracciolo si riferisce alle strategie di Barak Obama per il Medio Oriente in vista del progressivo disimpegno statunitense dal teatro afgano. Il giornalista chiosa inoltre: “In questo gioco di specchi fra poteri politico, militare e mediatico, il rischio è che i decisori finiscano per credere alla loro stessa propaganda. Tanto più suasiva in quanto indiretta, riprodotta da media prestigiosi come il New York Times o la Cnn, e non rozza espressione delle burocrazie statali, come nei regimi autoritari”.

Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità sta ormai da anni combattendo una guerra su scala globale per imporre il nanny-state, lo stato-balia, come paradigma unico per le politiche di salute pubblica, dal Giappone agli Stati Uniti. L'obiettivo da perseguire sul campo è la generale armonizzazione delle legislazioni nazionali in chiave proibizionista, o perlomeno fortemente regolatoria, in materia di commercializzazione e consumo di sostanze tradizionalmente legali quali tabacco ed alcool, nonché la massiva interferenza statale sulle scelte alimentari dei cittadini-consumatori. Di quest'ultima tendenza sono un esempio le cosiddette
fat-tax, già adottate da molti paesi e miranti a disincentivare il consumo di cibi grassi o comunque ritenuti “non salutari” e bevande zuccherate.

Una volta conclusa con successo, questa campagna avrà radicalmente modificato, in senso autoritario, il rapporto fra stato e cittadini che aveva contraddistinto, salvo rare e funeste eccezioni, i regimi liberal-democratici nel corso del XIX e XX secolo. Il definitivo tramonto del binomio libertà e responsabilità in favore di un paternalismo tecnocratico in cui anche le scelte più intimamente legate al personale e al quotidiano vengono sottratte al singolo, ritenuto ontologicamente irrazionale, per essere delegate a una mente collettiva capace di orientare la società nel suo complesso verso un presunto bene comune. Evidentemente, si tratta di un'autentica rivoluzione copernicana impossibile da implementare senza orientare i media verso una narrazione totalmente funzionale e subordinata ad essa.

Un poderoso soft-power già da tempo messo in campo ventiquattro ore su ventiquattro per trecentossessantacinque giorni all'anno in grado di alterare nell'opinione pubblica la percezione della realtà e a creare un non scontato consenso plebiscitario intorno a una poltica, quella del nanny-state, che vuole sic et sempliciter essere considerata l'unica possibile e non un'opzione fra le altre, portatrice di vantaggi come di profonde criticità. Tornando a citare Caracciolo,
questo tipo di  propaganda è, appunto, sommamente efficace in quanto indiretta e diffusa per lo più da media prestigiosi e considerati indipendenti anziché dalle burocrazie statali. E porta alla situazione paradossale per cui i decisori finiscono per credere alla loro stessa propaganda. Il classico cane che si morde la coda.

È in quest'ottica che debbono essere inquadrate le gravi difficoltà riscontrate quotidianamente dalle organizzazioni anti-proibizioniste a veicolare un messaggio radicalmente contrario a quello ripetuto ossessivamente da giornali e televisioni. Senza contare che è molto semplice, per un esperto in comunicazione, indurre nevrosi collettive innescando meccanismi puramente emozionali; è invece assai complesso ricondurre alla ragione una massa fanatizzata cui è già stato indicato un capro espiatorio da sacrificare per esorcizzare le proprie paure. Ancora più complesso, evidentemente, è riuscirci
non disponendo di fondi, o non disponendone in misura adeguata.






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