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Il nanny-state e i media
Jena Plissken
29 Aprile 2012
Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità sta ormai da anni combattendo una guerra su scala globale per imporre il nanny-state, lo stato-balia, come paradigma unico per le politiche di salute pubblica, dal Giappone agli Stati Uniti. L'obiettivo da perseguire sul campo è la generale armonizzazione delle legislazioni nazionali in chiave proibizionista, o perlomeno fortemente regolatoria, in materia di commercializzazione e consumo di sostanze tradizionalmente legali quali tabacco ed alcool, nonché la massiva interferenza statale sulle scelte alimentari dei cittadini-consumatori. Di quest'ultima tendenza sono un esempio le cosiddette fat-tax, già adottate da molti paesi e miranti a disincentivare il consumo di cibi grassi o comunque ritenuti “non salutari” e bevande zuccherate.
Una volta conclusa con successo, questa campagna avrà radicalmente modificato, in senso autoritario, il rapporto fra stato e cittadini che aveva contraddistinto, salvo rare e funeste eccezioni, i regimi liberal-democratici nel corso del XIX e XX secolo. Il definitivo tramonto del binomio libertà e responsabilità in favore di un paternalismo tecnocratico in cui anche le scelte più intimamente legate al personale e al quotidiano vengono sottratte al singolo, ritenuto ontologicamente irrazionale, per essere delegate a una mente collettiva capace di orientare la società nel suo complesso verso un presunto bene comune. Evidentemente, si tratta di un'autentica rivoluzione copernicana impossibile da implementare senza orientare i media verso una narrazione totalmente funzionale e subordinata ad essa.
Un poderoso soft-power già da tempo messo in campo ventiquattro ore su ventiquattro per trecentossessantacinque giorni all'anno in grado di alterare nell'opinione pubblica la percezione della realtà e a creare un non scontato consenso plebiscitario intorno a una poltica, quella del nanny-state, che vuole sic et sempliciter essere considerata l'unica possibile e non un'opzione fra le altre, portatrice di vantaggi come di profonde criticità. Tornando a citare Caracciolo, questo tipo di propaganda è, appunto, sommamente efficace in quanto indiretta e diffusa per lo più da media prestigiosi e considerati indipendenti anziché dalle burocrazie statali. E porta alla situazione paradossale per cui i decisori finiscono per credere alla loro stessa propaganda. Il classico cane che si morde la coda.
È in quest'ottica che debbono essere inquadrate le gravi difficoltà riscontrate quotidianamente dalle organizzazioni anti-proibizioniste a veicolare un messaggio radicalmente contrario a quello ripetuto ossessivamente da giornali e televisioni. Senza contare che è molto semplice, per un esperto in comunicazione, indurre nevrosi collettive innescando meccanismi puramente emozionali; è invece assai complesso ricondurre alla ragione una massa fanatizzata cui è già stato indicato un capro espiatorio da sacrificare per esorcizzare le proprie paure. Ancora più complesso, evidentemente, è riuscirci non disponendo di fondi, o non disponendone in misura adeguata.


