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News



Class Action contro Nutella


Jena Plissken
30 Aprile 2012


Per la signora Athena Hohenberg, gli spot televisivi statunitensi della celeberrima crema spalmabile Nutella erano inaccettabili poiché (udite, udite!) dipingevano il prodotto come "un esempio di colazione equilibrata, gustosa e sana". Secondo la novella Giovanna d'Arco del salutismo a stelle e strisce, invece, "la Nutella non è né sana, né nutriente, ed è simile a tanti altri dolci e contiene livelli pericolosi di grassi saturi". Mettendo quindi in pratica l'ormai consueta (e alla lunga pericolosa) prassi della guerra legale tutti contro tutti, ha subito dato avvio a una class action a cui si sono presto accodati numerosi altri soggetti, speranzosi di mettere in cascina qualche dollaro da estorcere al colosso dolciario italiano.


Se si fosse effettivamente giunti a una condanna, si stima che Ferrero avrebbe dovuto sborsare una multa di ben quattro dollari per ogni confezione venduta dal 2008 al 2012, per un totale di oltre tre milioni di dollari. Stante il clima di caccia alle streghe che i fondamentalisti della salute sono efficacemente riusciti a diffondere in tutti gli Stati Uniti, l'industria ha preferito non rischiare, raggiungendo un accordo extragiudiziale con i promotori della causa. L'entità del risarcimento pattuito non è stata peraltro ancora ufficialmente resa nota. Ferrero si è anche impegnata a "modificare alcuni spot pubblicitari sulla Nutella" e a rendere più esplicita la tabella nutrizionale sulla confezione. Quasi una resa incondizionata, a ben vedere.
 
Insomma, come nel celebre film di Steven Soderbergh “Erin Brockovich”, peraltro anch'esso tratto da una vicenda realmente accaduta, la mamma-coraggio ha combattuto e sconfitto l'industria per tutelare i bambini d'America dalla protervia degli insensibili capitalisti, disposti a creare infinite schiere di obesi – e potenziali malati – pur di rimpinguare le proprie casse già straripanti di dollari sonanti. O meglio, questo è il taglio che – più o meno velatamente – la stampa ha voluto dare alla notizia.

Nessuno sembra invece chiedersi se, realisticamente, l'azienda di Alba (Cuneo) possa permettersi di presentare un prodotto per lo più destinato all'infanzia come potenzialmente nocivo per la salute senza chiudere bottega al massimo entro qualche anno. Oltretutto, diffondendo in questo modo né più e né meno che una falsa rappresentazione della realtà. Il perché è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno: in Italia, generazioni di bambini hanno consumato Nutella senza diventare obesi e senza rovinarsi la salute. L'unico punto fermo è evitare gli eccessi, tutto qui.

In passato, mamme presumibilmente meno scolarizzate e meno informate di quanto non sia Athena Hohenberg, hanno sempre avuto la capacità, direi quasi istintiva, di distinguere la rèclame di Carosello dai consigli del medico. Per questo, autonomamente, hanno saputo dare un'alimentazione equilibrata ai propri figli, senza pretendere in alcun modo che fossero i pubblicitari - o il Leviatano statale - ad assumersi impropriamente quest'onere. Anzi, da donne libere e sicure delle proprie capacità educative, avrebbero certo guardato di traverso eccessive intromissioni nel rapporto coi loro piccoli.
 
Oggi, il modello del nanny-state, lo stato-balia, che tanto trasversale successo riscuote presso l'establishment politico e sanitario mondiale, ma anche presso un'opinione pubblica opportunamente orientata dai media, pretende di imporre tutt'altre pratiche, e queste class action non fanno che imprimere un'ulteriore accelerazione al processo in atto. Presunte mamme-coraggio (e avvoltoi da tribunale) rischiano quindi concretamente di essere i becchini delle nostre residue libertà individuali. Basta esserne consapevoli.




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