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Il fine non sempre giustifica la tassa


Alberto Mingardi
15 Maggio 2012


Più che una scelta salutista, quella del ministro Balduzzi di tassare il «junk food», sembra un modo per prendere quattrini laddove ci sono.



Caro direttore,

in tema di tasse, serve un fine per giustificare i mezzi? Il ministro della Salute Balduzzi sta coltivando un'ipotesi di tassazione del «junk food». Il ministro sostiene che la sua priorità è quella di lanciare un messaggio «culturale»: prima la salute, poi la cassa. Ma è attraverso le tasse che si danno «messaggi culturali»?

È lecito avere qualche dubbio sia sull'appropriatezza del mezzo, sia sulla natura del messaggio, dal momento che non c'è accordo su che cosa sia «junk food» e cosa no: ambiguità utilissima per ricalibrare, come è accaduto anche negli scorsi mesi, i contorni della nuova imposta.


Di fatto, la proposta avanzata da Balduzzi si limita a un aggravio su superalcolici (5 centesimi) e bevande gassate (3 centesimi). Gli uni e le altre hanno un alto contenuto calorico. Implicitamente, si suggerisce che la tassa sul «junk food» avrebbe l'effetto di riparare al danno arrecato alle casse pubbliche dall'obesità, fattore di rischio per tutta una serie di malattie. In realtà, sarebbe meglio se per questo nuovo balzello si usasse la più antica e più onesta delle giustificazioni possibili per qualsiasi nuova tassa. Ammettere, cioè, che il sovrano va semplicemente a prendere quattrini laddove ci sono.

Assumiamo che l'obiettivo sia quello di educare a un consumo più consapevole e più moderato. Anche per quanti dubitano che già oggi le mamme italiane siano impegnate su questo fronte, sarebbe più sensato e meno controverso immaginare campagne di comunicazione mirate - che, fra l'altro, probabilmente troverebbero senza problema supporto nella nostra industria del food and beverage, giustamente orgogliosa della qualità che sa offrire.

Mai come in questo caso, invece, tassare equivale a regolamentare: aumentare artificialmente il costo di certi cibi e bevande serve a disincentivarne il consumo.
Chi si propone di farlo, pensa che lo Stato sia legittimato a decidere cosa noi tutti possiamo mangiare e bere. Perché dovrebbe? Il ragionamento presuppone che sia possibile stimare la quota di spesa sanitaria legata al trattamento di patologie riconducibili, in un modo o nell'altro, all'obesità. E' così? L'obesità può essere un fattore di rischio, ma raramente è l'unico.

Immaginiamo che la sanità fosse un servizio fornito tramite copertura assicurativa. In quel caso, la determinazione del premio da parte delle compagnie assicuratrici sarebbe in qualche misura legato agli stili di vita. Le persone che fanno una vita più sana e meno sedentaria pagherebbero probabilmente di meno - e così, a dire il vero, anche coloro che hanno una storia familiare che lascia presagire siano meno inclini a sviluppare determinate patologie di altri. Parimenti, chi vive in montagna avrebbe un premio diverso da chi vive in città: perché diversi sono i rischi sanitari che l'uno e l'altro possono più probabilmente sviluppare, e diverso quindi il costo previsto del trattamento dell'uno e dell'altro.

Il nostro è però un sistema sanitario finanziato attraverso la fiscalità generale. È un sistema «a taglia unica»: mira consapevolmente ad evitare qualsiasi discriminazione. Il suo carattere «egualitario» consiste precisamente in questo. Perché fare eccezioni, per i bevitori di Coca-Cola? Non sappiamo, né possiamo sapere, quanta parte della spesa sanitaria pro capite sia riconducibile al consumo di bibite gassate. Un sistema sanitario nazionale pubblico e non assicurativo non ha gli strumenti, finché il cittadino non diventa paziente, per andare a verificare il complesso dei suoi stili di vita. Un tributo sui «junk food», allora, non è il costo di nessun biglietto.
L'impressione è che ci sia semplicemente resi conto che certi prodotti, essendo facili da tassare, possano essere tassati. Se non proprio l'oro, almeno le calorie alla patria.

E una strada rischiosa, perché non si sa dove va a finire. E' improbabile che un'imposta sul «junk food» si limiti solo al whisky e alle bibite gassate non «light». L'esito logico sarebbe andare a definire un «di più» di calorie rispetto al lecitamente consumabile: una sorta di «tassazione progressiva» del cibo, più mangi e più paghi.

E un'idea di buon senso? Dal momento che qualsiasi tassazione in funzione degli ingredienti implica una buona conoscenza degli stessi, sarebbe relativamente facile applicare questa logica al cibo confezionato, assai meno a quello preparato a casa, in panetteria o al ristorante. Che è poi l'esito di ogni proibizionismo: spingere alla produzione di alcolici in garage, come nell'America degli Anni Venti.

Da La Stampa, 15 maggio 2012




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