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News



Le pte



10 Settembre 2012


È un procedere che pare inarrestabile quello dello «Stato salutista», ossia di quel particolare potere che trae la propria legittimazione dal fatto di prendersi cura di noi.

In Italia come ovunque, anno dopo anno cresce il numero delle leggi volte a limitare il consumo di grassi e zuccheri, e anche l'assunzione di nicotina e altre sostanze potenzialmente dannose alla salute. Non di rado si tratta solo di pretesti per aumentare le entrate fiscali, ma in varie circostanze è chiaro come la legislazione punti davvero a «fare il nostro bene» e a definire quale debba essere lo stile di vita da adottare.



L'ultima notizia viene dall'Australia, dove è in discussione l'ipotesi di vietare il fumo a quanti sono nati dopo l'anno 2000. Anche quando saranno adulti, gli attuali dodicenni australiani non potranno scegliere in piena autonomia se fumare una sigaretta oppure no, se godere del piacere della pipa o farne a meno.

Sullo sfondo c'è qualcosa di epocale, che ha strettamente a che fare con la natura dei nostri sistemi politici. Se in passato la loro ambizione era ristretta ed essi puntavano esclusivamente a garantire protezione e ottenere obbedienza, oggi si stanno facendo sempre più buoni e umanitari, e per questo sempre più pervasivi e illiberali. L'antico sovrano era assai simile a un predatore stanziale, che aveva sostituito la razzia occasionale con uno sfruttamento più sistematico, ma la gente comune sapeva che era un'istituzione che andava in qualche modo contrastata.

Il nuovo ordine politico, invece, non soltanto si regge sull'identificazione tra sovranità e popolo (questa è l'essenza delle democrazie moderne), ma ha per giunta molti tratti filantropici. Nella retorica dominante, i governanti vogliono dunque il nostro bene e sono disposti a fare qualunque cosa per noi. Le moderne democrazie dapprima pongono nel popolo l'origine di ogni potere, ma poi l'utilizzano per comprimere sempre più l'autonomia dei singoli. Ci viene insomma chiesto di usare la nostra libertà per privarcene.

Quello che ne deriva è un mutamento drammatico del diritto, che in passato era concepito quale strumento volto a tutelare le persone e favorire i rapporti sociali (evitando aggressioni e truffe), mentre ora si propone sempre più di proteggerci dai nostri vizi. Un tempo a essere vietati non erano i comportamenti «sbagliati», ma solo quelli «lesivi» dei diritti altrui. Se in età medievale molti scolastici conoscevano la differenza tra peccato e crimine, il nuovo moralismo puritano vuole invece costruire un ordine legale che non sia un semplice sistema di regole, ma un progetto ben definito che predefinisca i comportamenti e ci obblighi a essere migliori.

Un ruolo cruciale è giocato dalla statizzazione della sanità. L'argomento principe che viene usato dai fautori di ogni proibizione è che, poiché i costi delle cure mediche gravano su tutti, la politica avrebbe la facoltà di dettare legge anche sugli stili di vita. Se fumare può far aumentare gli oneri sanitari, lo Stato ha il diritto di mettere al bando le sigarette per quanti sono nati dopo l'anno 2000.

C'è una logica. Abbiamo rifiutato ogni ipotesi di sanità concorrenziale e privata (basata su mutue e su meccanismi di welfare volontario) e in questo modo abbiamo aperto la porta a un totalitarismo soft che, nella terra dei canguri, si appresta a dare la caccia - tra pochi anni - a quanti fumano una sigaretta. Quella che un po' alla volta viene meno, però, è la libertà individuale, che per essere davvero tale deve anche includere il vizio (e il piacere) del tabagismo.





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