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EDITORIALE
10 Marzo -
La sentenza contro l'ETI: un'altra conferma di una strategia errata -
Non c'è certo bisogno di descrivere ai nostri lettori quello che è stato oggi su
tutti i giornali, ovvero la sentenza contro l'ETI. Naturalmente, gli antifumo
cantano vittoria mentre i media fanno da cassa di risonanza per ribadire che "il
fumo uccide". C'è chi chiama questa triste sentenza "rivoluzionaria" e chi
giustamente si preoccupa che l'Italia non faccia la fine degli USA (dove per
altro sta diventando sempre più difficile fare una causa collettiva e vincerla,
per fortuna, ma qui "siamo indietro...").
Chi sarà il prossimo? La fantasia è il limite: alcol, caffè, il cibo... Chi
li produce diventa responsabile per chi li consuma - la vendetta ultima del socialismo?
Nella bufera di menzogne e di isterismo di oggi bisogna fare chiarezza e
vedere le cose da un angolo razionale. E' forse per quello che siete qui. E' interessante come il
Corriere della Sera, a pagina 10, si immagini che il famoso epidemiologo Richard Doll correrebbe a
stringere la mano senza esitazione a chi di dovere. In realtà Doll non ha mai
provato un nesso scientifico tra fumo e cancro, ma solo uno statistico. Inoltre è interessante che
lo stesso Doll, intervistato sul cancro, abbia pronunciato queste parole:
"Le osservazioni epidemiologiche hanno seri
svantaggi. Raramente esse possono essere fatte secondo le strette esigenza della
scienza sperimentale, e quindi possono essere aperte ad una varietà di
interpretazioni. Un particolare fattore può essere associato con qualche
malattia semplicemente per via della sua associazione con un altro fattore che a
sua volta causa la malattia, o l’associazione può essere un artefatto dovuto a
qualche sistematica tendenza nella raccolta delle informazioni…" "ma finché
non sapremo esattamente cosa causa il cancro e come certi fattori sono
in grado di modificare gli effetti di altri, resterà il bisogno di osservare con
immaginazione ciò che succede nelle varie e diverse categorie di
persone…" (Doll R, Peto R, The causes of cancer, JNCI
66:1192-1312, 1981. p. 1281).
Interessante anche che Doll abbia sempre condannato la truffa del fumo passivo -
ma naturalmente, per carità quello non si deve dire, se no la gente fuma! La
situazione fumo-cancro non è affatto cambiata dal 1981 ad oggi. Ancora, non
si è potuto provare che il fumo provoca il cancro, e questo è invece il
postulato alla base della grande truffa. Proprio perché non si può
dimostrare, infatti, gli antifumo pongono il postulato come fosse la più
assoluta e scontata verità universale, ancora più solida delle leggi di Newton.
Ma - è sempre e comunque importante
ricordarlo - nessuno può
provare una sola morte da fumo; ed è proprio per questa ragione che
vogliono che diventi un credo universale! La sentenza
quindi diventa importante non per la somma di "compenso" (che, nella scala delle
cose, è veramente piccola) ma per una ragione sinistra e preoccupante: anche in
Italia le corti hanno deciso di prendere le scorciatoie espedienti senza
riferirsi più alla scienza come base per le loro decisioni e sottostando invece
a superstizioni, credi, opinioni indimostrabili e - soprattutto - a pressioni
politiche di lobby farma-salutiste che, creando precedenti del
genere, vedono la possibilità di enorme potenza politica ed economica basandosi
su imbrogli epidemiologici. L'errore
storico più mastodontico però fu commesso dall'industria del
tabacco. E' un errore che continua ancora oggi. Cedendo a tutta una serie di situazioni intelligentemente create
dagli antifumo, non si persegue la truffa epidemiologica con il necessario
vigore. Le ragioni sono molte, nel presente e nel passato:
- Compiacenza assoluta della sua potenza
economico-politica.
- Mancanza di vedute che chiaramente indicavano
un futuro sinistro per l'industria.
- Incompetenza scientifica.
- Timore di sfidare pubblicamente le autorità
che spingevano il credo-truffa antifumo anche perché ampiamente contaminate
dalle lobby farmaceutiche. Mai l'industria ha sfidato pubblicamente gli
antifumo a dimostrare scientificamente una sola morte a causa del suo
prodotto.
- Mancanza di creazione di mezzi di informazione
autonomi che potessero bilanciare la diffusione della disinformazione
epidemiologica nell'opinione pubblica.
- Asservimento/arruffianamento ai poteri di
Stato già inquinati dall'industria farmaceutica, con ampia tendenza ad usare
lobby di corridoio per ottenere risultati sottobanco invece di denunciare la
frode ufficialmente esponendo se stessa e gli antifumo all'unico tribunale
che veramente conta: quello dell'opinione pubblica.
- Mancanza di aggressività legale. Le
multinazionali non iniziarono mai azioni legali dirette contro ministeri,
media, ed altre entità sulla base di calunnia, falso ideologico e così via,
nonostante che tali enti le dipingessero come assassini e disseminassero
volumi di informazione falsa e tendenziosa.
- Totale inettitudine nell'organizzare l'enorme
clientela come forza di consumatori, politica e d'opinione.
- Più la situazione peggiorava, più le
multinazionali prendevano una postura difensiva, circospetta e silente, confermando le
affermazioni dei loro nemici. Addirittura, la Philip Morris si è messa dalla
parte degli antifumo, tradendo la sua stessa clientela e praticando un dualismo
talmente equivoco da disgustare entrambi i lati di questa guerra.
Di tutti questi errori le multinazionali stanno
pagando il prezzo - e non solo loro, ma anche i loro clienti. Ma, cosa più
grave, il prezzo lo sta pagando l'intera società che, grazie all'isterismo sul
fumo, è caduta vittima di una mentalità che polarizza la responsabilità su chi
produce e non su chi consuma. Ciò, alla lunga, condurrà a enormi danni
sociali ed alla gestione di fatto dello Stato
anche sulla più piccola attività industriale.
Ancora gli antifumo non devono cantare vittoria,
perché la partita non è finita. E' interessante ma non sorprendente che
nessuno dei media italiani abbia riportato che la stragrande maggioranza
di simili sentenze nel mondo
è stata ribaltata. Però la cosa più triste ed
agghiacciante resta, e cioè che superstizione che "il fumo uccide" e
penetrata anche nel sistema legale. Anche se le multinazionali del tabacco decidessero
di non fare la fine dei dinosauri, montassero contro-campagne e si
decidessero a iniziare cause legali contro gli antifumo, lo sforzo per sradicare
il pregiudizio dal meccanismo giuridico sarebbe ora assai più
grande. Da canto loro, i fumatori non
devono ascoltare le muse della "salute pubblica" e dei loro alleati dei
media. Sebbene una grande massa, i fumatori (come qualsiasi altra categoria
bersaglio) non hanno l'omogeneità ideologica, l'organizzazione politica e la
coordinazione economica per mettere fine unilateralmente alla loro persecuzione. Una cosa è
sicura: a meno che le industrie (non solo quella del tabacco, ma anche le altre) con i
loro grandi mezzi non prendano
l'iniziativa di attaccare per prime e pubblicamente la scienza rottame, chi la
produce
e chi la spaccia - e a meno che mezzi di controinformazione non siano creati e
adeguatamente
finanziati, la fine molte industrie è, storicamente,
molto vicina - visto che qualsiasi prodotto può essere ricondotto ad una
mortalità statistica solo in virtù del fatto che la morte esiste, e quindi è
attribuibile a una "causa". La guerra deve essere
culturale, anche se parte dalla scienza. In seguito diventerebbe
necessario che legislazione proibisca allo Stato
e ad altri enti di usare scienza rottame come base per
leggi, provvedimenti e politiche - completa con legislazione di
vaglio per prevenire gli ovvi conflitti di interesse tra
cariche pubbliche e certe industrie, come è il caso della "salute
pubblica" e dell'industria farmaceutica.
Dopo che tutto ciò sarà implementato (un processo storico di molti anni),
allora sarà di nuovo possibile farsi una sigaretta, una birra e un hamburger in pace e senza
sensi di colpa; e
chi produce - come chi consuma - sarà libero da paure, scienza
rottame e salutismo.
SCIENZA ROTTAME
Candidato Coppa Scienza Rottame 2005
Il
fumo (ma solo quello di sigaretta) causa pensieri suicidi! -
Si, avete letto bene: i clown antifumo hanno trovato una nuova associazione
statistica col fumo, che prontamente aggiungiamo alla nostra
lista di idiozie ed
esagerazioni. Uno "studio" multidecennale della
Michigan State University ha scoperto che il fumo di sigaretta
(ma non quello del sigaro o della pipa) "potrebbe essere associato con
l'incrementato rischio di pensieri suicidi". Notare qui la vecchia tattica
che un'ipotesi vaga con abbondante uso di condizionale è subito riportata
dalla stampa per aumentare la paura infondata contro il fumo ed
indurre qualche povero lettore a smettere.
Poi si aggiunge che:
"E' stato riportato che i sintomi di
depressione negli adolescenti predicono che possano cominciare a fumare, e che
forte depressione conduce ad un maggior rischio di diventare tabagisti regolari;
quindi una storia clinica di depressione deve essere considerata quando si
esamina il suicidio nei fumatori".
Ma allora, cari
pagliacci, è il fumo che conduce alla depressione o la depressione che
conduce al fumo? Nessuno: sono fondi pubblici antifumo che conducono a
spazzatura statistica come questa che prepara le
condizioni per la prescrizione di antidepressivi ai fumatori - anzi,
meglio ancora, all'intossicazione dei giovani con gli antidepressivi come misura preventiva antifumo! Roba da farsi venire la depressione.

2004 - VOTATE!
Anche quest'anno è arrivato il tempo di votare per il migliore
studio scienza rottame. VOTATE semplicemente mandando una e-mail a:
coppascienzarottame2004@forcesitaly.org
e specificando il numero dello studio che si preferisce. I
candidati del 2004 sono molto interessanti.
Clicca qui per leggere i dettagli. Nel frattempo, ecco in anteprima gli
"studi" che concorrono al premio, numerati in ordine di data.
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1
- Il fumo di cucina uccide un milione e mezzo di persone. |
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2
- Il fumo delle padelle al teflon uccide i canarini. |
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3
- Le donne violentate hanno quattro volte più possibilità di diventare
fumatrici. |
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4
- Tagli e graffi guariscono più lentamente se si è esposti al fumo passivo. |
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5
- Il fumo passivo causa la carie dei bambini. |
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6
- Cavare i denti fa perdere la memoria. |
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L'OPINIONE DELL'AVVOCATO
10 Marzo -
L'avv. Massimiliano Fiorin, parte del
team legale di
FORCES Italiana, ci manda queste osservazioni su quella che è stata definita
una "bomba atomica giudiziaria" ma che, più probabilmente, si rivelerà essere
solamente un petardo.
Sentenze del secolo come i match sportivi: ci fanno sentire dei Robin Hood
- In gergo sportivo sono definiti “i match del secolo”.
Come dice la parola stessa, ce ne dovrebbe essere non più di
uno ogni cento anni. E oltretutto, a rigor di logica, dovrebbe essere possibile
riconoscerlo solo quando il secolo in questione è finito.
Eppure, come ben sanno gli appassionati, le esigenze degli
impresari e della stampa sportiva fanno sì che se ne disputino almeno un paio
per stagione. Vengono chiamati preventivamente “match del secolo” per pure
ragioni di cassetta, anche se tutti sanno che dopo sei mesi – a volte anche meno
– non se ne ricorderà più nessuno.
Con certe sentenze della magistratura italiana si verifica lo
stesso meccanismo comunicativo.
Anzi, peggio: a differenza che nello sport, dove è piuttosto
raro che il verdetto del campo cambi a tavolino, nel mondo della giurisprudenza
non si può nemmeno essere mai certi del risultato, visto che è assai frequente
che le sentenze di merito vengano ribaltate nei gradi successivi di giudizio.
Inoltre, bisognerebbe tenere presente che – fatte salve le
decisioni delle Sezioni Unite della Cassazione, che si pronunciano proprio sui
principi di diritto più controversi – ogni sentenza ha una portata e delle
motivazioni rigorosamente circoscritte ad un caso specifico.
Però di “sentenze del secolo” se ne legge almeno tre o
quattro volte all’anno.
Proprio in queste ore i giornali e la tv ci stanno dando
notizia di una sentenza civile della Corte d’Appello di Roma, che avrebbe
condannato l’Ente Tabacchi Italiano, o per meglio dire la società privata
britannica che lo ha rilevato dopo la fine del monopolio, a pagare un ampio
risarcimento a favore degli eredi di un fumatore deceduto.
Per la stampa si tratta di occasione ghiotta, bisogna
riconoscerlo: il dibattito sulla legge Sirchia è ancora caldo, e poi simili
decisioni – oltre a dare un pretesto per infinite chiacchiere da bar – servono
anche a farci sentire tutti un po’ americani, e tutti un po’ Robin Hood.
Difatti, non a caso, la parte in causa (cioè il figlio del
fumatore deceduto) ha subito rilasciato alla stampa dichiarazioni a caldo che
tradiscono grande serenità: "una sentenza, paragonabile ad
una bomba atomica giuridica, che crea un precedente sulla capacità della
legge di contrastare lo strapotere dei mercati" (corsivo nostro).
Insomma,
la solita storia delle multinazionali cattive che con il potere del denaro
impediscono che la si faccia finita una buona volta per tutte con il mercato di
morte dei tabacchi.
Vizio che, è sottinteso, colpisce soprattutto i ceti più
poveri e meno informati, dalla parte dei quali nessun sincero democratico può
esimersi dallo stare (purché non vengano a fumare nel suo salotto di casa), in
quanto le classi popolari sono notoriamente più schiave della sigaretta.
Ma non è solo questo: le varie associazioni di consumatori,
sempre pronte ad alzare la voce per far parlare di se stesse – e quindi per
attirare la massa dei potenziali clienti – hanno già annunciato che sulla base
di questo sospirato principio di diritto ora si è finalmente aperta la strada
per decine e decine di sacrosanti risarcimenti, che metteranno in ginocchio
l’odiata industria del tabacco.
Come se
la Corte d’Appello di Roma, pur
con tutto il rispetto, avesse la stessa solenne autorevolezza di un Mosè di un
Giustiniano.
Allora forse è bene mettere qualche paletto, per arginare
l’ondata dei luoghi comuni.
Non sarebbe bene commentare una sentenza prima di averne
letto il testo integrale (come normalmente dicono gli avvocati o i pubblici
ministeri quando hanno appena perso un processo).
Però, con ogni probabilità, il testo della “bomba atomica
giuridica” in esame sarà disponibile solo quando l’effetto mediatico si sarà
già esaurito.
E appunto, come rivelano le misurate parole dianzi citate,
non è tanto di diritto quanto di comunicazione che stiamo
parlando.
Quindi alcune cose meritano di essere precisate subito.
In primo luogo, stando a quanto si è saputo dalla stampa, non
è affatto vero che questa sentenza abbia condannato l’industria del tabacco per
il fatto che “il fumo uccide”, e quindi di conseguenza che abbia lasciato
intendere che chi vende prodotti da fumo sarebbe un cinico mercante di morte.
Anche perché, con buona pace dei Robin Hood nostrani, se
questa tesi fosse sostenibile sarebbe stato inevitabile già da tempo che
insorgesse qualche giudice d’assalto – insensibile al mitico potere delle
multinazionali e agli interessi fiscali dello stato – a proibire tout court
la rivendita di tabacco in quanto attività criminosa.
In realtà, se le notizie di stampa sono esatte, questa
sentenza avrebbe semplicemente riconosciuto che la rivendita di tabacchi
rappresenterebbe un’attività pericolosa ai sensi dell’articolo 2050 del codice
civile. Il che significa che chi la esercita deve rispondere dei danni che
provoca a terzi “se non adotta tutte le misure idonee ad evitarli”.
Queste misure non sono mai definite con precisione dalla
legge. Spetta alla magistratura individuarle. Sennò, se la legge parlasse chiaro
sul punto, sarebbe automatica la responsabilità dei trasgressori: un po’ come
avviene per gli incidenti sul lavoro quando il padrone non ha rispettato alcune
precise norme antinfortunistiche.
Questo comporta che, nel caso in questione come in tanti
altri casi analoghi, il problema sembrerebbe essere tutto di comunicazione.
Non a caso, si legge sui giornali che uno degli avvocati
degli eredi del fumatore deceduto sarebbe il professor Vincenzo Zeno Zencovich,
riconosciuto esperto di problemi di questo tipo.
Ci sono già state in Italia alcune sentenze che hanno
condannato chi, nell’esercizio della sua attività imprenditoriale, non “ha messo
il cartello” che avrebbe presuntivamente potuto mettere sull’avviso il
malcapitato di turno.
E in questo caso, pare di capire, il cartello mancante
sarebbe stato il noto avviso “nuoce gravemente alla salute”, in caratteri
grandi, che all’epoca dei fatti non era ancora obbligatorio, quantomeno non
nella rigida forma attuale.
Insomma, se la prima impressione verrà confermata dalla
lettura del testo della sentenza, l’Ente Tabacchi sarebbe stato condannato per
non avere fatto spontaneamente quello che la legge non gli imponeva ancora di
fare: e cioè di ingrandire sui pacchetti di sigarette il testo della ormai
famosa avvertenza salutista, magari accompagnandolo con altre iniziative idonee
a mettere in guardia i fumatori.
Insomma, se le notizie verranno confermate, siamo di fronte
al solito caso per cui il cittadino medio (in diritto si parla di quisque de
populo) viene considerato presuntivamente un cretino al quale bisogna
mettere il cartello sotto il naso per essere sicuri che sappia quello che tutti
sanno. O quantomeno ciò che a tutti viene insistentemente raccontato da
cinquant’anni. In perfetta linea con il noto aforisma di Bill Laurence, secondo
cui l’uomo medio ha la vista più sviluppata del cervello.
Non è questo un caso isolato, e anzi è davvero molto
americano.
Difatti, è tipicamente americana la moda delle sentenze
punitive che si inventano “lack of information” (carenze informative) un
po’ dappertutto, per inventarsi responsabilità risarcitorie altrimenti
impensabili. Alla base di tutto c’e’ sempre l’interessata convinzione che il
cittadino medio sia un imbecille da tutelare.
Avete mai notato che sugli specchietti retrovisori di certe
macchine americane c’e’ sul vetro l’avvertenza per cui “gli oggetti raffigurati
sono più vicini di quello che sembrano”?
Ovvero i cellulari che avvisano, quando si alza il volume
della suoneria, che “potrebbe creare danni all’udito”? O ancora, i bicchieri di
carta di certe catene di fast food che avvisano che “il contenuto potrebbe
essere molto caldo”?
Sono tutte avvertenze un po’ bislacche, che però nascono non
per caso, ma grazie dalla creatività degli strapagati avvocati d’oltreoceano. E
dal fatto che, nei paesi anglosassoni, molte cause civili non vengono decise in
base ad un codice, bensì in base al verdetto di una assai emozionabile giuria di
quisque de populo. I quali ultimi, per qualche strano motivo, come tutti
gli altri sono considerati troppo imbecilli per vivere senza i cartelli, epperò
abbastanza intelligenti per decidere su questioni milionarie.
Quello dei bicchieri di carta è un caso di scuola: è nato
dalla disavventura di una signora americana che, in un giorno di grande fretta,
si è fatta servire il caffé direttamente dal finestrino della macchina, come usa
comunemente nei drive-in.
Questa signora aveva messo il bicchiere di carta
nell’immancabile portalattine delle auto americane, ma poi, dopo essere
ripartita, lo aveva preso in mano con troppa decisione, cosicché che il calore
l’ha costretta a lasciarlo cadere sulle gambe, distraendola nella guida e
portandola a provocare un incidente mortale.
Dalle nostre parti quella signora per una simile
disattenzione avrebbe rischiato la galera.
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