La scorrettezza politica dell'onestà intellettuale 
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La libertà muore dove il proibizionismo nasce
 
The Evidence

L'archivio scientifico che scardina 50 anni di superstizioni sul fumo


 
 
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Aggiornamento 10 Marzo 2005
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E QUESTA LA CHIAMANO "SCIENZA" - I questionari della truffa epidemiologica


E' FALSO che gli studi sono manipolati: ecco le prove

EDITORIALE

10 Marzo - La sentenza contro l'ETI: un'altra conferma di una strategia errata - Non c'è certo bisogno di descrivere ai nostri lettori quello che è stato oggi su tutti i giornali, ovvero la sentenza contro l'ETI. Naturalmente, gli antifumo cantano vittoria mentre i media fanno da cassa di risonanza per ribadire che "il fumo uccide". C'è chi chiama questa triste sentenza "rivoluzionaria" e chi giustamente si preoccupa che l'Italia non faccia la fine degli USA (dove per altro sta diventando sempre più difficile fare una causa collettiva e vincerla, per fortuna, ma qui "siamo indietro..."). Chi sarà il prossimo? La fantasia è il limite: alcol, caffè, il cibo... Chi li produce diventa responsabile per chi li consuma - la vendetta ultima del socialismo?

Nella bufera di menzogne e di isterismo di oggi bisogna fare chiarezza e vedere le cose da un angolo razionale. E' forse per quello che siete qui. E' interessante come il Corriere della Sera, a pagina 10, si immagini che il famoso epidemiologo Richard Doll correrebbe a stringere la mano senza esitazione a chi di dovere. In realtà Doll non ha mai provato un nesso scientifico tra fumo e cancro, ma solo uno statistico. Inoltre è interessante che lo stesso Doll, intervistato sul cancro, abbia pronunciato queste parole:

"Le osservazioni epidemiologiche hanno seri svantaggi. Raramente esse possono essere fatte secondo le strette esigenza della scienza sperimentale, e quindi possono essere aperte ad una varietà di interpretazioni. Un particolare fattore può essere associato con qualche malattia semplicemente per via della sua associazione con un altro fattore che a sua volta causa la malattia, o l’associazione può essere un artefatto dovuto a qualche sistematica tendenza nella raccolta delle informazioni…" "ma finché non sapremo esattamente cosa causa il cancro e come certi fattori sono in grado di modificare gli effetti di altri, resterà il bisogno di osservare con immaginazione ciò che succede nelle varie e diverse categorie di persone…" (Doll R, Peto R, The causes of cancer, JNCI 66:1192-1312, 1981. p. 1281).

Interessante anche che Doll abbia sempre condannato la truffa del fumo passivo - ma naturalmente, per carità quello non si deve dire, se no la gente fuma! La situazione fumo-cancro non è affatto cambiata dal 1981 ad oggi. Ancora, non si è potuto provare che il fumo provoca il cancro, e questo è invece il postulato alla base della grande truffa. Proprio perché non si può dimostrare, infatti, gli antifumo pongono il postulato come fosse la più assoluta e scontata verità universale, ancora più solida delle leggi di Newton. Ma - è sempre e comunque importante ricordarlo -  nessuno può provare una sola morte da fumo; ed è proprio per questa ragione che vogliono che diventi un credo universale!

La sentenza quindi diventa importante non per la somma di "compenso" (che, nella scala delle cose, è veramente piccola) ma per una ragione sinistra e preoccupante: anche in Italia le corti hanno deciso di prendere le scorciatoie espedienti senza riferirsi più alla scienza come base per le loro decisioni e sottostando invece a superstizioni, credi, opinioni indimostrabili e - soprattutto - a pressioni politiche di lobby farma-salutiste che, creando precedenti del genere, vedono la possibilità di enorme potenza politica ed economica basandosi su imbrogli epidemiologici.

L'errore storico più mastodontico però fu commesso dall'industria del tabacco. E' un errore che continua ancora oggi. Cedendo a tutta una serie di situazioni intelligentemente create dagli antifumo, non si persegue la truffa epidemiologica con il necessario vigore. Le ragioni sono molte, nel presente e nel passato:

  • Compiacenza assoluta della sua potenza economico-politica.
  • Mancanza di vedute che chiaramente indicavano un futuro sinistro per l'industria.
  • Incompetenza scientifica.
  • Timore di sfidare pubblicamente le autorità che spingevano il credo-truffa antifumo anche perché ampiamente contaminate dalle lobby farmaceutiche. Mai l'industria ha sfidato pubblicamente gli antifumo a dimostrare scientificamente una sola morte a causa del suo prodotto.
  • Mancanza di creazione di mezzi di informazione autonomi che potessero bilanciare la diffusione della disinformazione epidemiologica nell'opinione pubblica.
  • Asservimento/arruffianamento ai poteri di Stato già inquinati dall'industria farmaceutica, con ampia tendenza ad usare lobby di corridoio per ottenere risultati sottobanco invece di denunciare la frode ufficialmente esponendo se stessa e gli antifumo all'unico tribunale che veramente conta: quello dell'opinione pubblica.
  • Mancanza di aggressività legale. Le multinazionali non iniziarono mai azioni legali dirette contro ministeri, media, ed altre entità sulla base di calunnia, falso ideologico e così via, nonostante che tali enti le dipingessero come assassini e disseminassero volumi di informazione falsa e tendenziosa.
  • Totale inettitudine nell'organizzare l'enorme clientela come forza di consumatori, politica e d'opinione.
  • Più la situazione peggiorava, più le multinazionali prendevano una postura difensiva, circospetta e silente, confermando le affermazioni dei loro nemici. Addirittura, la Philip Morris si è messa dalla parte degli antifumo, tradendo la sua stessa clientela e praticando un dualismo talmente equivoco da disgustare entrambi i lati di questa guerra.

Di tutti questi errori le multinazionali stanno pagando il prezzo - e non solo loro, ma anche i loro clienti. Ma, cosa più grave, il prezzo lo sta pagando l'intera società che, grazie all'isterismo sul fumo, è caduta vittima di una mentalità che polarizza la responsabilità su chi produce e non su chi  consuma. Ciò, alla lunga, condurrà a enormi danni sociali ed alla gestione di fatto dello Stato anche sulla più piccola attività industriale.

Ancora gli antifumo non devono cantare vittoria, perché la partita non è finita. E' interessante ma non sorprendente che nessuno dei media italiani abbia riportato che la stragrande maggioranza di simili sentenze nel mondo è stata ribaltata. Però la cosa più triste ed agghiacciante resta, e cioè che superstizione che "il fumo uccide" e penetrata anche nel sistema legale. Anche se le multinazionali del tabacco decidessero di non fare la fine dei dinosauri, montassero contro-campagne e si decidessero a iniziare cause legali contro gli antifumo, lo sforzo per sradicare il pregiudizio dal meccanismo giuridico sarebbe ora assai più grande.

Da canto loro, i fumatori non devono ascoltare le muse della "salute pubblica" e dei loro alleati dei media. Sebbene una grande massa, i fumatori (come qualsiasi altra categoria bersaglio) non hanno l'omogeneità ideologica, l'organizzazione politica e la coordinazione economica per mettere fine unilateralmente alla loro persecuzione. Una cosa è sicura: a meno che le industrie (non solo quella del tabacco, ma anche le altre) con i loro grandi mezzi non prendano l'iniziativa di attaccare per prime e pubblicamente la scienza rottame, chi la produce e chi la spaccia - e a meno che mezzi di controinformazione non siano creati e adeguatamente finanziati, la fine molte industrie è, storicamente, molto vicina - visto che qualsiasi prodotto può essere ricondotto ad una mortalità statistica solo in virtù del fatto che la morte esiste, e quindi è attribuibile a una "causa". La guerra deve essere culturale, anche se parte dalla scienza. In seguito diventerebbe necessario che legislazione proibisca allo Stato e ad altri enti di usare scienza rottame come base per leggi, provvedimenti e politiche - completa con legislazione di vaglio per prevenire gli ovvi conflitti di interesse tra cariche pubbliche e certe industrie, come è il caso della "salute pubblica" e dell'industria farmaceutica.

Dopo che tutto ciò sarà implementato (un processo storico di molti anni), allora sarà di nuovo possibile farsi una sigaretta, una birra e un hamburger in pace e senza sensi di colpa; e chi produce - come chi consuma - sarà libero da paure, scienza rottame e salutismo.


SCIENZA ROTTAME

Candidato Coppa Scienza Rottame 2005

Il fumo (ma solo quello di sigaretta) causa pensieri suicidi! - Si, avete letto bene: i clown antifumo hanno trovato una nuova associazione statistica col fumo, che prontamente aggiungiamo alla nostra lista di idiozie ed esagerazioni. Uno "studio" multidecennale della Michigan State University ha scoperto che il fumo di sigaretta (ma non quello del sigaro o della pipa) "potrebbe essere associato con l'incrementato rischio di pensieri suicidi". Notare qui la vecchia tattica che un'ipotesi vaga con abbondante uso di condizionale è subito riportata dalla stampa  per aumentare la paura infondata contro il fumo ed indurre qualche povero lettore a smettere.

Poi si aggiunge che: "E' stato riportato che i sintomi di depressione negli adolescenti predicono che possano cominciare a fumare, e che forte depressione conduce ad un maggior rischio di diventare tabagisti regolari; quindi una storia clinica di depressione deve essere considerata quando si esamina il suicidio nei fumatori".

Ma allora, cari pagliacci, è il fumo che conduce alla depressione o la depressione che conduce al fumo? Nessuno: sono fondi pubblici antifumo che conducono a spazzatura statistica come questa che prepara le condizioni per la prescrizione di antidepressivi ai fumatori - anzi, meglio ancora, all'intossicazione dei giovani con gli antidepressivi come misura preventiva antifumo!  Roba da farsi venire la depressione.

2004 - VOTATE!

Anche quest'anno è arrivato il tempo di votare per il migliore studio scienza rottame. VOTATE semplicemente mandando una e-mail a:

coppascienzarottame2004@forcesitaly.org

e specificando il numero dello studio che si preferisce. I candidati del 2004 sono molto interessanti. Clicca qui per leggere i dettagli. Nel frattempo, ecco in anteprima gli "studi" che concorrono al premio, numerati in ordine di data.

1 - Il fumo di cucina uccide un milione e mezzo di persone.
2 - Il fumo delle padelle al teflon uccide i canarini.
3 - Le donne violentate hanno quattro volte più possibilità di diventare fumatrici.
4 - Tagli e graffi guariscono più lentamente se si è esposti al fumo passivo.
5 - Il fumo passivo causa la carie dei bambini.
6 - Cavare i denti fa perdere la memoria.

L'OPINIONE DELL'AVVOCATO

10 Marzo - L'avv. Massimiliano Fiorin, parte del team legale di FORCES Italiana, ci manda queste osservazioni su quella che è stata definita una "bomba atomica giudiziaria" ma che, più probabilmente, si rivelerà essere solamente un petardo.

Sentenze del secolo come i match sportivi: ci fanno sentire dei Robin Hood - In gergo sportivo sono definiti “i match del secolo”.

Come dice la parola stessa, ce ne dovrebbe essere non più di uno ogni cento anni. E oltretutto, a rigor di logica, dovrebbe essere possibile riconoscerlo solo quando il secolo in questione è finito.

Eppure, come ben sanno gli appassionati,  le esigenze degli impresari e della stampa sportiva fanno sì che se ne disputino almeno un paio per stagione. Vengono chiamati preventivamente “match del secolo” per pure ragioni di cassetta, anche se tutti sanno che dopo sei mesi – a volte anche meno – non se ne ricorderà più nessuno.

Con certe sentenze della magistratura italiana si verifica lo stesso meccanismo comunicativo.

Anzi, peggio: a differenza che nello sport, dove è piuttosto raro che il verdetto del campo cambi a tavolino, nel mondo della giurisprudenza non si può nemmeno essere mai certi del risultato, visto che è assai frequente che le sentenze di merito vengano ribaltate nei gradi successivi di giudizio.

Inoltre, bisognerebbe tenere presente che – fatte salve le decisioni delle Sezioni Unite della Cassazione, che si pronunciano proprio sui principi di diritto più controversi – ogni sentenza ha una portata e delle motivazioni rigorosamente circoscritte ad un caso specifico.

Però di “sentenze del secolo” se ne legge almeno tre o quattro volte all’anno.

Proprio in queste ore i giornali e la tv ci stanno dando notizia di una sentenza civile della Corte d’Appello di Roma, che avrebbe condannato l’Ente Tabacchi Italiano, o per meglio dire la società privata britannica che lo ha rilevato dopo la fine del monopolio, a pagare un ampio risarcimento a favore degli eredi di un fumatore deceduto.

Per la stampa si tratta di occasione ghiotta, bisogna riconoscerlo: il dibattito sulla legge Sirchia è ancora caldo, e poi simili decisioni – oltre a dare un pretesto per infinite chiacchiere da bar – servono anche a farci sentire tutti un po’ americani, e tutti un po’ Robin Hood.

Difatti, non a caso, la parte in causa (cioè il figlio del fumatore deceduto) ha subito rilasciato alla stampa dichiarazioni a caldo che tradiscono grande serenità: "una sentenza, paragonabile ad una bomba atomica giuridica, che crea un precedente sulla capacità della legge di contrastare lo strapotere dei mercati" (corsivo nostro).

Insomma, la solita storia delle multinazionali cattive che con il potere del denaro impediscono che la si faccia finita una buona volta per tutte con il mercato di morte dei tabacchi.

Vizio che, è sottinteso, colpisce soprattutto i ceti più poveri e meno informati, dalla parte dei quali nessun sincero democratico può esimersi dallo stare (purché non vengano a fumare nel suo salotto di casa), in quanto le classi popolari sono notoriamente più schiave della sigaretta.

Ma non è solo questo: le varie associazioni di consumatori, sempre pronte ad alzare la voce per far parlare di se stesse – e quindi per attirare la massa dei potenziali clienti – hanno già annunciato che sulla base di questo sospirato principio di diritto ora si è finalmente aperta la strada per decine e decine di sacrosanti risarcimenti, che metteranno in ginocchio l’odiata industria del tabacco.

Come se la Corte d’Appello di Roma, pur con tutto il rispetto, avesse la stessa solenne autorevolezza di un Mosè di un Giustiniano.

Allora forse è bene mettere qualche paletto, per arginare l’ondata dei luoghi comuni.

Non sarebbe bene commentare una sentenza prima di averne letto il testo integrale (come normalmente dicono gli avvocati o i pubblici ministeri quando hanno appena perso un processo).

Però, con ogni probabilità, il testo della “bomba atomica giuridica” in esame sarà disponibile solo quando l’effetto mediatico si sarà già esaurito.

E appunto, come rivelano le misurate parole dianzi citate, non è tanto di diritto quanto di comunicazione che stiamo parlando.

Quindi alcune cose meritano di essere precisate subito.

In primo luogo, stando a quanto si è saputo dalla stampa, non è affatto vero che questa sentenza abbia condannato l’industria del tabacco per il fatto che “il fumo uccide”, e quindi di conseguenza che abbia lasciato intendere che chi vende prodotti da fumo sarebbe un cinico mercante di morte.

Anche perché, con buona pace dei Robin Hood nostrani, se questa tesi fosse sostenibile sarebbe stato inevitabile già da tempo che insorgesse qualche giudice d’assalto – insensibile al mitico potere delle multinazionali e agli interessi fiscali dello stato – a proibire tout court la rivendita di tabacco in quanto attività criminosa.

In realtà, se le notizie di stampa sono esatte, questa sentenza avrebbe semplicemente riconosciuto che la rivendita di tabacchi rappresenterebbe un’attività pericolosa ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile. Il che significa che chi la esercita deve rispondere dei danni che provoca a terzi “se non adotta tutte le misure idonee ad evitarli”.

Queste misure non sono mai definite con precisione dalla legge. Spetta alla magistratura individuarle. Sennò, se la legge parlasse chiaro sul punto, sarebbe automatica la responsabilità dei trasgressori: un po’ come avviene per gli incidenti sul lavoro quando il padrone non ha rispettato alcune precise norme antinfortunistiche.

Questo comporta che, nel caso in questione come in tanti altri casi analoghi, il problema sembrerebbe essere tutto di comunicazione.

Non a caso, si legge sui giornali che uno degli avvocati degli eredi del fumatore deceduto sarebbe il professor Vincenzo Zeno Zencovich, riconosciuto esperto di problemi di questo tipo.

Ci sono già state in Italia alcune sentenze che hanno condannato chi, nell’esercizio della sua attività imprenditoriale, non “ha messo il cartello” che avrebbe presuntivamente potuto mettere sull’avviso il malcapitato di turno.

E in questo caso, pare di capire, il cartello mancante sarebbe stato il noto avviso “nuoce gravemente alla salute”, in caratteri grandi, che all’epoca dei fatti non era ancora obbligatorio, quantomeno non nella rigida forma attuale.

Insomma, se la prima impressione verrà confermata dalla lettura del testo della sentenza, l’Ente Tabacchi sarebbe stato condannato per non avere fatto spontaneamente quello che la legge non gli imponeva ancora di fare: e cioè di ingrandire sui pacchetti di sigarette il testo della ormai famosa avvertenza salutista, magari accompagnandolo con altre iniziative idonee a mettere in guardia i fumatori.

Insomma, se le notizie verranno confermate, siamo di fronte al solito caso per cui il cittadino medio (in diritto si parla di quisque de populo) viene considerato presuntivamente un cretino al quale bisogna mettere il cartello sotto il naso per essere sicuri che sappia quello che tutti sanno. O quantomeno ciò che a tutti viene insistentemente raccontato da cinquant’anni. In perfetta linea con il noto aforisma di Bill Laurence, secondo cui l’uomo medio ha la vista più sviluppata del cervello.

Non è questo un caso isolato, e anzi è davvero molto americano.

Difatti, è tipicamente americana la moda delle sentenze punitive che si inventano “lack of information” (carenze informative) un po’ dappertutto, per inventarsi responsabilità risarcitorie altrimenti impensabili. Alla base di tutto c’e’ sempre l’interessata convinzione che il cittadino medio sia un imbecille da tutelare.

Avete mai notato che sugli specchietti retrovisori di certe macchine americane c’e’ sul vetro l’avvertenza per cui “gli oggetti raffigurati sono più vicini di quello che sembrano”?

Ovvero i cellulari che avvisano, quando si alza il volume della suoneria, che “potrebbe creare danni all’udito”? O ancora, i bicchieri di carta di certe catene di fast food che avvisano che “il contenuto potrebbe essere molto caldo”?

Sono tutte avvertenze un po’ bislacche, che però nascono non per caso, ma grazie dalla creatività degli strapagati avvocati d’oltreoceano. E dal fatto che, nei paesi anglosassoni, molte cause civili non vengono decise in base ad un codice, bensì in base al verdetto di una assai emozionabile giuria di quisque de populo. I quali ultimi, per qualche strano motivo, come tutti gli altri sono considerati troppo imbecilli per vivere senza i cartelli, epperò abbastanza intelligenti per decidere su questioni milionarie.

Quello dei bicchieri di carta è un caso di scuola: è nato dalla disavventura di una signora americana che, in un giorno di grande fretta, si è fatta servire il caffé direttamente dal finestrino della macchina, come usa comunemente nei drive-in.

Questa signora aveva messo il bicchiere di carta nell’immancabile portalattine delle auto americane, ma poi, dopo essere ripartita, lo aveva preso in mano con troppa decisione, cosicché che il calore l’ha costretta a lasciarlo cadere sulle gambe, distraendola nella guida e portandola a provocare un incidente mortale.

Dalle nostre parti quella signora per una simile disattenzione avrebbe rischiato la galera.

Invece, la giuria ha condannato il fast food perché non aveva messo l’avvertenza sul bicchiere. Già questo episodio rivela come la sentenza della Corte d’Appello di Roma, se il suo contenuto è davvero quel che sembra, potrebbe facilmente venire ribaltata in Cassazione, per vizio di motivazione.

Infatti, “l’idoneità ad evitare il danno” ai sensi dell’art. 2050 del codice civile, della avvertenza sul pacchetto di sigarette, sembra piuttosto discutibile.

Del resto, non è solo questo un punto debole apparente della sentenza in esame, e comunque in essa non sarebbe bastata la mancata avvertenza sul pacchetto a fare scattare la condanna: per principio generale, occorreva anche la prova del nesso di causalità tra il vizio del fumo e la morte del malcapitato.

Su quest’ultimo punto, pare che abbiano risolto il problema con una consulenza medica ordinata dall’ufficio, che avrebbe comprovato tale nesso: e qui veniamo richiamati tutti al problema della “scientificità” delle diagnosi delle morti da fumo, sulle quali non c’è bisogno di prendere posizione in questa sede.

Qui ci preme evidenziare che, nonostante il comprensibile trionfalismo della parte vincitrice e delle associazioni dei consumatori, la sentenza in esame non sembra rivestire affatto – in punto di diritto – l’importanza che le si sta attribuendo nel mondo della comunicazione.

Peraltro, in Italia non sono nemmeno ipotizzabili le hollywoodiane “sentenze del secolo” (che poi, a differenza dei match sportivi, in realtà sono molte di meno di quante si pensa), le quali finiscono sui giornali e ispirano film e romanzi, per avere messo in ginocchio le odiate multinazionali grazie al meccanismo dei punitive damages.

Questi ultimi rappresentano, in sintesi, i danni che le giurie popolari liquidano non in proporzione al male arrecato, bensì in misura volutamente esagerata, per punire la cattiveria del responsabile secondo un senso della giustizia tipicamente anglosassone e quindi protestante.

Invece, sarà forse per la nostra cultura cattolica, presuntivamente perdonista, ma qui da noialtri il senso delle proporzioni tra danno e risarcimento per ora deve ancora essere rigorosamente rispettato.

Cosa che il mondo della comunicazione invece può permettersi di non fare, e difatti non fa.

Massimiliano Fiorin


LOTTA ALLA TRUFFA EPIDEMIOLOGICA - INGHILTERRA

DIMOSTRATE CHE IL FUMO PASSIVO UCCIDE, CIARLATANI!

10 Marzo - Questa sarebbe stata la terminologia usata dalla rampante e focosa FORCES. Ma non è certo lo stile britannico, che invece preferisce un tono calmo e rilassato. Ciò nonostante, il messaggio è lo stesso. Con ottima copertura dei media (clicca qui e qui per qualche esempio; fortunatamente - i media inglesi sono  meno ruffiani di regime di quelli italiani)  L'organizzazione FOREST ha sfidato pubblicamente il Chief Medical Officer a dimostrare che il fumo passivo uccide o fa male. La sfida è stata presentata ufficialmente alla Camera dei Lord due giorni fa. In essa si richiede al segretario della "salute pubblica" John Reid di allestire un pannello di esperti indipendenti (che non abbia connessioni né con l'industria del tabacco, né con quella farmaceutica) per stabilire la reale situazione della "scienza" sul fumo passivo.

A tal scopo, FOREST ha compilato due documenti completi e basati sulla ricerca scientifica della nostra organizzazione - una ricerca completa e professionale - che dimostrano inconfutabilmente l'assoluta mancanza di prove scientifiche o statistiche che il fumo passivo causi qualsiasi malattia o morte. I due documenti, dal titolo "Prejudice and Propaganda" e "Smoking out the Truth on Passive Smoke" (liberamente tradotto, "stanando la verità sul fumo passivo") sono stati presentati alla Camera dei Lord da Lord Harris of High Cross (foto) presidente di FOREST e veterano della guerra al salutismo antifumo.

La strategia non è quella di aspettarsi risposte dalle "autorità sanitarie", che universalmente adottano il muro del silenzio perché altrimenti dovrebbero ammettere la truffa epidemiologica, ma quello invece di imbarazzarle costantemente davanti al pubblico affinché la gente si renda conto della truffa ed essa stessa faccia le domande imbarazzanti ai politici. Questa nuova consapevolezza e tattica è ciò che la nostra organizzazione ha caldeggiato da sempre: chi è vittima della truffa non si deve nascondere, non deve tacere, non deve vergognarsi; deve invece gridare, lottare, danneggiare e non mollare finché l'imbroglio non è esposto e i responsabili puniti - non importa quanto in alto e potenti essi siano.

Non bisogna perdere di vista il motore dietro gli antifumo: la lotta contro i divieti, caldeggiati dagli attivisti ed  emessi dei ministeri della "salute" è una lotta contro le multinazionali del farmaco, senza le quali questi gruppi e ministeri non riceverebbero fondi e pressioni politiche - per non parlare della produzione di scienza rottame per vendere farmaci.

Applausi dunque a FOREST , a Lord Harris e ai fumatori inglesi per essere la punta di diamante della nuova lotta al gangsterismo antifumo!


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