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LE NEWS
Sono ormai evidenti i risvolti che la diffusione dell’obesità nei paesi sviluppati ha sull’industria alimentare. In una rivista specializzata del settore alimentare (Food Processing, luglio 2003) è apparso un lungo articolo dal titolo “Taxing Fat” che auspica un qualcosa che negli USA è divenuto realtà negli ultimi anni: in ben 17 stati americani è stata introdotta recentemente una tassa dell’1% sui prodotti ad alto contenuto di grasso, zucchero e carboidrati. La tassa, che viene applicata sul prezzo di vendita, colpisce soft drink, patatine fritte, barrette dolci e prodotti simili. Questa tassa viene criticata sia in termini scientifici che pratici, visto che essa non suggerisce al consumatore come comportarsi in forma educativa, ma insiste nella logica folle di dividere gli alimenti buoni da quelli cattivi, criminalizzando in ordine sparso alcuni consumi e non affrontando il problema del sovrappeso nella giusta misura, che non può essere affrontato riconducendolo al troppo grasso o al troppo zucchero, ma alle troppe calorie. Negli USA, paese dove il problema è più evidente e dove si dispone anche del maggior numero di dati che lo analizzano, negli ultimi 10 anni l’intero sistema agroalimentare ha accresciuto significativamente il totale delle calorie messe a disposizione per ogni singolo cittadino (mille in più in media per ogni cittadino secondo uno studio dell’USDA). Se a questo si associa il dato sull’attività fisica, che è diminuita del 50% durante lo stesso periodo di tempo (dati forniti dalla National Food Processors Association), il boom dell’obesità è presto spiegata come uno di quei fenomeni figli di troppo “benessere” senza una corrispondente crescita della coscienza civile e delle conoscenze nutritive da parte della popolazione. A prescindere dalla reale rispondenza alla realtà di questi dati (non sarebbe il primo caso di indagini statistiche lacunose con risultati scientificamente contestabili), risulta evidente che sono aumentate negli anni le occasioni di consumo, con la globalizzazione dell’offerta che rende disponibile una crescente varietà di prodotti ed un crescente incentivo al consumo (l’industria ha alle spalle decenni di tecniche promozionali e pubblicitarie che hanno mutato le abitudini alimentari nei paesi più sviluppati). A questo punto è doveroso chiedersi come affrontare il problema, quali misure intraprendere per stimolare i cittadini ad un consumo più responsabile e ad una crescita sana. La strada imboccata dai principali governi dei paesi più sviluppati è quella più incomprensibile e inaccettabile, volendo con tassazioni e divieti imporre nuovi stili di vita, ritenendo che questo sia il percorso più ragionevole per infondere una cultura alimentare radicalmente diversa. Così l’Italia si segnala per la proposta del ministro Sirchia di assegnare ai ristoranti un fantomatico bollino blu, sinonimo di porzioni dimezzate per la gioia dei clienti. Difficile immaginare che questi locali possano riempirsi nel tempo, con l’effetto di mutare si le abitudini alimentari, ma semplicemente perché si preferirà organizzare cene a casa piuttosto che in locali che si fanno pagare un servizio dimezzato. Del resto questa logica di operare è figlia di un processo in atto da molti anni, sostenuto da industrie nate per “risolvere problemi” (con l’obbligo di crearli prima) e organizzazioni che hanno portato alla diffusione di una marea di nuovi prodotti che promettono miracolosi effetti contro l’obesità ed alla diffusione del distorto concetto che la ragione di un proprio stile alimentare sbagliato è da attribuire a chi quelle tentazioni le crea, ovvero produttori di certi tipi di alimenti, fast food e simili. La moltiplicazione delle “class action”, cioè delle azioni penali contro produttori e distributori di alimenti considerati ad elevato contenuto di grasso e zuccheri, è il segno che la follia ha ormai contagiato anche questo ambito, con una schiera di specialisti legali pronti a tuffarsi nel proficuo business delle cause legali contro i colossi della produzione alimentare così come avvenuto già nel tabacco. Addirittura nel Massachussettes alcuni mesi fa si è tenuta la prima conferenza con la partecipazione di esperti legali e nutrizionisti, per esplorare come utilizzare al meglio l’azione legale per affrontare il problema dell’obesità. Il concetto che aggrega questi operatori è che gli alimenti prodotti e offerti al consumatore sono la causa del problema epidemiologico che produrrà molte più vittime delle sigarette. In sostanza con la stessa lucida follia che ha spinto decine di organizzazioni a muovere clamorose ed esose azioni legali contro le multinazionali del tabacco, colpevoli di aver offerto un prodotto che danneggia la salute dei consumatori, Mc Donald’s e figli saranno chiamati a difendersi nei tribunali dall’accusa di essere responsabili delle abitudini alimentari sbagliate dei cittadini. Ma a questo punto, in un raro momento di ragionevolezza, dovremmo chiederci come da un punto di vista scientifico un ristorante o un’industria possa essere responsabile della assenza di educazione alimentare, della mancanza di attività fisica, della predisposizione genetica ad ingrassare e ad essere colpiti da alcune malattie. Piuttosto i governi dovrebbero preoccuparsi di creare una seria cultura alimentare ed educare i cittadini, tutelandoli dal bombardamento di informazioni infondate e di dubbio valore divulgativo che piovono senza controllo dai media, sostenuti da aziende interessate al business piuttosto che al benessere della collettività. A testimonianza di questa “confusione indotta” ad arte, il susseguirsi di differenti teorie ed approcci nutrizionali da parte di esperti. I nutrizionisti, infatti, continuano a brancolare nel buio ed ognuno propone la propria ricetta scientifica. Negli anni ’80 si diffuse la convinzione che l’obesità si sarebbe potuta sconfiggere con un alto consumo di carboidrati ed una riduzione dei grassi. Ma dopo il boom dei prodotti light senza grasso e zuccheri e visti gli scarsi risultati prodotti, si è imposta una nuova teoria che prevede l’adozione di prodotti con un basso contenuto di carboidrati abbinato ad un limitato aumento di proteine. Così si stanno imponendo sul mercato una nuova categoria di alimenti cosiddetti low-carb con l’illusione di poter sconfiggere il male del secolo. Ma ancora una volta si ha il dubbio che non sia questa la strada giusta per un futuro più “leggero”.
Paolo
Carotenuto Aggiornamento 12 Ottobre 2004
Secondo varie
ricerche, in Italia e negli Stati Uniti, è provato che i vegetali
"biologici" venduti a caro prezzo (anche il 300 per cento in più) nei
negozi specializzati non hanno "più vitamine", non sono "più nutrienti",
né "più sani", né "più curativi" di quelli normali del supermercato. Anzi,
oggi, paradossalmente, è quasi il contrario. Perché hanno insetticidi
naturali più abbondanti, persistenti e talvolta più cancerogeni di quelli
irrorati dall’uomo. La solita truffa? No, è madre natura, troppo spesso
ignorata da coloro che la strumentalizzano a fini politici (Verdi) o
economici. Ed è noto che la sinistra, che ha un passato povero, quando si
dà agli affari è peggio di Attila. Secondo altri studi, anche la presunta
superiorità protettiva e tossicologica di frutta, verdura, legumi e
cereali "bio" sarebbe solo una diffusa leggenda. Le pesche bio hanno mostrato, è vero, più beta-carotene di quelle comuni (93 contro 49 microgrammi), ma le susine bio ne hanno di meno, solo 68 anziché 107. La vitamina C era quasi pari nei due tipi di pesche, più alta nelle pere bio, ma più bassa nelle susine bio. "Dati contrastanti o non significativi", è stato in sintesi il commento di Emilia Carnovale, responsabile del sotto-progetto nutrizionale. Le colture erano state curate dall’Istituto sperimentale di frutticoltura (Roma), dal Centro per l’incremento agricolo della Lombardia (Pavia), e dall’Università della Tuscia (Viterbo). Talvolta nei frutti bio c’è qualche traccia in più di zucchero (fruttosio e sorbitolo). Nelle pesche italiane 5,9 invece di 5,2 grammi. Secondo la Carnovale, ciò è dovuto in realtà "al tipo di fertilizzazione del terreno e al grado di maturazione". Sono state trovate anche meno fibre. I chicchi di cereali erano più piccoli ("cariossidi striminzite") e con meno amido, il che ha falsato i dati delle proteine e dei sali (Rita Acquistucci e Marina Carcea). Per il resto, i vegetali biologici sono nutrienti e gustosi come gli altri. Però più piccoli e con qualche traccia in più di sali. E sono davvero "privi di pesticidi"? Certo, mancano dieldrin, parathion e altri famigerati insetticidi "pesanti" del passato, molti dei quali cancerogeni. Ma questi mancano, da anni, anche nei cibi convenzionali ed economici dei supermercati. Anzi – ecco la "novità" davvero inquietante per il pubblico profano - in assenza della chimica dell’uomo, le piante sintetizzano per compensazione più pesticidi naturali propri, alcuni dei quali più persistenti, antinutritivi o cancerogeni di quelli artificiali. Una spia è l’aumento dei fenoli, come acido caffeico, clorogenico e catechine, che di per sé sono antiossidanti (quindi protettivi). Le susine bio ne avevano 70 anziché 42 milligrammi. Nel "biologico", quindi, anziché diminuire, aumentano i composti antinutritivi o tossici, insieme a quelli antiossidanti. Certi vegetali sono naturalmente tossici. Se una ditta inventasse il basilico oggi, con le nuove leggi restrittive e i nuovi protocolli industriali, troverebbe alla porta i carabinieri del Nas, con tanto di mitra spianati. In laboratorio, infatti, un solo grammo in peso secco di basilico, sia pure "biologico", con i suoi 3,8 milligrammi di estragolo è 25 volte più cancerogeno del benzene, secondo un sensazionale studio di Ames, Magaw e Swirsky Gold su Science. Carcinogenicità elevata hanno mostrato decine di altre molecole naturali presenti in insalate, frutti, legumi, tuberi e cereali, tra cui idrossigenistina e kempferolo. Le patate semiselvatiche (oggi diremmo "biologiche") in passato avevano un alto tenore di solanina, poi ridotta dal trattamento con pesticidi "umani". Lo stesso per il pomodoro. Ancora nel primo ‘900 una varietà rustica di fagioli Lima o "di Spagna", ricca di acido cianidrico – un altro pesticida naturale –, provocò in Europa un’epidemia di intossicazioni e numerosi morti. Altro che "cibi elettivi" della specie Uomo. "Le piante operano una selezione delle specie animali, uomo compreso", commenta il prof. Giuseppe Della Porta dell’Istituto europeo di oncologia di Milano. Per il biologo Walter Mertz, già direttore dei laboratori di Nutrizione umana del Dipartimento di agricoltura degli Stati Uniti a Beltsville (Maryland), ogni vegetale considerato "cibo" dall’uomo contiene migliaia di sostanze chimiche naturali. Sono saponine, agglutinine, inibitori delle proteasi, polifenoli, fitormoni, antibiotici, fibre, fitati, amine, indoli, tiocianati, glucosidi, alcaloidi, micotossine ecc. Tutti pesticidi veri e propri, contro funghi, insetti, bruchi e roditori. Ma anche contro l’uomo. La scienza distrugge, così, il mito del Paradiso terrestre. La natura non è "buona", come credono i cattolici e i marxisti. Ogni giorno un uomo medio, e ancor più un vegetariano, assume col cibo diecimila parti di pesticidi naturali contro una sola di pesticidi artificiali, fino a un totale di 1,5 grammi. Lo ha calcolato il celebre biochimico Bruce Ames, guru della ricerca e inventore del test della salmonella per la mutagenesi. Tutte sostanze innocue, perché ormai vi siamo "abituati", come ritengono l’uomo della strada e anche qualche medico? Macché. I pesticidi biologici sono mutageni o cancerogeni nel 45 per cento dei casi. E non si degradano subito come quelli artificiali, ma sono terribilmente persistenti. Per nostra fortuna, però, nelle piante ci sono anche molti composti antiossidanti e anti-cancro, che spesso prevalgono, come nella dieta mediterranea tradizionale. Se no, il genere umano sarebbe scomparso da tempo. Perciò la comunità scientifica è sempre stata scettica sul "biologico". Già aveva insospettito che i famosi epidemiologi Richard Doll e Robert Peto attribuissero ai cibi inquinati solo l’1-3 per cento dei tumori, e invece ben il 30-50 per cento alle diete errate. Negli Stati Uniti indizi sull’inconsistenza scientifica del "biologico" esistono fin dal 1990 (Omnis Committee). Nel 1995, dall’analisi di 3500 studi scientifici è emerso che tra le centinaia di alimenti rivelatisi preventivi o curativi in oltre 40 malattie, tumori compresi, nessuno era biologico, ma quasi tutti erano integrali, cioè consumati con la buccia (Manuale di terapie con gli alimenti, Oscar Mondadori, ed. 2000, pag.760). Anche per l’oncologo Umberto Veronesi, vegetariano, quella del "biologico" è una fisima senza fondamento, mentre porzioni abbondanti di verdure, frutta, legumi e cereali integrali costituiscono un reale prevenzione dai tumori.
E allora, se perfino
"i cibi protettivi e anticancro non sono altro che i normali alimenti
"inquinati" del supermercato", come ha osservato causticamente il prof.
Silvio Garattini, farmacologo e direttore scientifico dell’Istituto Mario
Negri di Milano, che cosa otrebbero offrire di più e di meglio i
cosiddetti alimenti "biologici"? Vale la pena acquistare un vegetale a
caro prezzo e talvolta non di prima qualità, con la speranza tutt’al più
di un nanogrammo di pesticidi in meno su diecimila? Insomma, "bio" è
logico? Ma come è iniziata questa rivoluzione copernicana? Da qualche anno la chimica degli antiparassitari è cambiata, grazie alle nuove legg e alla furbizia degli industriali. Al contrario di alcuni pesticidi naturali, nessuno dei nuovi composti si è rilevato in laboratorio della classe 1 o 2, cioè sicuramente cancerogeno per l’uomo. "Il loro rischio è molto limitato, perché sono più mirati ed efficaci a dosi minime. Alcuni sono stati creati copiando le molecole naturali", dice Della Porta, che è membro della Commissione di controllo della Sanità sui fitofarmaci. "Scienza e leggi hanno permesso minore tossicità, minore persistenza nel tempo, minori residui. Il rischio pesticidi oggi è inferiore su scala logaritmica, per esempio, ai rischi da sigaretta o da cattiva conservazione del cibo. Sempreché, s’intende, dosi e metodi corretti siano rispettati", conclude Della Porta. Un rischio analogo a quello dei pesticidi naturali. Talvolta inferiore. Il rotenone, pesticida naturale estratto da una radice, così come l’estratto di tabacco, usati in bioagricoltura, sono molto più tossici di certi fitofarmaci dell’ultima generazione. Eppure, grazie a un regolamento dell’allora ministro Pecoraro Scanio ("Norme di semplificazione"), oggi sono esenti da autorizzazioni. Vantaggi? Solo per gli agricoltori. Smentito a tavola, ad eccezione di carni, uova e latticini (gli animali non sintetizzano pesticidi), spiazzato dai nuovi fitofarmaci poco tossici, il biologico si prende, però, una piccola rivincita nella pratica agricola. Riduce il rischio di overdose per gli agricoltori durante l’irrorazione. Giova anche alla salute degli animali e alla qualità del terreno, almeno per qualche settimana. Infatti, l’esperimento sulle mele biologiche dello Stato di Washington riferito da Nature ha accertato un impatto ambientale minore di 6,2 volte rispetto all’agricoltura convenzionale. E la bioagricoltura si è dimostrata un affare, in termini di reddito. Nello studio Usa, pur con raccolti inferiori, sono bastati i prezzi di mercato più alti e i costi più bassi ad assicurare agli imprenditori margini di guadagno medio più elevati. La natura smentisce, in poche parole, che il cibo possa essere "anticapitalista". E se proprio il "bio"guarisce da qualche malattia, questa è la povertà. (Sor Giovanni, il farmacista di Bassano) - NICO VALERIO (nicovalerio@tin.it )
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