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LE NEWS
Aggiornamento 29 Ottobre 2004

Pronti ad entrare nell’era del “Taxing Fat”: Strategie discutibili per contenere il fenomeno “gl-obesità” - Si moltiplicano sempre più gli studi che trattano il tema della “gl-obesità”, ripresi con grande solerzia da telegiornali e magazine di vario genere pronti ad enfatizzare le dimensioni del problema proponendolo come uno dei più devastanti per la salute degli individui e delle casse statali. Praticamente tutti i governi dei paesi più sviluppati hanno predisposto piani per fronteggiare la calamità con gli strumenti più vari, alcuni dei quali destinati a colpire economicamente e socialmente gli stili di vita meno salutari. Il che potrebbe avere anche un senso se solo lo Stato non si accollasse l’impegno di sostenere i cittadini nelle cure sanitarie in cambio di una iper tassazione sui redditi delle famiglie. Invece lo Stato tutelare vuole mantenere inalterato il suo ruolo protettivo e in barba al rispetto delle libertà degli individui intende imporre comportamenti e consumi in base al proprio disegno per il raggiungimento del benessere collettivo.

Sono ormai evidenti i risvolti che la diffusione dell’obesità nei paesi sviluppati ha sull’industria alimentare. In una rivista specializzata del settore alimentare (Food Processing, luglio 2003) è apparso un lungo articolo dal titolo “Taxing Fat” che auspica un qualcosa che negli USA è divenuto realtà negli ultimi anni: in ben 17 stati americani è stata introdotta recentemente una tassa dell’1% sui prodotti ad alto contenuto di grasso, zucchero e carboidrati. La tassa, che viene applicata sul prezzo di vendita, colpisce soft drink, patatine fritte, barrette dolci e prodotti simili.

Questa tassa viene criticata sia in termini scientifici che pratici, visto che essa non suggerisce al consumatore come comportarsi in forma educativa, ma insiste nella logica folle di dividere gli alimenti buoni da quelli cattivi, criminalizzando in ordine sparso alcuni consumi e non affrontando il problema del sovrappeso nella giusta misura, che non può essere affrontato riconducendolo al troppo grasso o al troppo zucchero, ma alle troppe calorie.

Negli USA, paese dove il problema è più evidente e dove si dispone anche del maggior numero di dati che lo analizzano, negli ultimi 10 anni l’intero sistema agroalimentare ha accresciuto significativamente il totale delle calorie messe a disposizione per ogni singolo cittadino (mille in più in media per ogni cittadino secondo uno studio dell’USDA). Se a questo si associa il dato sull’attività fisica, che è diminuita del 50% durante lo stesso periodo di tempo (dati forniti dalla National Food Processors Association), il boom dell’obesità è presto spiegata come uno di quei fenomeni figli di troppo “benessere” senza una corrispondente crescita della coscienza civile e delle conoscenze nutritive da parte della popolazione.

A prescindere dalla reale rispondenza alla realtà di questi dati (non sarebbe il primo caso di indagini statistiche lacunose con risultati scientificamente contestabili), risulta evidente che sono aumentate negli anni le occasioni di consumo, con la globalizzazione dell’offerta che rende disponibile una crescente varietà di prodotti ed un crescente incentivo al consumo (l’industria ha alle spalle decenni di tecniche promozionali e pubblicitarie che hanno mutato le abitudini alimentari nei paesi più sviluppati). A questo punto è doveroso chiedersi come affrontare il problema, quali misure intraprendere per stimolare i cittadini ad un consumo più responsabile e ad una crescita sana. La strada imboccata dai principali governi dei paesi più sviluppati è quella più incomprensibile e inaccettabile, volendo con tassazioni e divieti imporre nuovi stili di vita, ritenendo che questo sia il percorso più ragionevole per infondere una cultura alimentare radicalmente diversa. Così l’Italia si segnala per la proposta del ministro Sirchia di assegnare ai ristoranti un fantomatico bollino blu, sinonimo di porzioni dimezzate per la gioia dei clienti. Difficile immaginare che questi locali possano riempirsi nel tempo, con l’effetto di mutare si le abitudini alimentari, ma semplicemente perché si preferirà organizzare cene a casa piuttosto che in locali che si fanno pagare un servizio dimezzato.

Del resto questa logica di operare è figlia di un processo in atto da molti anni, sostenuto da industrie nate per “risolvere problemi” (con l’obbligo di crearli prima) e organizzazioni che hanno portato alla diffusione di una marea di nuovi prodotti che promettono miracolosi effetti contro l’obesità ed alla diffusione del distorto concetto che la ragione di un proprio stile alimentare sbagliato è da attribuire a chi quelle tentazioni le crea, ovvero produttori di certi tipi di alimenti, fast food e simili. La moltiplicazione delle “class action”, cioè delle azioni penali contro produttori e distributori di alimenti considerati ad elevato contenuto di grasso e zuccheri, è il segno che la follia ha ormai contagiato anche questo ambito, con una schiera di specialisti legali pronti a tuffarsi nel proficuo business delle cause legali contro i colossi della produzione alimentare così come avvenuto già nel tabacco. Addirittura nel Massachussettes alcuni mesi fa si è tenuta la prima conferenza con la partecipazione di esperti legali e nutrizionisti, per esplorare come utilizzare al meglio l’azione legale per affrontare il problema dell’obesità. Il concetto che aggrega questi operatori è che gli alimenti prodotti e offerti al consumatore sono la causa del problema epidemiologico che produrrà molte più vittime delle sigarette.

In sostanza con la stessa lucida follia che ha spinto decine di organizzazioni a muovere clamorose ed esose azioni legali contro le multinazionali del tabacco, colpevoli di aver offerto un prodotto che danneggia la salute dei consumatori, Mc Donald’s e figli saranno chiamati a difendersi nei tribunali dall’accusa di essere responsabili delle abitudini alimentari sbagliate dei cittadini.

Ma a questo punto, in un raro momento di ragionevolezza, dovremmo chiederci come da un punto di vista scientifico un ristorante o un’industria possa essere responsabile della assenza di educazione alimentare, della mancanza di attività fisica, della predisposizione genetica ad ingrassare e ad essere colpiti da alcune malattie. Piuttosto i governi dovrebbero preoccuparsi di creare una seria cultura alimentare ed educare i cittadini, tutelandoli dal bombardamento di informazioni infondate e di dubbio valore divulgativo che piovono senza controllo dai media, sostenuti da aziende interessate al business piuttosto che al benessere della collettività. A testimonianza di questa “confusione indotta” ad arte, il susseguirsi di differenti teorie ed approcci nutrizionali da parte di esperti. I nutrizionisti, infatti, continuano a brancolare nel buio ed ognuno propone la propria ricetta scientifica. Negli anni ’80 si diffuse la convinzione che l’obesità si sarebbe potuta sconfiggere con un alto consumo di carboidrati ed una riduzione dei grassi. Ma dopo il boom dei prodotti light senza grasso e zuccheri e visti gli scarsi risultati prodotti, si è imposta una nuova teoria che prevede l’adozione di prodotti con un basso contenuto di carboidrati abbinato ad un limitato aumento di proteine. Così si stanno imponendo sul mercato una nuova categoria di alimenti cosiddetti low-carb con l’illusione di poter sconfiggere il male del secolo. Ma ancora una volta si ha il dubbio che non sia questa la strada giusta per un futuro più “leggero”.

Paolo Carotenuto   
www.legnostorto.com


Aggiornamento 12 Ottobre 2004

La scienza distrugge un mito: il cibo (anticapitalista) dell’eden - Ma "bio" è logico? Se è vegetale, no. "Non solo Dio non esiste - direbbe Woody Allen - ma anche il cibo biologico è un bluff". La censura pubblicitaria e l’ignoranza dei giornalisti italiani, che spesso trattano le notizie scientifiche senza conoscere l’abc della biologia, impediscono di gridarlo in tv e sulla stampa (però siamo riusciti a farlo uscire su "Panorama" e "La Macchina del Tempo", sia pure litigando con le redazione e senza essere pagati…cose che accadono solo in Italia). Perché oggi il "biologico" è un grande affare, e per di più un affare "di sinistra", quindi "politicamente corretto". Un articolo del genere, per esempio, sarebbe impossibile farlo uscire sulla Repubblica, e perfino sul Corriere della Sera. Il che la dice lunga su come le notizie scientifiche siano trattate dai giornali italiani.

Secondo varie ricerche, in Italia e negli Stati Uniti, è provato che i vegetali "biologici" venduti a caro prezzo (anche il 300 per cento in più) nei negozi specializzati non hanno "più vitamine", non sono "più nutrienti", né "più sani", né "più curativi" di quelli normali del supermercato. Anzi, oggi, paradossalmente, è quasi il contrario. Perché hanno insetticidi naturali più abbondanti, persistenti e talvolta più cancerogeni di quelli irrorati dall’uomo. La solita truffa? No, è madre natura, troppo spesso ignorata da coloro che la strumentalizzano a fini politici (Verdi) o economici. Ed è noto che la sinistra, che ha un passato povero, quando si dà agli affari è peggio di Attila. Secondo altri studi, anche la presunta superiorità protettiva e tossicologica di frutta, verdura, legumi e cereali "bio" sarebbe solo una diffusa leggenda.
Il primo rapporto del Progetto finalizzato "Determinanti di qualità dei prodotti dell’agricoltura biologica" coordinato dall’Istituto di ricerca sugli alimenti, prova che il contenuto di frutta (pesche, pere, susine, mele) e cereali (frumento duro e tenero) coltivati senza antiparassitari e con le più progredite tecniche biologiche, è del tutto simile a quello degli alimenti convenzionali. A conclusioni analoghe è giunto il Department of Crop and Soil Sciences della Washington State University in uno studio - pubblicato da "Nature" - sulle mele biologiche, a cura di John P. Reganold.

Le pesche bio hanno mostrato, è vero, più beta-carotene di quelle comuni (93 contro 49 microgrammi), ma le susine bio ne hanno di meno, solo 68 anziché 107. La vitamina C era quasi pari nei due tipi di pesche, più alta nelle pere bio, ma più bassa nelle susine bio. "Dati contrastanti o non significativi", è stato in sintesi il commento di Emilia Carnovale, responsabile del sotto-progetto nutrizionale. Le colture erano state curate dall’Istituto sperimentale di frutticoltura (Roma), dal Centro per l’incremento agricolo della Lombardia (Pavia), e dall’Università della Tuscia (Viterbo).

Talvolta nei frutti bio c’è qualche traccia in più di zucchero (fruttosio e sorbitolo). Nelle pesche italiane 5,9 invece di 5,2 grammi. Secondo la Carnovale, ciò è dovuto in realtà "al tipo di fertilizzazione del terreno e al grado di maturazione". Sono state trovate anche meno fibre. I chicchi di cereali erano più piccoli ("cariossidi striminzite") e con meno amido, il che ha falsato i dati delle proteine e dei sali (Rita Acquistucci e Marina Carcea). Per il resto, i vegetali biologici sono nutrienti e gustosi come gli altri. Però più piccoli e con qualche traccia in più di sali.

E sono davvero "privi di pesticidi"? Certo, mancano dieldrin, parathion e altri famigerati insetticidi "pesanti" del passato, molti dei quali cancerogeni. Ma questi mancano, da anni, anche nei cibi convenzionali ed economici dei supermercati. Anzi – ecco la "novità" davvero inquietante per il pubblico profano - in assenza della chimica dell’uomo, le piante sintetizzano per compensazione più pesticidi naturali propri, alcuni dei quali più persistenti, antinutritivi o cancerogeni di quelli artificiali. Una spia è l’aumento dei fenoli, come acido caffeico, clorogenico e catechine, che di per sé sono antiossidanti (quindi protettivi). Le susine bio ne avevano 70 anziché 42 milligrammi. Nel "biologico", quindi, anziché diminuire, aumentano i composti antinutritivi o tossici, insieme a quelli antiossidanti.

Certi vegetali sono naturalmente tossici. Se una ditta inventasse il basilico oggi, con le nuove leggi restrittive e i nuovi protocolli industriali, troverebbe alla porta i carabinieri del Nas, con tanto di mitra spianati. In laboratorio, infatti, un solo grammo in peso secco di basilico, sia pure "biologico", con i suoi 3,8 milligrammi di estragolo è 25 volte più cancerogeno del benzene, secondo un sensazionale studio di Ames, Magaw e Swirsky Gold su Science. Carcinogenicità elevata hanno mostrato decine di altre molecole naturali presenti in insalate, frutti, legumi, tuberi e cereali, tra cui idrossigenistina e kempferolo. Le patate semiselvatiche (oggi diremmo "biologiche") in passato avevano un alto tenore di solanina, poi ridotta dal trattamento con pesticidi "umani". Lo stesso per il pomodoro. Ancora nel primo ‘900 una varietà rustica di fagioli Lima o "di Spagna", ricca di acido cianidrico – un altro pesticida naturale –, provocò in Europa un’epidemia di intossicazioni e numerosi morti.

Altro che "cibi elettivi" della specie Uomo. "Le piante operano una selezione delle specie animali, uomo compreso", commenta il prof. Giuseppe Della Porta dell’Istituto europeo di oncologia di Milano. Per il biologo Walter Mertz, già direttore dei laboratori di Nutrizione umana del Dipartimento di agricoltura degli Stati Uniti a Beltsville (Maryland), ogni vegetale considerato "cibo" dall’uomo contiene migliaia di sostanze chimiche naturali. Sono saponine, agglutinine, inibitori delle proteasi, polifenoli, fitormoni, antibiotici, fibre, fitati, amine, indoli, tiocianati, glucosidi, alcaloidi, micotossine ecc. Tutti pesticidi veri e propri, contro funghi, insetti, bruchi e roditori. Ma anche contro l’uomo. La scienza distrugge, così, il mito del Paradiso terrestre.

La natura non è "buona", come credono i cattolici e i marxisti. Ogni giorno un uomo medio, e ancor più un vegetariano, assume col cibo diecimila parti di pesticidi naturali contro una sola di pesticidi artificiali, fino a un totale di 1,5 grammi. Lo ha calcolato il celebre biochimico Bruce Ames, guru della ricerca e inventore del test della salmonella per la mutagenesi. Tutte sostanze innocue, perché ormai vi siamo "abituati", come ritengono l’uomo della strada e anche qualche medico? Macché. I pesticidi biologici sono mutageni o cancerogeni nel 45 per cento dei casi. E non si degradano subito come quelli artificiali, ma sono terribilmente persistenti. Per nostra fortuna, però, nelle piante ci sono anche molti composti antiossidanti e anti-cancro, che spesso prevalgono, come nella dieta mediterranea tradizionale. Se no, il genere umano sarebbe scomparso da tempo.

Perciò la comunità scientifica è sempre stata scettica sul "biologico". Già aveva insospettito che i famosi epidemiologi Richard Doll e Robert Peto attribuissero ai cibi inquinati solo l’1-3 per cento dei tumori, e invece ben il 30-50 per cento alle diete errate. Negli Stati Uniti indizi sull’inconsistenza scientifica del "biologico" esistono fin dal 1990 (Omnis Committee). Nel 1995, dall’analisi di 3500 studi scientifici è emerso che tra le centinaia di alimenti rivelatisi preventivi o curativi in oltre 40 malattie, tumori compresi, nessuno era biologico, ma quasi tutti erano integrali, cioè consumati con la buccia (Manuale di terapie con gli alimenti, Oscar Mondadori, ed. 2000, pag.760). Anche per l’oncologo Umberto Veronesi, vegetariano, quella del "biologico" è una fisima senza fondamento, mentre porzioni abbondanti di verdure, frutta, legumi e cereali integrali costituiscono un reale prevenzione dai tumori.

E allora, se perfino "i cibi protettivi e anticancro non sono altro che i normali alimenti "inquinati" del supermercato", come ha osservato causticamente il prof. Silvio Garattini, farmacologo e direttore scientifico dell’Istituto Mario Negri di Milano, che cosa otrebbero offrire di più e di meglio i cosiddetti alimenti "biologici"? Vale la pena acquistare un vegetale a caro prezzo e talvolta non di prima qualità, con la speranza tutt’al più di un nanogrammo di pesticidi in meno su diecimila? Insomma, "bio" è logico?
Ecco perché già nel 1991 le autorità di Bruxelles nel regolamento 2092 sul commercio del cibo biologico hanno stabilito che "nell’etichettatura o nella pubblicità non possono essere contenute affermazioni che suggeriscano all’acquirente che l’indicazione di prodotto biologico costituisca una garanzia di qualità organolettica, nutritiva o sanitaria superiore".

Ma come è iniziata questa rivoluzione copernicana? Da qualche anno la chimica degli antiparassitari è cambiata, grazie alle nuove legg e alla furbizia degli industriali. Al contrario di alcuni pesticidi naturali, nessuno dei nuovi composti si è rilevato in laboratorio della classe 1 o 2, cioè sicuramente cancerogeno per l’uomo. "Il loro rischio è molto limitato, perché sono più mirati ed efficaci a dosi minime. Alcuni sono stati creati copiando le molecole naturali", dice Della Porta, che è membro della Commissione di controllo della Sanità sui fitofarmaci. "Scienza e leggi hanno permesso minore tossicità, minore persistenza nel tempo, minori residui. Il rischio pesticidi oggi è inferiore su scala logaritmica, per esempio, ai rischi da sigaretta o da cattiva conservazione del cibo. Sempreché, s’intende, dosi e metodi corretti siano rispettati", conclude Della Porta. Un rischio analogo a quello dei pesticidi naturali. Talvolta inferiore. Il rotenone, pesticida naturale estratto da una radice, così come l’estratto di tabacco, usati in bioagricoltura, sono molto più tossici di certi fitofarmaci dell’ultima generazione. Eppure, grazie a un regolamento dell’allora ministro Pecoraro Scanio ("Norme di semplificazione"), oggi sono esenti da autorizzazioni.

Vantaggi? Solo per gli agricoltori. Smentito a tavola, ad eccezione di carni, uova e latticini (gli animali non sintetizzano pesticidi), spiazzato dai nuovi fitofarmaci poco tossici, il biologico si prende, però, una piccola rivincita nella pratica agricola. Riduce il rischio di overdose per gli agricoltori durante l’irrorazione. Giova anche alla salute degli animali e alla qualità del terreno, almeno per qualche settimana. Infatti, l’esperimento sulle mele biologiche dello Stato di Washington riferito da Nature ha accertato un impatto ambientale minore di 6,2 volte rispetto all’agricoltura convenzionale. E la bioagricoltura si è dimostrata un affare, in termini di reddito. Nello studio Usa, pur con raccolti inferiori, sono bastati i prezzi di mercato più alti e i costi più bassi ad assicurare agli imprenditori margini di guadagno medio più elevati. La natura smentisce, in poche parole, che il cibo possa essere "anticapitalista". E se proprio il "bio"guarisce da qualche malattia, questa è la povertà. (Sor Giovanni, il farmacista di Bassano) - NICO VALERIO (nicovalerio@tin.it )

La Cdl vieta tutto - “La commissione Giustizia del Senato ha approvato in sede referente una legge che inasprisce le pene per i graffitari. Previsti un mese e mezzo di detenzione domiciliare per chi fa scritte su muri, metropolitane e panchine dei parchi”. Il governo della Casa delle Libertà non riesce a introdurre nessun nuova libertà, continua a girare a vuoto sulle cose importanti, e come se non bastasse immagina di recuperare voti vietando e arrestando a destra e manca. Dagli Usa una lezione: la mitica Nancy e Ronald Jr., moglie e figlio dell’ex presidente Reagan, parteciperanno alla convention democratica di Boston e faranno campagna elettorale per Kerry. Così spiega il figlio di Reagan in tv: “Voterò per chiunque sia in grado di sconfiggere Bush. La mia è una scelta apolitica, ma voglio protestare contro i divieti di Bush alla ricerca sulle cellule staminali, ricerche che avrebbero potuto aiutare mio padre e milioni di malati in America e nel mondo”. I Reagan assomigliano a tanti italiani, che certo non sono diventati “di sinistra”, ma vogliono una destra più moderna. - Valerio Fioravanti - L'Opinione http://www.opinione.it/articolo.asp?ID=3261&Sezione=Corsivi

http://www.apogeonline.com/webzine/2004/06/09/01/200406090101>

Nuovo smacco alle libertà dal governo liberale - La contestata legge sul web voluta dal ministro Urbani - Da tempo ci raccontiamo della grossa occasione persa con questa Governo, dell’illusione di poter vedere attuata una politica che fosse in qualche modo vagamente ispirata a principi di matrice liberale. Così come con Forza Italia si è dissolto il sogno di un partito liberale di massa, con l’esecutivo è sempre più tangibile una politica votata all’assistenzialismo e ad un capitalismo malato e distorto che ha permesso a pochi soggetti privati di affermarsi, con il sostegno dello Stato italiano e delle sue politiche economiche. Ma quel che più sconcerta è il dover annoverare una lunga serie di provvedimenti che si sono susseguiti in questi anni e indirizzati a limitare le libertà dei singoli entro misure inaccettabili. L’ultima in ordine di tempo è stata la norma voluta dal ministro Urbani che sembra voler imbavagliare la rete e le migliaia di voci spontanee sorte con l’intento di comunicare e informare.

Lo scorso mese, infatti, oltre all’inasprimento delle sanzioni contro i consumatori che scaricano in modo illegale file audiovisivi dalla rete per uso personale (1.500 euro l’ammenda da pagare, oltre alla confisca degli strumenti e del materiale, con la pubblicazione del provvedimento su un giornale a diffusione nazionale e su un periodico specializzato), e che meriterebbe già di per sé l’apertura di un dibattito serio teso a tutelare il diritto d’autore, è stata approvata anche una legge che apparentemente richiede il deposito legale obbligatorio di una copia di tutti i siti web.

Inizialmente la proposta appariva così paradossale e improbabile che si è diffusa in rete la leggenda che si trattasse di una delle tante bufale che circolano e si diffondono a macchia d’olio con le classiche catene di Sant’Antonio spontanee che coinvolgono quotidianamente milioni di utenti. La legge in realtà esiste ed è datata 15 aprile 2004: è la 106/2004, intitolata “Norme relative al deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico” e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 98 del 27 aprile 2004, in vigore dallo scorso 12 maggio. La legge prevede un deposito obbligatorio, denominato “deposito legale”, dei “documenti destinati all’uso pubblico e fruibili mediante la lettura, l’ascolto e la visione, qualunque sia il loro processo tecnico di produzione, di edizione o di diffusione”, allo scopo di costituire l’archivio nazionale e regionale della produzione editoriale. Rientrano nell'obbligo i documenti "prodotti totalmente o parzialmente in Italia, offerti in vendita o altrimenti distribuiti e comunque non diffusi in ambito esclusivamente privato". Sono inclusi anche i documenti pubblicati su Internet, e in particolare "documenti diffusi su supporto informatico" e "documenti diffusi tramite rete informatica".

A questo punto è lecito provare a comprendere qualcosa di più del freddo dettato legislativo. Cosa si intende per documenti, visto che con questo termine si può considerare tutto e il contrario di tutto. Un sito web è costituito di documenti, essendo composto da pagine, testo e immagini, così come un libro. E la legge cita esplicitamente che fra i soggetti obbligati ci sono anche "l'editore o comunque il responsabile della pubblicazione, sia persona fisica che giuridica" e "il produttore o il distributore di documenti non librari o di prodotti editoriali similari". Insomma pare di capire che “tutti” gli autori di siti web debbano depositare copia dei propri siti, compresi i siti amatoriali che contengono semplicemente testi personali, blog e foto personali.

Che la legge sia inapplicabile e che molto probabilmente sarà destinata a naufragare, visto che l’articolo 5 prevede un regolamento attuativo, da emanare "entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge", che verrà redatto dopo aver consultato "le associazioni di categoria interessate", e che difficilmente troverà la luce, disinnescando la legge stessa, è un dato di fatto, ma è importante sottolineare criticamente quanti si siano prodigati per realizzare una norma così astrusa ed enigmatica lasciando intendere dilettantismo e superficialità nell’affrontare un tema tanto complesso quale è internet. Immaginate milioni di utenti rispettosi delle leggi dello Stato, protesi ad inviare copie dei propri siti, e successivamente gli aggiornamenti dello stesso, inondando le centrali di raccolta dei materiali. Un caos. E immaginate anche la determinazione delle sanzioni per chi, autore di un blog personale, dovesse contravvenire al rispetto della legge, obbligato a pagare una sanzione che è, seguendo quanto indicato dall’articolo 7, pari al “valore commerciale del documento, aumentato da tre a quindici volte”. Un sito che difficilmente ha un valore commerciale quantificabile e che è praticamente nullo.

Insomma, siamo dinanzi ad una lunga serie di paradossali norme che non fanno altro che contribuire a generare ulteriore confusione, trasmettendo solo un atteggiamento intimidatorio verso quanti hanno scelto questo strumento per comunicare e interagire con il prossimo nella grossa piazza virtuale che è internet. Noi siamo tra questi, ci auguriamo che un domani la nostra piccola e libera voce non debba fare i conti con l’ignoranza e la stupidità di una simile norma. Nel frattempo siamo rinfrancati nell’apprendere che numerosi esponenti della maggioranza si sono immediatamente mossi per preannunciare prossimi e sostanziali cambiamenti alla legge da parte dell’esecutivo stesso. A noi non resta che aspettare e “vigilare”.

APPROFONDIMENTI:
Legge 21 maggio 2004, n. 128 - http://www.parlamento.it/parlam/leggi/04128l.htm
Decreto Urbani, niente galera per chi scarica? di Paolo Attivissimo - http://www.apogeonline.com/webzine/2004/06/09/01/200406090101