La scorrettezza politica dell'onestà intellettuale 
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Non è il compito dello stato libero e democratico cambiare o condizionare il comportamento dei cittadini che, in tale regime, sono lo stato. Tale invece è il compito dello stato totalitario - in qualsiasi guisa si manifesti - perché esso ha sempre considerato il popolo immaturo per la libertà e l'autodeterminazione - e per la creatività, tolleranza e diversità che derivano da esse.
 
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Aggiornamento 3 Luglio 2005

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Il fumo fa sempre utili - Consumi in crescita in Cina, India e Russia: i nuovi mercati d'oro per il tabacco - Le campagne antifumo non stroncano l'industria del tabacco. Nonostante il numero di fumatori sia in leggera diminuzione nei paesi industrializzati, il comparto sta vivendo un vero e proprio boom sui mercati azionari. La ragione? Mentre nei paesi "occidentali" le vendite sono calate per effetto dei divieti che ormai impediscono di fumare un po' ovunque, mercati come Cina, India e Russia presentano tassi di crescita a due cifre. E negli ultimi 12 mesi le azioni del comparto hanno sovraperformato del 30% i listini. I titoli su cui puntare? Gli esperti di Jyske Bank giudicano buy le azioni Altria con prezzo obiettivo a 75 dollari entro l'anno. Positiva anche la valutazione della concorrente britannica Bat che per gli analisti di Goldman Sachs è un overweight con prezzo obiettivo a 1.040 pence. E gli esperti della casa americana sono ottimisti anche su Imperial Tobacco, promossa a outperform dopo i risultati del primo trimestre. (s.r.) - Fonte: Economy Panorama
 

Il gioco senza fumo diventa d'azzardo - I casinò italiani stanno fronteggiando una vera e propria débàcle, a partire da Sanremo dove gli ingressi sono stati poco più di 18mila, oltre 5mila in meno rispetto al 2004, e gli incassi sono scesi da 6,1 a 3,4 milioni. Il consiglio d'amministrazione del casinò ha notato che la sensibile contrazione degli ingressi è stata contestuale all'introduzione delle norme di divieto di fumo all'interno delle sale da gioco. - Fonte: Economy


Gli ambientalisti nei panni dei cattivi. Finalmente - di B. Della Vedova (dal Corriere Economia), segnalato da Il Legno Storto.

“Il surriscaldamento globale è l’aumento della temperatura della superficie del globo causato dall’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera dovuto all’uso dei combustibili fossili” oppure “il surriscaldamento globale è la teoria secondo la quale etc etc....”? In questa apparente variazione sul tema si racchiude lo scontro culturale tra ambientalisti “fondamentalisti” e ambientalisti “realisti” che costituisce l’ambientazione del best seller “Stato di paura” di Michael Crichton, l’autore di “Jurassic Park”. Nelle oltre 600 pagine di questo giallo avvincente - e decisamente politically uncorrect - si assiste a verosimili e serrate discussioni sui reali fondamenti scientifici dei principali capisaldi dell’ambientalismo. A partire da quello più in voga, il cosiddetto “effetto serra”.

Nella trama della fiction una organizzazione ambientalista prende il posto abitualmente assegnato alle multinazionali, cioè quello del “cattivo” che manipola l’informazione ed è disposto a provocare catastrofi e morti pur di avvalorare le tesi su cui si fonda la propria capacità di attrarre finanziatori e finanziamenti. Ambientalisti e politici sempre interessati ad espandere il proprio raggio di azione fonderebbero il loro consenso, nella ricostruzione di Crichton, su uno “stato di paura” senza oggettivi riscontri nella investigazione scientifica. L’autore inframmezza la narrazione di fantasia con una copiosa dose di dati e grafici presi dalla letteratura scientifica.

“Stato di paura” finisce per rappresentare una versione divulgativa de ”L'ambientalista scettico” di Bjorn Lomborg, l’ex attivista di Greenpace che ha cercato di dimostrare come, dati alla mano, molti dei miti dell’ambientalismo siano nient’altro che falsi miti. Compreso quello del surriscaldamento del pianeta e delle sue cause.
Per quanto riguarda l’effetto serra, infatti, nonostante il grande consenso che questa tesi ha acquisito in Europa e in buona parte del mondo, molti scienziati ammoniscono che i dati in nostro possesso non consentono né di affermare che sia effettivamente in atto un surriscaldamento del globo né che l’aumento della CO2 in atmosfera ad opera dell’uomo possa influire in modo significativo sulla temperatura terrestre.

Del successo nelle librerie di mezzo mondo dell’ultima fatica di Crichton saranno contrariate tanto le associazioni ambientaliste quanto i Governi, compreso quello italiano, che hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas ad effetto serra, convinti del pieno e “naturale” appoggio degli elettori. Con un moto di soddisfazione avranno invece accolto “Stato di paura” a Washington, dal momento che l’Amministrazione americana si è rifiutata di sottoscrivere il suddetto protocollo.

Una dimensione catastrofista e millenarista è certamente presente in buona parte della cultura dell’ambientalismo militante, che spesso cede alla tentazione di acquisire consenso toccando le corde dell’emozione più che quelle della razionalità. Da questo punto di vista, al di là dell’immaginifica descrizione fatta da Crichton di una “spectre” ambientalista, un clima di stucchevole conformismo spesso accompagna la discussione politica sui temi ambientali.

Proprio il caso del protocollo di Kyoto né è stata una dimostrazione, almeno in Europa: da una parte i buoni europei pronti al sacrificio pur di ridurre drasticamente e per decreto le emissioni da combustibili fossili, dall’altra i cattivi americani, cinici ed insensibili ai destini del pianeta. Al di là dell’interesse delle ex “sette sorelle” del petrolio e della loro influenza sulla dinastia di petrolieri cui appartiene George W. Bush, sarebbe bene non perdere mai la bussola del dubbio. Ed in questo caso di dubbi che ne sono molti, ivi compreso quello della razionalità di un gigantesco sforzo economico - il costo dell’abbattimento delle emissioni - in vista di un risultato sulla temperatura terrestre che anche le stime più ottimistiche descrivono marginale. Perché non usare in questo caso l’altrimenti abusato “principio di precauzione”? Perché non chiedersi se vale davvero la pena di destinare ingenti risorse in progetti così drastici - e probabilmente destinati al velleitarismo - che rischiano di penalizzare le nostre economie in vista di risultati prevedibilmente insignificanti? Ciò non significa che, fuori da riflessi ideologici e “autopunitivi”, l’occidente industrializzato non debba proseguire sul terreno della riduzione dell’intensità energetica delle proprie produzioni, non debba insistere nella ricerca e nell’applicazione di tecnologie che non prevedano l’emissione di CO2 e non debba porsi come questione strategica la messa a disposizione dei paesi in via di industrializzazione delle migliori e più efficienti tecnologie di utilizzo dei combustibili fossili.

Un ambientalismo non viziato dalla paura non solo è possibile, ma è necessario.
www.benedettodellavedova.com


Gli affari del terrorismo ecologico - di Sergio Travaglia, segnalato La Lista del Giornale

Ha recentemente destato una certa attenzione il libro di Michael Crichton «Stato di paura», che contesta sostanzialmente le tesi catastrofiche degli ambientalisti. La tesi di Crichton è che i poteri forti al governo hanno bisogno, per esercitare con sicurezza il loro potere, di instillare nei sudditi uno «stato di paura» che «sterilizzi» la capacità di pensare e di creare quindi grattacapi ai governanti.
Crichton circoscrive la sua analisi a tempi assolutamente moderni e localizza nella caduta del muro di Berlino (1989) l'inizio del moderno «stato di paura». Con la caduta del muro, la paura reciproca e paralizzante del blocco occidentale e orientale era venuta a cadere e, con essa, la fine della minaccia nucleare e la gente tornava libera di pensare. Fu allora che i poteri forti negli Usa avvertirono il «vuoto di paura» che si andava creando e lanciarono nella mischia il missile dell'ambientalismo terroristico.

A dire il vero, le basi dell'ambientalismo terroristico furono gettate prima della caduta del muro di Berlino, con la fondamentale pubblicazione nel 1972 della raccolta di fandonie sponsorizzate dal Club di Roma sotto il titolo «I limiti dello sviluppo». Tra le perle di questa pubblicazione tradotta in venti lingue e «madre di tutti i terrorismi», vanno ricordate le seguenti: l'oro sarebbe finito entro il 1981, lo zinco entro il 1990, il petrolio entro il 1992, il piombo, il rame ed il metano sarebbero finiti entro il 1993.
Al gioiello del Club di Roma seguì nel 1980 la gemma del presidente americano Carter, sponsor di un rapporto che preannunciava come entro il 2000 il mondo sarebbe precipitato nella carestia, avrebbe assistito all'esaurimento delle risorse naturali e all'esplosione delle nascite.

Cui prodest?» il terrorismo ecologico? Negli Usa sono centocinquanta le organizzazioni ambientalistiche (alimentate da sponsor generosi) che hanno denunciato nel 2002 un reddito di oltre 5 milioni di dollari con punte fino a 900 milioni di dollari, con patrimoni che possono andare oltre i 3 miliardi di dollari.
La numerosità degli spunti terroristici sfornati dalle centrali ecologistiche, di volta in volta cavalcati e poi abbandonati per noia o palese futilità, è talmente rilevante, a parte qualche eccezione fondata, da rasentare il ridicolo: biodiversità a rischio, buco nell'ozono, clonazione, contaminazione falde acquifere, deglaciazione, desertificazione, dissesto idrogeologico, distruzione ecosistemi, effetto serra, el Niño, erosione delle coste, farine animali, fumo passivo, innalzamento dei mari, inquinamento elettromagnetico, surriscaldamento del globo, virus polli, cementificazione, deforestazione, etc.

In conclusione un ammasso di punti eterogenei di cui ben pochi scientificamente fondati e quindi degni di attenzione e molti semplicemente legati all'emozione del momento o alla fisiologica e millenaria evoluzione del globo terrestre e ai relativi assestamenti. In tema di cementificazione, per esempio, va rilevato che essa coinvolge soltanto lo 0.35 per cento della superficie del pianeta. Per quanto riguarda poi la deforestazione va ricordato che la stessa è bilanciata da un'operazione opposta, la riforestazione, sempre dolosamente ignorata dagli ecologisti.
Consideriamo un ultimo elemento di colore: le targhe sempre più sbiadite e anacronistiche dei «Comuni denuclearizzati». Rappresentano oggi soltanto un'immagine malinconica: quella del declino dell'industria italiana strangolata dall'alto prezzo dell'energia (spesso di origine nucleare) acquistata all'estero e di cui a suo tempo fu cancellata frettolosamente e surrettiziamente la produzione nazionale con la distruzione della relativa cultura tecnica.

Il Giornale, 5 Giugno 2005


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