Il fumo fa sempre utili - Consumi in crescita in
Cina, India e Russia: i nuovi mercati d'oro per il tabacco
- Le campagne antifumo non stroncano l'industria del tabacco.
Nonostante il numero di fumatori sia in leggera diminuzione nei
paesi industrializzati, il comparto sta vivendo un vero e proprio
boom sui mercati azionari. La ragione? Mentre nei paesi
"occidentali" le vendite sono calate per effetto dei divieti che
ormai impediscono di fumare un po' ovunque, mercati come Cina, India
e Russia presentano tassi di crescita a due cifre. E negli ultimi 12
mesi le azioni del comparto hanno sovraperformato del 30% i listini.
I titoli su cui puntare? Gli esperti di Jyske Bank giudicano buy le
azioni Altria con prezzo obiettivo a 75 dollari entro l'anno.
Positiva anche la valutazione della concorrente britannica Bat che
per gli analisti di Goldman Sachs è un overweight con prezzo
obiettivo a 1.040 pence. E gli esperti della casa americana sono
ottimisti anche su Imperial Tobacco, promossa a outperform dopo i
risultati del primo trimestre. (s.r.) -
Fonte: Economy Panorama
Il gioco senza fumo diventa d'azzardo
- I casinò italiani stanno fronteggiando una vera e propria débàcle,
a partire da Sanremo dove gli ingressi sono stati poco più di
18mila, oltre 5mila in meno rispetto al 2004, e gli incassi sono
scesi da 6,1 a 3,4 milioni. Il consiglio d'amministrazione del
casinò ha notato che la sensibile contrazione degli ingressi è stata
contestuale all'introduzione delle norme di divieto di fumo
all'interno delle sale da gioco. - Fonte:
Economy
Gli ambientalisti nei panni dei cattivi. Finalmente
- di B. Della Vedova (dal Corriere Economia), segnalato da
Il Legno Storto.
“Il surriscaldamento globale è l’aumento della temperatura della
superficie del globo causato dall’eccesso di anidride carbonica
nell’atmosfera dovuto all’uso dei combustibili fossili” oppure “il
surriscaldamento globale è la teoria secondo la quale etc etc....”?
In questa apparente variazione sul tema si racchiude lo scontro
culturale tra ambientalisti “fondamentalisti” e ambientalisti
“realisti” che costituisce l’ambientazione del best seller “Stato di
paura” di Michael Crichton, l’autore di “Jurassic Park”. Nelle oltre
600 pagine di questo giallo avvincente - e decisamente politically
uncorrect - si assiste a verosimili e serrate discussioni sui reali
fondamenti scientifici dei principali capisaldi dell’ambientalismo.
A partire da quello più in voga, il cosiddetto “effetto serra”.
Nella trama della fiction una organizzazione ambientalista prende il
posto abitualmente assegnato alle multinazionali, cioè quello del
“cattivo” che manipola l’informazione ed è disposto a provocare
catastrofi e morti pur di avvalorare le tesi su cui si fonda la
propria capacità di attrarre finanziatori e finanziamenti.
Ambientalisti e politici sempre interessati ad espandere il proprio
raggio di azione fonderebbero il loro consenso, nella ricostruzione
di Crichton, su uno “stato di paura” senza oggettivi riscontri nella
investigazione scientifica. L’autore inframmezza la narrazione di
fantasia con una copiosa dose di dati e grafici presi dalla
letteratura scientifica.
“Stato di paura” finisce per rappresentare una versione divulgativa
de ”L'ambientalista scettico” di Bjorn Lomborg, l’ex attivista di
Greenpace che ha cercato di dimostrare come, dati alla mano, molti
dei miti dell’ambientalismo siano nient’altro che falsi miti.
Compreso quello del surriscaldamento del pianeta e delle sue cause.
Per quanto riguarda l’effetto serra, infatti, nonostante il grande
consenso che questa tesi ha acquisito in Europa e in buona parte del
mondo, molti scienziati ammoniscono che i dati in nostro possesso
non consentono né di affermare che sia effettivamente in atto un
surriscaldamento del globo né che l’aumento della CO2 in atmosfera
ad opera dell’uomo possa influire in modo significativo sulla
temperatura terrestre.
Del successo nelle librerie di mezzo mondo dell’ultima fatica di
Crichton saranno contrariate tanto le associazioni ambientaliste
quanto i Governi, compreso quello italiano, che hanno sottoscritto
il protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas ad effetto serra,
convinti del pieno e “naturale” appoggio degli elettori. Con un moto
di soddisfazione avranno invece accolto “Stato di paura” a
Washington, dal momento che l’Amministrazione americana si è
rifiutata di sottoscrivere il suddetto protocollo.
Una dimensione catastrofista e millenarista è certamente presente in
buona parte della cultura dell’ambientalismo militante, che spesso
cede alla tentazione di acquisire consenso toccando le corde
dell’emozione più che quelle della razionalità. Da questo punto di
vista, al di là dell’immaginifica descrizione fatta da Crichton di
una “spectre” ambientalista, un clima di stucchevole conformismo
spesso accompagna la discussione politica sui temi ambientali.
Proprio il caso del protocollo di
Kyoto né è stata una dimostrazione, almeno in Europa: da una parte i
buoni europei pronti al sacrificio pur di ridurre drasticamente e
per decreto le emissioni da combustibili fossili, dall’altra i
cattivi americani, cinici ed insensibili ai destini del pianeta. Al
di là dell’interesse delle ex “sette sorelle” del petrolio e della
loro influenza sulla dinastia di petrolieri cui appartiene George W.
Bush, sarebbe bene non perdere mai la bussola del dubbio. Ed in
questo caso di dubbi che ne sono molti, ivi compreso quello della
razionalità di un gigantesco sforzo economico - il costo
dell’abbattimento delle emissioni - in vista di un risultato sulla
temperatura terrestre che anche le stime più ottimistiche descrivono
marginale. Perché non usare in questo caso l’altrimenti abusato
“principio di precauzione”? Perché non chiedersi se vale davvero la
pena di destinare ingenti risorse in progetti così drastici - e
probabilmente destinati al velleitarismo - che rischiano di
penalizzare le nostre economie in vista di risultati prevedibilmente
insignificanti? Ciò non significa che, fuori da riflessi ideologici
e “autopunitivi”, l’occidente industrializzato non debba proseguire
sul terreno della riduzione dell’intensità energetica delle proprie
produzioni, non debba insistere nella ricerca e nell’applicazione di
tecnologie che non prevedano l’emissione di CO2 e non debba porsi
come questione strategica la messa a disposizione dei paesi in via
di industrializzazione delle migliori e più efficienti tecnologie di
utilizzo dei combustibili fossili.
Un ambientalismo non viziato dalla
paura non solo è possibile, ma è necessario.
www.benedettodellavedova.com
Gli affari del terrorismo ecologico
- di Sergio Travaglia, segnalato La Lista del Giornale
Ha recentemente destato una certa
attenzione il libro di Michael Crichton «Stato di paura», che
contesta sostanzialmente le tesi catastrofiche degli ambientalisti.
La tesi di Crichton è che i poteri forti al governo hanno bisogno,
per esercitare con sicurezza il loro potere, di instillare nei
sudditi uno «stato di paura» che «sterilizzi» la capacità di pensare
e di creare quindi grattacapi ai governanti.
Crichton circoscrive la sua analisi a tempi assolutamente moderni e
localizza nella caduta del muro di Berlino (1989) l'inizio del
moderno «stato di paura». Con la caduta del muro, la paura reciproca
e paralizzante del blocco occidentale e orientale era venuta a
cadere e, con essa, la fine della minaccia nucleare e la gente
tornava libera di pensare. Fu allora che i poteri forti negli Usa
avvertirono il «vuoto di paura» che si andava creando e lanciarono
nella mischia il missile dell'ambientalismo terroristico.
A dire il vero, le basi dell'ambientalismo terroristico furono
gettate prima della caduta del muro di Berlino, con la fondamentale
pubblicazione nel 1972 della raccolta di fandonie sponsorizzate dal
Club di Roma sotto il titolo «I limiti dello sviluppo». Tra le perle
di questa pubblicazione tradotta in venti lingue e «madre di tutti i
terrorismi», vanno ricordate le seguenti: l'oro sarebbe finito entro
il 1981, lo zinco entro il 1990, il petrolio entro il 1992, il
piombo, il rame ed il metano sarebbero finiti entro il 1993.
Al gioiello del Club di Roma seguì nel 1980 la gemma del presidente
americano Carter, sponsor di un rapporto che preannunciava come
entro il 2000 il mondo sarebbe precipitato nella carestia, avrebbe
assistito all'esaurimento delle risorse naturali e all'esplosione
delle nascite.
Cui prodest?» il terrorismo ecologico? Negli Usa sono centocinquanta
le organizzazioni ambientalistiche (alimentate da sponsor generosi)
che hanno denunciato nel 2002 un reddito di oltre 5 milioni di
dollari con punte fino a 900 milioni di dollari, con patrimoni che
possono andare oltre i 3 miliardi di dollari.
La numerosità degli spunti terroristici sfornati dalle centrali
ecologistiche, di volta in volta cavalcati e poi abbandonati per
noia o palese futilità, è talmente rilevante, a parte qualche
eccezione fondata, da rasentare il ridicolo: biodiversità a rischio,
buco nell'ozono, clonazione, contaminazione falde acquifere,
deglaciazione, desertificazione, dissesto idrogeologico, distruzione
ecosistemi, effetto serra, el Niño, erosione delle coste, farine
animali, fumo passivo, innalzamento dei mari, inquinamento
elettromagnetico, surriscaldamento del globo, virus polli,
cementificazione, deforestazione, etc.
In conclusione un ammasso di punti eterogenei di cui ben pochi
scientificamente fondati e quindi degni di attenzione e molti
semplicemente legati all'emozione del momento o alla fisiologica e
millenaria evoluzione del globo terrestre e ai relativi
assestamenti. In tema di cementificazione, per esempio, va rilevato
che essa coinvolge soltanto lo 0.35 per cento della superficie del
pianeta. Per quanto riguarda poi la deforestazione va ricordato che
la stessa è bilanciata da un'operazione opposta, la riforestazione,
sempre dolosamente ignorata dagli ecologisti.
Consideriamo un ultimo elemento di colore: le targhe sempre più
sbiadite e anacronistiche dei «Comuni denuclearizzati».
Rappresentano oggi soltanto un'immagine malinconica: quella del
declino dell'industria italiana strangolata dall'alto prezzo
dell'energia (spesso di origine nucleare) acquistata all'estero e di
cui a suo tempo fu cancellata frettolosamente e surrettiziamente la
produzione nazionale con la distruzione della relativa cultura
tecnica.
Il Giornale, 5 Giugno 2005
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