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Come
si illustra un
rischio?
Osserviamo il
grafico sotto. L’asse verticale indica il valore di rischio nullo, vale a
dire zero incremento o decremento del rischio. Valori a destra dell'asse
verticale indicano un aumento del rischio, e una diminuzione del rischio per i valori alla sinistra dell’
asse. Ogni tacca dell’asse orizzontale a destra
dell'asse verticale di rischio nullo
indica l’incremento percentuale, ovvero 1 = rischio zero, 2 = 100% di
incremento di rischio, 3 = 200% di incremento, e così via. Il contrario vale
per I valori a sinistra dell'asse verticale di rischio nullo. Perché si parte
da 1 e non da zero? Perché, come abbiamo già visto, l'incremento di rischio è
il rapporto tra il numero di malattie di un gruppo di persone
esaminate (casi) e il numero di malattie di un gruppo di referenza
(controlli). Il numero emergente da tale rapporto è chiamato rischio
relativo (RR) [numero malattie del caso : numero malattie del controllo
= rischio relativo]. Quindi, se il rapporto è 1 (il numero di partenza
dell'asse verticale), non c'è incremento/diminuzione di rischio.
Graficamente, i risultati sono rappresentati con barre.
I risultati
non sono mai esatti, e vengono rappresentati da un valore medio. Graficamente,
questi valori medi sono contenuti entro barre che descrivono di quanto varia
l'incertezza delle loro misure. La lunghezza di una barra rappresenta
quello che statisticamente è chiamato l' "intervallo di confidenza"
(vedi anche sotto), e stabilisce che la
misura vera potrebbe cadere nell'intervallo di valori rappresentata
dalla barra, con una probabilità del 95%. In
altre parole, noi stimiamo il valore del rischio relativo, ma
sappiamo che probabilmente esso non coincide con il valore reale.
Se la barra
cade interamente a sinistra (esempio 1), ciò vuol dire che lo studio ha
trovato una diminuzione statisticamente significativa di rischio
(beneficio). Se la barra cade interamente a destra (esempio 3), lo studio ha
trovato un aumento statisticamente significativo (incremento) di rischio. Se la barra sta a
cavallo dell'asse verticale (esempio 2) il risultato non è statisticamente
significativo e non dimostra un rischio, perché i valori possibili cadono
contemporaneamente nei due campi, mostrando quindi allo stesso tempo
un aumento o una diminuzione di rischio. In altre parole, lo studio è
incapace di misurare la variazione del rischio e, quindi, non riesce a
decidere se tale variazione sia positiva o negativa.

Quanto
aumento di rischio giustifica preoccupazione?
Quando si
parla di rischi di malattie "da fumo passivo", come asma, cancro
ecc., tali malattie possono essere causate da moltissimi fattori (multifattorialità)
che in tutta probabilità sono presenti allo stesso tempo,
interagiscono tra di loro, ed il loro rapporto ed interazione sono diversi in
ogni singolo individuo. Isolare uno dei fattori e misurarlo con precisione è
un’impresa difficilissima, se non impossibile. Di nuovo, quando si misura un
rischio si fa così: si prende un numero di persone non esposte alla sostanza
o pericolo in genere (in questo caso, fumo passivo) e la si compara con un
simile numero di persone che sono (o sono state) esposte a tale sostanza o
pericolo. Quindi si cerca un aumento della presenza della malattia cercata
(esempio: cancro) nelle persone esposte. Un metodo alternativo è di seguire
un gruppo di persone per 10 - 20 anni o più ma questi studi, detti longitudinali, comportano grandi spese, ed il dover
aspettare decenni per i risultati -- e questo contrasta col bisogno della
produzione rapida di studi in massa necessaria per costruire la percezione
della "montagna di evidenza" indispensabile per la propaganda. In ogni
modo, anche i pochissimi studi longitudinali sul fumo passivo soffrono essenzialmente
degli stessi problemi che rendono gli studi casi/controlli del tutto
inattendibili, e non offrono vantaggio alcuno.
Siccome il
cancro, come moltissime altre malattie, ha tanti co-fattori, solo un
grosso aumento del numero di cancri tra le persone esposte al fumo
passivo può essere un indicatore significativo dell'esistenza di un rischio
di cancro. Ma quanto aumento in percentuale è considerato
"significativo"? Convenzionalmente, per malattie con molti fattori,
si considera significativo un aumento che parte dal 200% (RR=3, tacca
3 sulla destra della linea orizzontale negli esempi) - 300% (RR=4, tacca 4).
Quindi, anche ammettendo senza concederlo che le misure di esposizione siano
attendibili e che i casi non mentano più dei controlli (cioè il gruppo di
referenza senza cancri), tale è l’aumento
necessario per avere una statistica ipotesi che l’esistenza del rischio
rappresentato dal fumo passivo possa essere plausibile. Diversamente,
l'aumento di rischio potrebbe essere dovuto ad altri co-fattori singoli, o
agenti tra di loro, che hanno poco o nulla a che vedere con ciò che si cerca
di misurare; oppure, molto più banalmente, una elevazione di rischio
"piccola" potrebbe essere frutto del caso: cioè della scelta,
che si presume casuale, dei casi e dei controlli.
In genere, questa
regola su incrementi di rischio non si applica a malattie monofattoriali
come la polio o la tubercolosi, perché la causa è unica e quindi non
soggetta a molteplici e confondenti fattori di rischio. La gente comune non
è al corrente di questa importante differenza tra epidemiologia
monofattoriale e multifattoriale, e tende a pensare che gli studi sul fumo
o sui telefonini, per esempio, abbiano la stessa precisione di quelli sulla
polio. Ed è proprio l'ignoranza del
pubblico e dei politici su questa fondamentale distinzione uno
dei principali cardini della propaganda antifumo e della
scienza rottame; ed i propagandisti, naturalmente, si guardano
bene dal rivelarla.
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Quando uno studio
esibisce un aumento di rischio da fumo passivo,
quanto è di solito tale aumento? |
L’aumento di rischio da fumo passivo (quando lo studio cade
interamente a
destra dell'asse verticale) di solito non va oltre il 12-16%, cioè
RR=1,12-1,18.
Ma se il rischio da fumo passivo è così piccolo, perché tutto l’allarme?
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Perché non stiamo parlando di verità, ma di disinformazione e
talvolta di truffa. La propaganda antifumo conta sul fatto che la gente
comune non ha idea di come un rischio venga misurato, di come gli studi
siano condotti, e tanto meno di chi li abbia pagati.
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Il fattore finanziamento studio, infatti, viene menzionato
solo quando
uno studio che non dimostra un'elevazione rischio è finanziato dall’industria del
tabacco (e ciò accadeva solo nel passato perché ora l’industria non lo
può più fare per via dell’accordo statunitense Master Settlement
Agreement (http://www.data-yard.net/historic/files/pref.htm)
del 1998 che, in cambio dell'immunità da cause legali da
parte degli stati americani, la obbliga a non produrre evidenza
contraria alla propaganda antifumo, né può
ufficialmente obiettare agli argomenti della propaganda.
Questa è la ragione per cui sentiamo oggi dire che "...Anche
l'industria del tabacco ora ammette che il fumo provoca X",
tanto, pur di sopravvivere, l'industria ha dovuto
rinunciare a contestare i risultati degli
"studi". Invece, il fatto
che quasi tutti gli studi antifumo siano finanziati o dall’industria
farmaceutica, o da fondi di stato gestiti dalle forze antifumo viene
sempre e accuratamente taciuto, e l'informazione viene
presentata come imparziale e veritiera. E'
anche utile notare che, quasi ogni volta che si parla di divieto di
fumo in pubblico, ci si attacca anche il messaggio di smettere il fumo
con i prodotti farmaceutici. Con le campagne antifumo, le multinazionali
farmaceutiche hanno trasformato media e ministeri della sanità in
macchine promozionali dei loro prodotti a spese dei contribuenti.
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| Gioco di
percezioni
I fondi delle multinazionali del tabacco sono sporchi, quindi attività e studi da loro finanziati non sono credibili.
I fondi delle multinazionali farmaceutiche, o quelli di stato gestiti dalle forze antifumo (alleate ai farmaceutici), invece, sono puliti, quindi le attività e gli studi che pagano loro sono credibili, e citati dalla propaganda.
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Ma, tornando agli studi stessi, alla gente comune viene in sostanza detto: "Ecco gente, noi siamo l’istituzione
(Lega, Istituto), oppure l’esimio prof. Taldeitali, pneumologo, oncologo
ecc., ecc.; noi vi diciamo che gli studi X, Y, Z hanno dimostrato conclusivamente e
senza dubbio che il fumo passivo uccide (fa venire l'asma, la calvizie,
fa male alle donne incinta, ecc.). Credeteci, e fate un atto
di fede".
Ciò quando va bene, altrimenti sentiamo solo dire che "Un
nuovo studio dell'università Pincopallino ha dimostrato che il fumo
passivo causa X". L’osservatore
attento può però notare che un’autorità fa sempre referenza ad un
altra,
ma essa stessa non mostra mai le prove al pubblico.
| Per esempio: la Lega Italiana
Tumori si riferisce all’Organizzazione Mondiale della Sanità, che fa
riferimento all’Environmental Protection Agency americana, che a sua
volta si riferisce all’università di Harvard, la quale si basa su
ciò che afferma l’università della California, e così via. In questo gioco delle tre tavolette dell’evidenza, il pubblico
è intenzionalmente confuso per far perdere la traccia, ed indurlo quindi a basarsi esclusivamente sulla
fiducia negli "esperti" che riportano il pericolo. I
media, da canto loro, si guardano bene dal fare domande sulla
validità dei risultati e metodi o perché incompetenti, o perché
ciò sarebbe politicamente scorretto. Come si può osare, infatti,
mettere in discussione un santone medico (se non quando dice che
il fumo non fa poi così male, oppure se per caso il suo vicino di
casa è un dirigente dell'industria del tabacco?).
Purtroppo, il fatto che gli errori metodologici o scientifici
di uno studio antifumo vengano smascherati non fa notizia; che
invece uno studio trovi un legame tra il tabacco e qualche
assurda malattia, sì.
Ma
che succede se gli esperti mentono? Proprio nulla. Come già detto, i media non mettono MAI in questione la
credibilità degli esperti che
denunciano il pericolo, perché ciò sarebbe destabilizzante per la
"sacrosanta" crociata antifumo. In breve, è meglio che la
gente smetta di fumare grazie a menzogne piuttosto che continui a fumare
perché la verità non è poi così orribile, e non fa così paura. Il
paternalismo, la gravità e le minacce per la libertà che questa
inversione morale rappresenta non hanno bisogno di commenti, né
sono l'oggetto di questa denuncia. L'establishment antifumo conta anche sul fatto
che quella fetta della popolazione cui non piace il fumo sia ancora più
incline a credere a ciò che potrebbe portargli vantaggio, cioè la
proibizione totale del fumo sul lavoro e nei luoghi pubblici.
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Dov'è l'evidenza? |
Come
facciamo a essere certi dei risultati ottenuti da uno studio?
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Uno studio statistico non dà mai, come risultato, una certezza, ma
– nella migliore delle ipotesi – una sorta di "miglior
stima" di un valore che sfortunatamente è destinato a rimanere
incognito. Purtroppo, questo è un limite invalicabile della statistica.
Per questa ragione, gli studiosi hanno sviluppato tecniche per misurare
i propri errori e definire un margine di affidabilità. Si parla a
questo proposito di "intervallo di confidenza". L’intervallo
di confidenza ci dice tra quali valori si colloca il rischio da noi
misurato e con quale probabilità. Usualmente, si sceglie un intervallo
di confidenza al 95%: questo significa che abbiamo solo il 5% di
probabilità (una su venti) che la correlazione da noi trovata sia
frutto del caso.
Quando "i conti non
tornano" negli studi sul fumo passivo (cioè non fanno vedere
che c'è rischio per la salute) si tende ad abbassare l'intervallo
di confidenza al 90% per farli tornare, ed avvicinarsi al
risultato politico predeterminato. Ma così facendo, questo significa che l’intervallo
sarà sì più stretto, ma sarà anche maggiore la probabilità di aver
ritenuto vera un’ipotesi falsa.
L’intervallo di confidenza, in
sostanza, è una misura della probabilità di errore. Supponete di avere
un sacco con dentro dieci palline, cinque rosse e cinque nere. Se ne
pescate solo due, avete una buona probabilità di sceglierle dello
stesso colore e, quindi, di concludere che il sacco contiene solo
palline di quel colore. Se ne pescate tre, questa probabilità è
minore. L’intervallo di confidenza è una misura di quante palline
pescate: più ne prendete, più esso è elevato (cioè
prossimo al 100%).
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| Nel sacco
ci sono dieci palline, cinque rosse e cinque nere, ma voi non sapete
quante ce ne sono di ogni colore. Se ne pescate solo due e vi
capitano entrambe rosse, quanto certi siete che siano tutte rosse? |
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Affiamo
le proven! Kredete zenza kiedere e fate fumo verboten! |
Ma
allora, dove sono le prove?
Molto nascoste. Perché sono nascoste? Perché le
prove "conclusive" e che "non lasciano dubbi" in
realtà non hanno provato nulla. FORCES vi mette a contatto con
queste prove, ve le menziona per nome e in dettaglio, e ve le rende semplici abbastanza da essere capite
senza bisogno
di specializzazione.
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Questa è la ragione per cui FORCES è
sistematicamente ignorata dai media che
supportano l'antifumo: E' anche la ragione per cui le lettere di FORCES
ad organizzazioni antifumo ed allo stesso ministero della sanità (http://www.forcesitaly.org/italy/files/sirchia.htm),
che
chiedono su quali fondamenta di scienza reale si basano le affermazioni di
pericolo e gli appelli per la proibizione, vengono ignorate: perché
queste entità sanno perfettamente che non sono in grado di sostenere le
loro affermazioni pseudo-scientifiche a rigore di scienza. Piuttosto
che fare la figura dei fessi o dei truffatori, quindi, preferiscono
restare silenti. Chi li può biasimare?
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Sono
stanco e depresso abbastanza. Possiamo fare un altro intervallo?
Senz'altro! Ci
vediamo alla Lezione 3. |
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