Si trattava di una serata particolarmente noiosa dopo una settimana senza vedere l’azzurro del cielo con quella nebbiolina che ti penetra nelle ossa e ti riempie di malinconia. Per fare qualcosa di diverso decidiamo per una cena macrobiotica. Quindici anni fa eravamo stati entrambi incuriositi da questi luoghi un poco esotici, non eravamo certo stati degli assidui frequentatori, ma ogni tanto una capatina al ristorante macrobiotico la si faceva, poi la nostra abitudine è svanita, è passata così come passano di moda gli abiti e le scarpe. Entriamo nel locale cupo e silenzioso, è proprio come me lo ricordavo, gente smunta, senza allegria che mangia ai tavoli in religioso silenzio. Naturalmente al ristorante macrobiotico sono severamente banditi alcolici, sigarette, telefonini e risate, non è lecito interferire in nessun modo con la concentrazione di chi sta mangiando né confondere l’odore che vi regna sovrano. Ci guardiamo attorno vedendo di trovare una postazione dove potere consumare la cena, quando ci sentiamo chiamare. Ci avviciniamo all’angolo più buio della sala, ebbene sì è proprio lei! Laura! La sola della nostra vecchia comitiva ad essere rimasta assidua frequentatrice di questo locale. Rivederla dopo tanti anni fa quasi ribrezzo. Il naso appuntito, le lenti degli occhiali spesse come un fondo di bottiglia. Se la memoria non mi inganna deve avere da poco superato la soglia dei 40 anni. È di una magrezza impressionante, il colore dell’incarnato è di un giallognolo trasparente. Ci parla delle sue delusioni, parla della morte di suo padre, che noi conoscevamo, era un uomo pieno di forza con un carattere mussoliniano. È successo l’anno scorso, aveva 87 anni, purtroppo era un forte fumatore, mangiava disordinatamente e questa è stata la sua fine. I capelli di Laura sono sporchi, unti e con un taglio da vecchia zitella alla quale non è rimasta neppure la speranza. Una cameriera vestale ci porta il menù, diamo un’occhiata: azuki, tofu, soyu, salsiccie di soia, bistecche di soia, spezzatino di soia, polpette di miglio decorticato. La cameriera-vestale mi consiglia il piatto del giorno: zuppa di alghe nori, polpette di soia con contorno di alghe combu, intanto sorseggiamo un té bancia. Ordiniamo, la vestale in perfetto silenzio ci porge il cibo con l’atteggiamento del sacerdote quando ti porge l’ostia consacrata, tutto ha lo stesso sapore: pesce marcio! sarà stata l’alga combu che è sfuggita dalle mani del cuoco sacerdote ad avere dato questo gusto particolare alle polpette di miglio e al tofu alla piastra che io, con gusto masochista, ho ordinato. Sono convinta della veridicità del detto popolare che ognuno è ciò che mangia, specialmente guardando l’aspetto dei commensali. Intanto Laura continua a parlare, non ricordavo che il tono della sua voce fosse così flebile, accompagna il discorso muovendo nervosamente quelle sue mani secche e ossute, poco curate e con il bordo delle unghie listato a lutto. Ho voglia di fumare e di mangiare un bel gelato: panna e crema, come solo Ugo sa fare. Paghiamo il conto 56 mila lire, caspita, non è poco per un simile digiuno. Finalmente usciamo, estraggo dalla mia borsetta il mio portasigarette, accendo la mia Camel ed aspiro voluttuosamente il fumo. Laura mi guarda stupita, vedo i suoi occhi sgranati da dietro i fondi di bottiglia ed esclama: “FUMIIIII:::????” Si certo che fumo e dirò di più, dopo l’esperienza di questa sera eviterò sicuramente di pentirmi. Passiamo davanti ad una pizzeria, il profumo di pomodoro e mozzarella mi assale, la tentazione sarebbe quella di fiondarmi dentro e di ordinare due pizze solo per me. Ma Laura ci invita a casa sua e noi per gentilezza accettiamo. La sua casa le assomiglia. Ha un aspetto spettrale. Sembra una casa disabitata, è senza vita. Qui il disordine e il sudiciume regnano sovrani. Ci accoglie in cucina dove il tavolo è invaso da materiale biblio-naturista con tutti i consigli del come vivere bene, a lungo e soprattutto sani. La cucina a gas con incrostazioni di vecchia data: azuki traboccati durante la bollitura, alghe misteriosamente sfuggite dai tegami, il miglio che salta dalla padella. Il bidone della spazzatura, esibito come un soprammobile prezioso, l’impianto elettrico esterno, vicino agli interruttori della luce segni di ditate. Ci offre da bere, completamente sintonizzati rispondiamo “NO grazie!” Ci scusiamo, è tardi, dobbiamo rincasare. In strada ci guardiamo in faccia angosciati, abbiamo appena lasciato un cadavere vivente, che cosa può averla ridotta così? Le delusioni della vita o la filosofia macrobiotica? Passiamo di fronte ad una pizzeria, non abbiamo bisogno di dirci niente ed in perfetto accordo entriamo. Maria Assunta Cappelli Ischia 31 ottobre 2000 (giornata di pioggia ininterrotta) |