Quei conservatori che non hanno più paura della droga legale

Articolo de "Il Foglio", pubblicato il 25 Luglio 2001

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DALL'INGHILTERRA AGLI STATI UNITI, SI DIFFONDONO A DESTRA LE IDEE DEI "THINK TANK" LIBERTARI: PERCHÉ VIETARE?

Lord Rees-Mogg critica sul Times il proibizionismo: "La marijuana va trattata come il tabacco". La proposta choc dell'Adam Smith Institute e i ripensamenti di Portillo, che però ha perso. In America intanto l'ultraliberista governatore del New Mexico è favorevole a una depenalizzazione totale.

Washington. In Inghilterra e negli Stati Uniti, anche grazie all'influenza delle idee dei "libertarians", qualcosa sta cambiando a destra in materia di diritti civili e non solo. I conservatori, che tradizionalmente sono stati gli alfieri della linea dura e della "guerra alle droghe", stanno pian piano approdando a ben altre posizioni. In Gran Bretagna, Lord William Rees-Mogg ha dato il via alla discus-sione, scrivendo sul Times un corsivo durissimo contro il proibizionismo. Prima penna del quotidiano londinese dagli anni Sessan-ta, amico e confidente di Margaret Thatcher, intimo del Principe Filippo, Lord William è un conservatore anomalo, che ha all'attivo un libro anarchicheggiante ("The Sovereign Individual", scritto a quattro mani con James Dale-Davidson), e s'è inventato un'associazione per proteggere i paradisi fiscali dalla lunga mano della Unione europea. 

Rees-Mogg era direttore del Times nel 1967, quando Mick Jagger fu condotto in tribunale per possesso di anfetamine. La posizione ufficiale del partito conservatore era: "Ben gli sta", ma Rees-Mogg scrisse un editoriale a favore della droga "legale", e si regalò un'intera pagina di pubblicità per dire che "la legge contro la marijuana è immorale in linea di principio e non potrà mai funzionare in pratica". Allora provocò scandalo, ma oggi i tory sembrano intenzionati a prestargli attenzione. Del resto, nel corso degli anni la campagna per la legalizzazione della cannabis in Inghilterra ha visto, tra i suoi sostenitori, personaggi come Lord Meghnad Desai, economista della London School of Economics, Martin Amis, figlio ribelle di Kingsley, e lo scrittore della "Guida galattica per autostoppisti", Douglas Adams; ma anche come il giallista John Le Carré e l'autore culto dei politicamente scorretti di tutto il mondo: Auberon Waugh. Oggi Rees-Mogg può rallegrarsi per il fatto che "finalmente il Parlamento cominci a considerare la depenalizzazione della cannabis un'opzione plausibile". E aggiunge: "La marijuana va trattata alla stregua del tabacco". Cioè? "Come una sostanza che sarà anche potenzialmente dannosa, ma non c'è nessuna ragione perché sia illegale".

L'associazione che difende i fumatori

A Lord William, comunque, gli spinelli non piacciono. Non ne ha mai fumati e ritiene la cannabis "una droga pericolosa", ma le sue opinioni personali non cozzano con l'idea guida dei libertari: il corpo è mio e me lo gestisco io. A tradurre in pratica questa indicazione di principio, ci pensa l'Adam Smith Institute, think tank, a pochi passi dal Parlamento inglese, che ha fatto della capacità di tessere buone relazioni col Palazzo un'arte. Il direttore, Eamonn Butler, è noto per la sua serie di "bignami" dei grandi liberali; il presidente Madsen Pirie è molto ascoltato a destra e a sinistra ed è amico personale del Cancelliere dello schacchiere laburista, Gordon Brown, come lo era stato di John Major. 

Sicuro che il New Labour sia pronto a sperimentare nel perimetro di Londra la depenalizzazione della cannabis e che i tory sia-no ormai più sensibili al tema, l'Adam Smith Institute si prepara a lanciare, di qui a poche settimane, un pacchetto di "policies", di proposte, innovative. Punto primo: legalizzazione della marijuana. Ma - punto secondo - legalizzazione anche della cocaina e, gradatamente, del possesso di eroina.

Il futuro dei tory è ancora incerto, ma sulle libertà civili qualcosa si è mosso e alcuni leader premono proprio in questa direzione per far ritrovare al partito una ragion d'essere forte e nuova. Michael Portillo, per esempio, candidato sconfitto nella corsa alla leadership, ha detto di recente di essere favorevole a progetti di revisione della scelte proibizioniste. Un altro leader, dell'ala più liberale, come David Davis, vede di buon occhio questa prospettiva, e alcuni commentatori non escludono nemmeno che a favore di una revisione della politica contro la droga, si schieri perfino Ian Duncan Smith, il candidato, ancora in corsa, dell'ala euroscettica e conservatrice del partito. Duncan Smith infatti non ha mai nascosto le sue simpatie per "Forest", l'associazione fondata nel '79 da Lord Harris of High Cross a difesa dei diritti dei fumatori. Il magazine di questa organizzazione si chiama proprio "Free Choice". 

Mentre in Inghilterra i conservatori discutono, negli Stati Uniti alcuni esponenti della destra e dei think tank vicini ai repubblicani hanno idee molto chiare in materia di droga. Un teorico del "neo-conservatism" come William J. Bennet (ministro dell'Istruzione con Ronald Reagan) si batte, ancora dalle colonne del Wall Street Journal, contro lo smercio di stupefacenti da posizioni proibizioniste. Ma alcuni fallimenti della "war on drugs" hanno fatto cambiare idea a molti altri. Bill Buckley, fondatore di Natio-nal Review, la rivista sulle cui pagine germogliano i nuovi progetti della politica repubblicana, ha detto basta. Buckley, che da giovane sognava di fare la spia, oggi non ha dubbi. Dopo aver confessato che lo "scandaloso" Traffic, il film con Michael Douglas e Catherine Zeta-Jones, gli è piaciuto assai, ha scritto: "Ogni anno sbattiamo in galera 450 mila persone per la guerra alle droghe". Non è più emergenza crimine - ha detto - ormai è "una guerra civile: non dimentichiamoci che il Congresso confederato sfidò l'unione con 400 mila uomini appena". Parole destinate a creare polemiche, soprattutto se si considera il fatto che arrivano dal cuore dell'establishment repubblicano. In nome di idee antiproibizioniste, Buckley ha anche invitato il presidente George W. Bush a non prestare ascolto alle richieste d'aiuto del governo della Colombia, che chiede fondi e soldati agli Stati Uniti per "bonificare" il paese. Per National Review, possesso e ven-dita di droga sono "victimless crimes", crimini senza vittime, e quindi: niente vittime niente punizioni.

Il gruppo dei professori

Sembra dunque che si siano accorciate le distanze tra una parte dei repubblicani e il mondo dei "libertarians", che trent'anni fa faceva l'elogio dello spacciatore nel best-seller di Walter Block, "Difendere l'indifendibile". Nell'America post-reaganiana, del resto, nessuno ha mai avuto dubbi sul diritto di cittadinanza "a destra" di Thomas S. Szasz. Ottant'anni e ogni anno un nuovo libro in cantiere, Szasz, che insegna alla Syracuse University, dopo aver vinto la sua battaglia contro i manicomi, ha dichiarato guerra a ogni genere di proibizionismo, organizzando una serie di campagne, ogni tanto assieme all'amico Milton Friedman, che gli sono val-se molte critiche nella comunità accademi-ca. Ma "pochi - ha scritto Jim Powell nel suo "The triumph of freedom" - possono dire di aver fatto tanto quanto lui per la libertà individuale". Szasz è sempre stato per la legalizzazione di tutte le droghe, e in base al principio che "la libertà di cura è inviolabile" e "la nostra salute non è di competenza dello Stato" ha sempre criticato la logica per cui "chiamiamo eroina la malattia e meta-done la cura". E ora s'iniziano a vedere i primi risultati delle sue campagne. Anche grazie al lavoro del suo allievo Jeffrey Schaeler, feroce critico della "farmacocrazia" che ha denunciato, assieme a "Forces International", le "frodi scientifiche sul tabacco".

Negli Stati Uniti infatti alcuni commentatori hanno notato un generale cambiamento di clima soprattutto tra gli intellettuali vicini ai repubblicani. Il "Republican Liberty Caucus" di Rob Booth ha come referente parlamentare Ron Paul, un popolare congressman texano, e raccoglie i repubblicani-libertari. E se il multimiliardario Steve For-bes ha cambiato idea, ma in direzione opposta (sostenitore della marijuana legale nel '96 e poi proibizionista duro nel 2000), il vi-cepresidente Dick Cheney è sempre stato molto vago sull'argomento tanto da far intravedere perlomeno uno spazio per il dialogo sulla proposta di depenalizzare la cannabis.

Uno spazio che potrebbe nascere anche dai buoni rapporti tra Cheney e il Cato Institute, di Washington, che proprio per l'intenso lavoro sul problema delle droghe si è guadagnato per il Washington Post la definizione di "laboratorio politico del paese". 

Gary Johnson, governatore del New Mes-sico, invece è sempre stato molto chiaro. Alla guida del suo Stato dal 1995, ha detto: "Non è esatto dire che io abbia sperimentato la marijuana quand'ero al college, semplicemente la fumavo". Frasi come queste gli sono valse il nomignolo, inventato per lui da Barry McCaffrey, sostenitore della linea dura contro tutte le droghe, di "Puff Daddy (come il famoso rapper, ndr) Johnson". Il go-vernatore però non si è fermato e ha denunciato come "incostituzionali" i provvedimenti volti a "restringere la libertà di parola sulle droghe", e ha lanciato una proposta di depenalizzazione totale. Johnson è giovane, quarantanove anni ben portati, e ambzioso. E' stato un businessman di successo, prima di entrare in politica, ed è l'unico governatore nella storia del New Mexico a essere stato eletto per due mandati di fila. Il suo indice di popolarità è altissimo. Ha ri-dotto le tasse di 106 milioni di dollari l'anno, durante la sua amministrazione, e sfoltito del 6 per cento i vincoli della burocrazia pubblica. E' considerato un ultraliberista. La sua ricetta passa dalla reintroduzione del diritto per le farmacie di vendere liberamente siringhe ai consumatori di stupefacenti e giunge a una sorta di "compassionate conservatism" applicato alle droghe: massimo aiuto a quei gruppi di cittadini e a quelle associazioni private che vogliono convincere il prossimo a fare a meno degli stupefacenti, ma un no deciso a chi vuole usare i soldi delle tasse per "redimere" tutti.

I liberali anarcoidi

Alcuni leader repubblicani pensano che le idee del governatore Johnson rappresen-tino un ritorno all'antico per i conservatori americani. Prima di morire, Murray Roth-bard, il teorico dell'anarcocapitalismo, ave-va detto che, sconfitta l'Urss e finita la Guerra fredda, non ci sarebbero state più scuse per continuare ad adorare come un totem che può tutto lo Stato, e la destra statunitense sarebbe stata pronta a tornare sui suoi passi, al liberalismo radicale. Lo stesso Buckley inoltre ha detto di sentirsi allievo di Albert J. Nock, l'autore de "Il nostro nemico, lo Stato", un classico della pubblicistica anarcoliberista. Questo ritorno al passato, in un certo senso, è in atto e potrà provocare molte novità, almeno questa è la speranza dei think tank libertari vicini ai repubblicani, che continuano a "sponsorizzare" la svolta antiproibizionista ricordando che l'inventore del proibizionismo fu Franklin Delano Roosevelt, il leader che per molti repubblicani rappresenta ancora "l'avversario simbolo".