PIPPERMINT

di Giovanni Guareschi

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Oggi, approfittando di un momento di calma, ho potuto constatare, a ventisei giorni di distanza, che il dottore aveva ragione.

Il che vuol dire che io, ventisei giorni fa, ho pensato che occorreva fare qualcosa per sistemare la parte interna della mia sommità, e ho bussato alla porta di un medico.

Ho avuto la fortuna di trovarmi davanti una persona di età rispettabile e di aspetto dignitosissimo.

L'illustre sanitario mi ha guardato interrogativamente e io ho cercato di spiegare la ragione che mi aveva spinto a ricorrere ai suoi consigli:

"Verso le diciassette di ogni giorno, un dannato martelletto comincia a picchiare sulla parte centrale del mio cervello e continua fino a sera".

L'egregio personaggio ha aggrottato le sopracciglia:

"Un martelletto in che senso?", mi ha chiesto.

"Dall'alto in basso", ho creduto bene di precisare.

Il dottore ha scosso il capo, sorridendo.

"Non ci comprendiamo: desideravo sapere che cosa intendete voi per martelletto".

Mi ha stupito il fatto che un uomo di cultura più che comune avesse dei dubbi su una cosa banale quale un martello, ad ogni modo ho cercato di definire la faccenda con la maggiore precisione possibile.

"Per martelletto intendo una piccola massa di acciaio a forma di parallelepipedo infilata in cima a un manico, impugnando il quale si possono menare colpi per conficcare chiodi o rompere un termometro".

Il degno scienziato ha allargato le braccia.

"Benedetto uomo!", ha commentato, avendo nella voce una leggera punta di impazienza. "Qui noi stiamo parlando linguaggi diversi. Vogliate dirmi in parole povere che cosa avete!".

"Mi fa male la testa!", ho risposto io. E l'egregio professionista ha affermato che finalmente si poteva cominciare a ragionare. Mi ha chiesto quindi di qual genere fosse il dolore che accusavo, quando lo accusassi, se si trattasse di malessere continuo o intermittente. Alla fine ha ricapitolato:

"Se ho bene inteso, in parole povere, voi, ogni giorno, avvertite nella parte centrale del vostro cervello come un dannato martelletto che comincia a picchiar colpi alle diciassette e continua fino a sera. Questo volevate dire?".

Ho risposto di si.

L'eccellente uomo mi ha provato il polso, il cuore, i polmoni, poi mi ha considerato attentamente.

"Fumo?", ha chiesto.

"No", ho risposto.

"Vino?".

"No".

"Alcoolici?".

"No".

Il dottore mi ha guardato severo negli occhi.

"Mai?", ha insistito con voce cortese, ma decisa. E io sono rimasto un po' imbarazzato. Aí dottori bisogna dire tutta la verità.

"Ecco", ho confessato. "Ho bevuto un bicchierino di fernet il mese scorso ".

Il valente sanitario mi ha guardato più fissamente negli occhi.

"Donne?", ha chiesto.

"Moglie...", ho sussurrato arrossendo. E questa risposta ha provocato in lui un gesto di impazienza.

"Ho detto: donne!", ha esclamato il medico. Ma io, ormai, ero su una cattiva strada.

"Per l'appunto: mia moglie è una donna...".

L'egregio sanitario ha riso, ma si capiva che era seccato.

"Dicendo donne, intendevo altre donne", ha precisato sbuffando, "nel senso di divertimento".

Sono diventato rosso:

"Ecco", ho confessato, "per essere sinceri, nel 1932 una certa ragazza bionda...".

L'illustre uomo mi ha pregato di non continuare, poi ha ripreso l'interrogatorio:

"State alzato la notte?".

"No".

"Fate lavoro cerebrale?".

"No. Scrivo per i giornali".

"Carne? Intingoli?".

"No. Tessera annonaria",

Il dottore, dopo un istante di silenzio, si è fatto più discreto.

"Droghe, allora?", ha chiesto a bassa voce.

"No. Niente pepe e solo un po' di noce moscata...".

"Non mi sono spiegato", ha insistito il sanitario. "Intendevo droghe nel senso di stupefacenti, eccitanti, eccetera".

"Qualche compressa di aspirina ogni tanto", ho ammesso.

"Caffè?".

Ho allargato le braccia, sorridendo.

"Non vuol dire", ha esclamato il dottore. "Uno può procurarsene con la borsa nera!".

"No".

Allora l'egregio sanitario ha perso la sua calma:

"Perbacco", ha detto con voce irritatissima, "voi non prendete caffè, non prendete droghe, non fate tardi la notte, non eseguite lavori cerebrali, non avete donne, non bevete, non fumate, si può sapere che cosa un povero dottore può proibirvi?".

Era nobilmente indignato, e io sono uscito a testa bassa.

Arrivato sulla porta, mi sono ricordato di qualcosa e sono tornato indietro.

"Scusate, dottore", ho detto. "Io veramente non fumo, non bevo, eccetera, però ho il vizio del pippermint".

"Il vizio del pippermint? E che sarebbe?", ha chiesto il dottore, aggrottando le sopracciglia.

"Ecco, ogni giorno io mangio due caramelle bianche di menta, dette appunto pippermint".

"Bene!", ha esclamato soddisfatto il dottore. "Se volete guarire, niente più pippermint!".

Oggi, dunque, a ventisei giorni di distanza, debbo riconoscere che il dottore aveva ragione. Abolite le due caramelle quotidiane, il mio dolor di capo è scomparso. E sono molto soddisfatto, perché me la sono cavata col solo sacrificio di due mentine. Se avessi invece risposto di sì alle domande del dottore, io oggi non potrei più fumare, non potrei più bere vini e liquori, non potrei più fare tardi la notte, eccetera, come ho sempre fatto e come ancora sto facendo e spero di fare.

I dottori per guarirvi hanno bisogno di poco: pur che vi possano proibire qualcosa tutto va a posto. L’astuzia sta nel farsi proibire soltanto le cose cui si tiene di meno.

Il che è bello e istruttivo.

Tratto da: Giovanni Guareschi, Lo Zibaldino (Milano: Rizzoli, 1948), pagg. 18-22.