LA MIA RICETTA? LIBERALISMO, DOLCI E BUON VINO
Intervista ad Antonio Martino

di Barbara Romano (Da Libero, 29/7/2001)

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Roma - Quando vai a trovarlo nel suo studio, il Ministro della Difesa Antonio Martino fa due cose. La prima è alzarsi, anche se entra il più anonimo dei cronisti. Scatta in piedi e aspetta che ti avvicini. Poi, quando sei perfettamente a tiro, si stringe la mano col sorriso di uno zio alla lontana e ti chiede dove ti sei laureato. Accoglienza di tutto calore. Tanto che ti domandi che fine abbia fatto quel "martino on the rock" , Martino ghiacciato, di cui si vociferava. Forse non è mai esistito. E forse non è mai esistito neanche il liberista, e lo scettico, falco azzurro, reaganiano, forzista della prima ora. E intanto quel liberista è diventato ministro, per la seconda volta. Come avrà fatto? Lo chiediamo a lui.

Com'è la gavetta di un pluriministro?

"La mia gavetta comincia il 21 dicembre del 1964, il giorno prima che compissi 22 anni, quando venni nominato assistente volontario: avevo il titolo ma non lo stipendio. Sono rimasto fino al '70, in questa condizione."

Quindi lavorava gratis?

"Senza prendere una lira. Di quei sei anni, però, due li ho trascorsi in America grazie a una borsa di studio, ma non ero pagato."

Cosa le è rimasto di quegli anni?

"Un episodio legato al direttore del nostro istituto, il professore di scienza delle finanze Cesare Cosciani. Una mattina ho telefonato per avvertire che avrei fatto un po' tardi. Quando sono arrivato, alle otto e quarantacinque, ho trovato il professore ad aspettarmi sulla porta, che mi ha detto: "Lei non deve scusarsi, lei deve arrivare in orario" ".

Un bel tipo…

"Il professor Casciani è stato il maestro di molti noti professori di scienza delle finanze, come Vincenzo Visco."

Gli altri grandi maestri?

"Io ero assistente volontario del professor Giuseppe Di Nardi, di Economia politica: è stato lui ad aiutarmi ad andare in cattedra. Anche se i miei più grandi maestri sono stati gli ingegnanti di Chigago".

E i compagni di gavetta?

"Gli altri volontari dell'università. Non è che fosse un trattamento riservato solo a me questo di lavorare gratis".

Chi ricorda di loro?

"C'erano Luigi Paganetto, che oggi è preside della facoltà di economia e commercio di Tor Vergata, Michele Baghella, anche lui professore ordinario a Tor Vergata e Carla Esposito, professore associato. Poi c'era Catello Cosenza, oggi professore ordinario alla Sapienza".

Tutti Prof. E qualche politico?

"Tra i miei compagni c'era Carlo Pace, che è stato un deputato di Alleanza Nazionale nella scorsa legislatura. Ma lui e Cosenza allora erano già assistenti ordinari, con tanto di stipendio."

Come tirava avanti i quegli anni?

"I quei sei anni - tranne i due che ho trascorso in America - vivevo a casa e dovevo chiedere ai miei anche i soldi per le sigarette. Poi tornato dagli Stati Uniti ebbi prima una supplenza che mi consentiva di percepire qualche lira. Poi finalmente nel '70 vinsi il concorso per assistente ordinario, il che mi permise di sposarmi. Tornato dal viaggio di nozze andai all'Ufficio stipendi per vedere se c'era il mio."

E c'era?

"No, mi risposero che dovevo andare all'Ufficio assistenti. Andai lì e dissi: guardate che il mio stipendio non c'è"

E loro?

"Ma lei da quanto tempo è assistente ordinario? Mi chiesero. Dico: da due mesi. E lei vuole lo stipendio dopo due soli mesi? MI dissero, spiegandomi che il mio decreto era alla firma del rettore, che una volta firmato l'avrebbe trasmesso al ministero della pubblica istruzione, dove sarebbe passato alla ragioneria del ministero per il controllo e poi alla firma del ministro. Dopo la firma del ministro sarebbe passato alla ragioneria generale per poi finire alla corte dei conti, che lo avrebbe spedito al tesoro che lo avrebbe mandato alla Banca d'Italia, e io a ogni passaggio diventavo sempre più piccolo".

Insomma, quando ha cominciato a vedere qualche lira?

"Per 18 mesi ho aspettato invano, sopravvivendo con un anticipo di lire 105.000 al mese con cui pagavo l'affitto di casa che era di 95.000, quindi mi restavano 10.000 lire per tutte le altre spese. Per fortuna mia moglie lavorava…".

Tempi duri, era la gavetta…

"Il mio amico Domenico da Empoli sostiene che per fare la carriera universitaria ci vuole una salute di ferro".

E una buona famiglia alle spalle.

"All'inizio, certo, ci vuole qualcuno che ti sostenga. Almeno ai miei tempi era così: chi voleva intraprendere la carriera universitaria doveva avere un reddito proprio per poter sopravvivere".

È per questo che ha pensato alla politica, perché rende di più?

"Guardi, questa sua domanda non vale nel mio caso. Perché quando finalmente venni trascinato in politica ero professore ordinario alla Luiss, oltre che preside della facoltà di Scienze politiche, e avevo un reddito che le mie dichiarazioni dei redditi era superiore al quello che ho percepito dopo. Però la sua domanda è pertinente, perché anch'io mi sono chiesto quali sono le fondamentali motivazioni che spingono una persona a entrare in politica".

E quali sono?

"Anzitutto i soldi: la maggior parte della gente fa politica perché se facessero altro dovrebbero lavorare di più e guadagnerebbero di meno".

Poi?

"La vanità: moltissimi sono spinti da questo, anche quelli che lo fanno per soldi".

Soldi e vanità., Nient'altro?

"No. La terza motivazione, che per fortuna non è molto diffusa, è il fanatismo".

E lei, professore, è avido, vanitoso o fanatico?

"Nessuna delle tre".

Allora, perché si è messo in politica?

"Perché non so dire di no. Mia moglie sostiene che se fossi nato donna, sarei finito male e non avrei fatto neanche soldi per questo motivo".

Anche perché è un po' difficile dire no a uno come Berlusconi…

"Beh, ma lui ha insistito parecchio nel '94 per farmi scendere in campo".

Cosa disse per convincerla?

"Mi disse: ma come, dopo che ci ha rappresentato tanto anche in televisione, se lei non si presenta sembra che prenda le distanze da noi e ci fa un danno".

Così si è sentito costretto ad accettare.

"Si, anche se devo dire che la passione per la politica l'ho sempre avuta, tanto che da ragazzo avevo detto a mio padre che volevo candidarmi."

Lui come la prese?

"Mi rispose: va bene, puoi anche farlo, prima però devi inserirti nella società in modo di avere un'alternativa alla politica, se no poi sei condizionato e non puoi lasciare".

E seguì il suo consiglio?

"Alla lettera. Tanche che nel '62 ero già assistente ordinario quando mi chiesero di candidarmi e sarei stato eletto facilmente perché il ricordo di mio padre era ancora fortissimo. Ma io scelsi di non presentarmi".

Perché?

"Mi resi conto che avrei fatto solo politica, perché come assistente ordinario non avevo una vera alternativa professionale. E col passare degli anni, mi era pure passata la voglia".

Ma poi è arrivato Silvio.

"Esatto".

Lei è il suo economista preferito

"Così dicono".

E allora perché non le ha mai dato il Tesoro?

"Scelsi io di non andare al Tesoro nel '94".

Ma come, lei che non dice mai di no, ha rinunciato suo ministero…

"Certo. Quando Berlusconi mi chiamò, ero molto tormentato. Così telefonai a Milton Friedman, il mio maestro in California, che mi disse: Ti capisco, perché ti rendi conto che mentre come professore non hai nessuna ragione per scendere a compromessi, in politica ti capiterà spesso. Ma il problema non è insolubile: tu puoi chiudere un occhio sui dettagli, ma non scendere mai a compromessi sui principi. Io ero talmente contento di questa risposta che mi dimenticai di chiedergli qual era la differenza tra dettagli e principi".

E qual è?

"Non lo so, fatto sta che rifiutai per questo, perché non ero disposto a scendere a compromessi in economia, che era la mia professione".

Anche stavolta?

"Si. Anche se da un punto di vista politico devo riconoscere di aver commesso un errore, perché il ministero del Tesoro ha molta più visibilità e potere di quanto non abbiano gli Esteri e la Difesa".

Pentito?

"No, perché in economia tendo a essere intransigente e in un ministero come il Tesoro i fatti della vita mi avrebbero costretto ai compromessi. Ma c'è anche un'altra ragione per cui non ho scelto".

Cioè?

"Quando nel '94 Berlusconi mi chiese di far parte del governo, gli dissi che se proprio dovevo accettare, almeno mi desse gli Esteri. E lui mi chiese perché".

Glielo chiedo anch'io.

"Perché è vicino a casa mia e ha un bel posteggio. Folgorato dalla profondità delle mie motivazioni., mi concesse la Farnesina".

A parte il posteggio, non fu anche l'esperienza di suo padre a condizionarla in questa scelta?

"In parte si. Ma soprattutto volevo dire la mia su quanto si stava preparando con l'unificazione monetaria. Cosa che ho fatto, col risultato di procurarmi gratuitamente la meritata fama di euroscettico".

Ultra liberista lo era già.

"Siamo tutti vittime delle parole, delle quali oggi più che mai si tende ad abusare. Non ci limitiamo più a parlare di liberalismo, abbiamo ritenuto opportuno aggiungere liberismo e libertarismo. La filosofia in realtà è una sola".

Cioè quale?

"La mia vita appartiene a me e ho il diritto di viverla come più ritengo opportuno, senza provocare danno agli altri. IO non credo allo Stato etico".

È per questo che ha proposto l'abolizione del casco obbligatorio?

"Ritengo che chi va in motocicletta farebbe benissimo a indossare il casco, ma lo Stato non può imporglielo. Le scelte della mia vita che non comportano pericolo o danno per la vita e la libertà altrui, sono affar mio e basta: questo significa essere liberale".

Liberismo è "fumare anche dove c'è scritto No Smoking"?

"Io rispetto le leggi, ma non sopporto i divieti ingiustificati".

Ma lei si è anche tesserato al FORCES, l'associazione che si batte per i diritti di tutti i fumatori.

"Assolutamente. Ho deciso di associarmi a questo strepitoso gruppo quando nel '98 fu condannato a morte un pluriomicida in Colorado. La sera prima dell'esecuzione, come ultimo desiderio ha chiesto una sigaretta e non gliel'hanno data perché nel braccio della morte non si può fumare. È una crudeltà superiore alla pena di morte, perché a questa si possono trovare anche delle giustificazioni, al fatto di non far fumare uno prima di morire, no".

Ministro, lei una volta ha fatto anche domanda d'inscrizione alla P2.

"Era il 1980, io non sapevo allora cosa fosse la P2. Quello che sapevo è che un amico mi presentò una domanda dicendomi che c'era questa associazione. E tale fu la sua insistenza che firmai. Poi partii per gli Stati Uniti e quando tornai scoprii improvvisamente di essere diventato un criminale per aver firmato una domanda che non ha mai avuto corso".

Lei fece anche ricorso al Tar.

"Si perché ero nella fortunata posizione di poter dimostrare di non aver mai fatto parte della loggia. Ma quello che accadde a quell'epoca è stato vergognoso: sono state criminalizzate persone che non avevano violato nessuna legge dello Stato, solo per il fatto che la sinistra doveva inventare questo mostro cospiratorio che era un'associazione di cui facevano parte anche Claudio Villa, Maurizio Costanzo".

E Silvio Berlusconi.

"Berlusconi questa storia l'ha preso proprio sul ridere e infatti poi hanno desistito".

Nessun rimorso quindi.

"No, rimpianti forse. Vede io sono un liberale e, in quanto tale, nemico di tutti i tiranni. Però ce n'è uno nei confronti del quale non apporrò mai resistenza".

Un tiranno?

"Si, quella "piccola voce silenziosa chiusa dentro di noi", che è la mia coscienza. Fin tanto che quel tiranno che Adam Smith chiamava l' "osservatore imparziale" mi dirà che ho agito correttamente, mi sentirò a posto".

Ma qualche difetto ce l'avrà pure lei…

"Fin troppi, difficile individuare il peggiore. Forse la mania di rimuginare. Dopo aver preso una decisione, continuo a chiedermi continuamente se ho fatto bene o se ho fatto male. E questo ti rovina la vita perché come dicevano i latini "quod factum infectum fieri nequit", cioè quello che è stato fatto non si può disfare".

E i vizi?

"Oltre al fumo, la velocità, che mi piace soprattutto i barca, e il vino: adoro quello delle Langhe. Da ragazzo ero anche geloso di dolci e da buon siciliano facevo colazione con la granita di caffè con panna e brioches".

A sentire Berlusconi il peggior vizio di Antonio Martino è la pennichella.

"Questa è una delle differenze di opinione più stridenti fra lui e me. Gli ho pure regalato un pigiama a righe e gli ho detto: Silvio, questo non è un regalo, questo è un suggerimento".

Nel senso che voleva convertirlo?

"Ci ho provato almeno".

Ma ministro, Berlusconi è un brianzolo…

"Si, ma la pennichella è fondamentale nella vita. Chi ha un cervello deve farlo riposare, anche se è brianzolo. Il mio amico Franco Romani, che mi ha scritto per farmi gli auguri, mi ha consigliato di calarmi nella vita militare, collaudando tutti i tipi di brande, così, mi ha detto: quando tu farai la pennichella nessuno potrà dire che stai riposando: tu stai collaudando".

Ma lei l'ha fatto il militare?

"Ahimè no, io sono stato riformato per ridotte attitudini militari".

Un ministro della Difesa che non ha fatto naja…

"A quello che mi dicono sono stati solo due a tre i ministri della Difesa che hanno fatto il servizio militare. È uno svantaggio, ma spero me lo voglia perdonare".

Ci mancherebbe. E il difetto che invece non possiamo perdonare al Cavaliere?

"Che, appunto, non riposa mai. Lui si pone un obiettivo per volta, ma quando si mette in testa una cosa è finita, gli dedica tutte le sue energie e capacità: fino a perderci il sonno: è che gli inglesi chiamano Singlesenns of purpose".

Professore, lei l'inglese lo parla meglio dell'italiano…

"È che lo pratico in casa. L'ho imparato da mia moglie".

Dicono che sia la più bella First Lady del palazzo. Ma come ha fatto a conquistarla?

"Con un mazzo di fiori. Mi trovavo negli Stati Uniti per la borsa di studio, er5o arrivato un mese prima che cominciassero i corsi per imparare la lingua e un mio amico, Paolo Cherchi, ha cercato di mettermi in contatto con questa ragazza svedese del Minnesota che insegnava inglese".

Ma lei ha dato picche.

"All'inizio si: appena ha saputo che ero uno studente di economia non ne ha voluto sapere".

Poi invece?

"L'ho rivista a una festa ed è scattato qualcosa, una reazione chimica. Quella notte, io che ho sempre dormito benissimo, non ho chiuso occhio e la mattina alle otto sono andato dal fioraio che naturalmente era chiuso. Ho aspettato che aprisse e ho comprato dei fiori: è stata l'unica volta che le ho regalato dei fiori in 31 anni di matrimonio".

Era lei la fidanzata storica?

"Non è stata la mia prima fidanzata, ma data la gelosia di mia moglie è meglio che i miei antefatti non li racconti. Lei è la donna della mia vita".

Una passione esclusiva, come quella degli Azzurri, per Martino: il "forzista della prima ora".

"La coerenza è tutto, è una questione di coscienza".

La vocina silenziosa di prima?

"Esatto: preferisco pagare le conseguenze negative della coerenza anziché sopportare il tormento di sentirmi rimproverare ogni giorno per aver tradito me stesso".

Con Berlusconi, comunque non sono state tutte rose e fiori. Con i referendum dei Radicali, per esempio…

"Allora ci trovammo in profondo disaccordo. Devo dire che su questo tema aveva cambiato opinione lui e non io, e prova della solidità della nostra amicizia e della generosità dell'uomo e che quella differenza di opinioni che fu espressa anche in pubblico e in toni molto forti non ha influito minimamente sulla decisione poi ci chiedermi di fare il ministro della Difesa nel suo governo".

Alcuni le attribuiscono anche la disfatta elettorale del '96, causata, dicono, da certe sue posizioni, come quella sull'abolizione degli assegni di maternità.

"Questa è un 'idea che mette in giro qualche disinformato. Nella sostanza, l'idea è che la legislazione che è stata introdotta col nobile proposito di aiutare la partecipazione femminile al mondo del lavoro ha sortito come conseguenza il fatto che è più costoso assumere una donna che u uomo, perché un uomo non può restare incinta. Il risultato è che abbiamo un tasso di disoccupazione femminile enormemente superiore a quello maschile. Le intenzioni erano nobili, ma le consegue4nzae cono state negative. Questa cosa comunque non ha influito sull'esito elettorale e io mi sono sempre tenuto in linea con i miei principi e con quelli del mio gruppo".

Una virtù più unica che rara in questa repubblica di voltagabbana.

"Guardi, se dovessi fare un elenco anche sommario dei principali voltagabbana, faremmo notte".

E allora riduciamo la lista a membri del governo.

"Nel governo ci sono persone che hanno cambiato opinione. Qualcuno lo ha fatto anche per interesse, ma non credo che siano molti".

Bossi è un voltagabbana?

"Bossi ha cambiato idea, ma può darne una ragione plausibile perché sono cambiate le circostanze. Cambiare idea di per se non è un fatto negativo. Quando uno cambia idea adeguandola alla convenienza del momento allora viene in mente quello che diceva Smith a proposito del dell' "Animale insidioso e scaltro volgarmente chiamato politicante o statista le cui opinioni mutano al mutare delle convenienze". C'è chi cambia campo con la stessa rapidità di una pallina da ping pong".

E lei non si è mai sentito un po' una pallina da ping pong?

"Scherza? Mi darebbe il mal di mare".