SAPPIA LA DESTRA (E LA SINISTRA) SUL LIBERALISMO

(Da Libero, 4/4/01, pagina 6)

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TORINO - Se parlasse la lingua di Berlusconi, a Franco Debenedetti, senatore Diesse, scapperebbe che Giulio Tremonti è un "pericoloso comunista". Ma Debenedetti ha un che di aristocratico, e preferisce il fioretto alla clava. Così s'è limitato a scrivere, su "Panorama", che ha ragione chi si sente "deluso dal Polo in nome del mercato". L'articolo, assieme agli altri 300 scritti negli scorsi quattro anni più un'intervista di Oscar Giannino, è incluso in "Sappia la destra", il libro che ha appena dato alle stampe per Baldini e Castoldi. Non ci sarebbe molto da dire, lo ammette lui stesso, se "Sappia la destra" giocasse sul già detto, una silloge di articoli buona per l'autocelebrazione, al massimo una piacevole lettura. E invece no: il libro è soprattutto una provocazione, e di quelle forti.

Debenedetti parla della "battaglia di idee" combattuta in Italia sui grandi temi delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni: del liberismo insomma. E sostiene che è stata "perlopiù interna alla sinistra", in Parlamento il Polo ha detto poco e fatto niente.
Si potrebbe rispondergli che Debenedetti non è "la sinistra", e che ogni tanto non si capisce neppure che ci stia a fare nei Diesse. Se l'è chiesto anche Marco Travaglio, che guardacaso l'ha piazzato in cima alla "lista di proscrizione" pubblicata da MicroMega, l'elenco, cioé, degli "impresentabili" alle prossime elezioni. Praticamente una medaglia al valore.

Caro Senatore, perché Travaglio, e "MicroMega", ce l'hanno con lei? Troppo liberale per questa sinistra?

"C'è sinistra e sinistra. Sicuramente le mie posizioni sono diverse da quelle del gruppo giustizialista che fa capo a Flores d'Arcais, che poi finisce per attirare anche qualche forcaiolo doc. Ritengo che scegliere la via dell'attacco giudiziario, anziché di quello politico, al Polo sia stato un errore - che paghiamo oggi.

Non mi sembra granchè come democrazia voler dichiarare ineleggibile chi ha prende la maggioranza dei consensi, attaccandosi a una disposizione amministrativa del 1953. Certo che quello del conflitto di interessi è un problema, e non da poco. Ma un problema non necessariamente è una minaccia per la democrazia".

In "Sappia la destra", quest'ultimo libro, lei marca le distanze su un altro frangente, quello delle libertà economiche. Diciamo la verità: stupisce trovare fra i Diesse, sia pure come indipendente, un liberista intransigente...

"Chiariamoci: il mercato non è solo un meccanismo di allocazione delle risorse: perlomeno per me. Non difendo il mercato perché è più "efficiente" dell'alternativa statalista - anche se, ovviamente, lo è davvero. E' che il mercato aumenta gli spazi di libertà, è quello strumento attraverso il quale noi possiamo essere liberi di scegliere. Non solo, come consumatori, i prodotti; ma soprattutto come individui, i progetti della nostra vita.".

La rappresentazione che la sinistra ha dato in passato del mercato, però, è leggermente diversa. Credo fosse qualcosa tipo "lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo", l'economia "del privilegio", la proprietà che è un furto, roba del genere.

"Si può essere di sinistra senza essere marxisti. Anzi, anche a sinistra sono rimasti proprio in pochi. E' proprio l'attenzione per i più deboli che ci porta a difendere il mercato. Perché esso esige lo smantellamento dei privilegi, e dunque aumenta le opportunità per tutti. A differenza di qualche nostalgico, ionon credo neppure che un governo dell'economia centralizzato non giovi neppure ad economie nelle fasi iniziali del loro decollo: di sicuro però non vale per l'Italia, che è un paese evoluto, variegato: realizzare riforme "liberali" oggi è possibile. Vuoi per la maturità del Paese, vuoi per gli effetti delle globalizzazione, che offre opportunità a chi sa creare nuovi spazi di libertà.".

Lei rivendica alle forze dell'Ulivo la primogenitura di questa "rivoluzione liberale"...

"Sono il primo ad ammettere che non è stato fatto abbastanza: anzi si può dire che questo sia il leit motif della maggior parte di ciò che ho scritto in questi anni. Ma proprio perché a questi temi ho prestato un'attenzione quotidiana e costante, posso testimoniare che, se il centro-sinistra ha fatto meno di quel che poteva, il centro-destra ha fatto molto, molto meno di quello che doveva. A volte, non ha fatto nulla.

La destra ha seguito altre preoccupazioni, forse perché ha voluto rintuzzare gli attacchi giudiziari. Oppure perché, soprattutto nell'ultima parte della legislatura, ha inseguito il miraggio di risolvere la partita con una spallata ai governi. Così l'opposizione non è stata di pungolo per la maggioranza su questi temi. Ha dato sicuramente un grande contributo su questioni come quella del "giusto processo", ma si è dimenticato del liberismo economico. E così i segni di ravvedimento in campagna elettorale non risultano convincenti".

Senatore, una domanda cattiva. Sull' "Europeo", le misero in bocca questa dichiarazione (1994): "pur essendo un imprenditore, mi sento più vicino a Fausto Bertinotti che a Antonio Martino". L'ha mai detto?

Debenedetti aggrotta le ciglia, ci pensa un po'. "Sinceramente non ricordo: nel '94, anzi, c'era una polemica fortissima riguardo Bertinotti, i miei avversari mi facevano notare che - al di là dei miei punti di vista - in Parlamento sarei stato "schiavo di Rifondazione"..."

Poi il lampo di un ricordo.

"Anzi, no, è impossibile che l'abbia detto. E ti dirò perché: prima del '94, penso fosse nel '93, Martino venne qui a Torino, al Carignano, e fece una conferenza splendida. Io non lo conoscevo, ma rimasi assolutamente affascinato dall'uomo. Lo conobbi, prima che come esponente politico, come liberale "libertario", un liberale alla Ricossa, se così si può dire. Quindi mi stupirei molto d'aver detto quella frase nel '94..."

Nel '94 il liberismo era la parola d'ordine di Berlusconi. Oggi lo è molto di meno...

"Il Polo ha vissuto un profondo cambiamento rispetto al 1994 e al '96. Hanno stemperato certe posizioni. Un po' a causa del brutto ricordo della caduta del governo Berlusconi, e poi per l'ingresso nel Ppe.

Più in generale: Berlusconi oggi fa di tutto per "rassicurare" del suo moderatismo, sia i suoi elettori che gli altri Paesi UE. E questi tentativi di mediare hanno aspettati addirittura comici..."

Ad esempio?

"Beh, come quando, a Parma, Berlusconi mette insieme Reagan, la Thatcher e l'economia sociale di mercato, come se fossero parenti.

E poi: il Tremonti professore è sicuramente un acerrimo antagonista del Visco professore. Tuttavia, Tremonti superministro dell'economia in pectore ha delle cautele e delle prudenze che neppure Visco avrebbe al suo posto...L'ultimo articolo di Tremonti sul "Financial Times" era l'offensiva del sorriso, tutto teso a rassicurare i partner europei che nessuno è più europeista della Casa delle libertà, e via dicendo."

Un caso lampante è quello della concertazione. Tanto Brunetta quanto Tremonti stesso ne hanno riaffermato l'importanza, come veicolo privilegiato della pace sociale...

"E sono cose che ormai neppure Cofferati dice più. A dire il vero, ci sono anche delle ragioni più profonde per uscite di questo genere: è che gli spazi di manovra di un governo sono veramente esigui, e allora tanto vale mettere le mani avanti".

Cambiamo argomento: nel suo libro, oltre a difendere i contrabbandieri - come faceva Adam Smith - si proclama antiproibizionista. Come il ministro Veronesi, con cui tra l'altro simpatizza. Però il progetto antifumo ventilato da Veronesi non sembra andare propriamente in una direzione liberale.

"Prima di tutto bisognerebbe sapere quanto realmente il fumo passivo è pericoloso.. Bisogna trovare il sistema di tutelare i diritti dei non-fumatori, senza cadere nel tranello del proibizionismo. E dell'intolleranza, che è sempre intollerabile. Forse il mercato può inventare la soluzione, "producendo" locali smoking-free e locali per fumatori, lasciando poi ai consumatori facoltà di scegliere. Quanto all'antiproibizionismo sulle droghe... be', non è solo una questione di principio, quella per cui non si può essere liberali solo su alcune questioni e non esserlo su altre. Io credo che il proibizionismo produce la criminalità, e quindi induce milioni di ragazzi ad entrare in contatto con la criminalità. E addossare a chi ha già il problema della dipendenza il carico ulteriore di uno stigma sociale è ingiusto".

Lei ha proposto di alzare i limiti di velocità in autostrada a centoquaranta all'ora. Guadagnandosi l'antipatia delle mamme italiane. Perché?

"Quanti sono gli automobilisti che sulla Milano-Torino (o su qualsiasi altra autostrada) rispettano quei limiti? Una minoranza risibile. Quando la stragrande maggioranza della popolazione infrange, o ignora, una legge, non è che siano tutti dei potenziali criminali. Evidentemente dev'esserci qualcosa di sbagliato nella legge stessa. Alzando il tetto della massima velocità consentita, da una parte ci si potrebbe meglio concentrare su chi davvero rappresenta un pericolo per gli altri, dall'altra si disincentiverebbe lo spirito di trasgressione. Le leggi, per essere rispettate, devono essere rispettabili".

Alberto Mingardi