Sapete come
lavora l'ideologia? Lambisce le parole, le coccola, le corteggia fino a piegarle
lentamente ai suoi scopi, ai suoi voleri. Pensate alla Chiesa. Non nel senso di
cattolica-apostolica-romama, ma come sei lettere, iniziale minuscola. Una volta designava
un luogo di preghiera e meditazione, il tempio dello spirito - navate, colonne, altare,
confessionali, tabernacolo. Oggi, "chiese" è una parola sfuggente, ti sguscia
via dalle dita. Gli affiliati di scientology HANNO LE LORO CHIESE, E COSì I PROFETI
IMPROVVISATI DELL'ULTIMA CONFESSIONE IN SALSA NEW AGE. Una volta ho incontrato un taxista
che aveva visto venticinque extra terrestri che sarebbero venuti a prenderselo, lui e
pochi altri eletti. Mi depositò davanti all'albergo a tempo di record. Sa, devo andare in
chiesa.
È soltanto un esempio, ce ne sarebbero a bizzeffe. A farne una rassegna - puntuale,
ironica, accurata - ci ha pensato la Social Affair Unit dell'Instutite of Economic Affairs
di Londra, in centro-studi che anticipò la rivoluzione thatcheriana. Sotto la guida di
Digby Anderson, la S.A.U. ha radunato un gruppo d'intellettuali (economisti, giornalisti,
scrittori) per scrivere il dizionario che mancava: il dizionario della parole pericolose.
Un vademecum contro le storture e gli imbrogli "politically correct".
Fra gli autori di questo vocabolario antibuonita, spiccano il romanziere best-seller
Frederick Forsyth, Lord Harris of High Cross (nume tutelare degli euroscettici
britannici), il filosofo razionalista Roger Scruton, l'italiano Angelo Maria Petroni e le
migliori firme del giornalismo conservatore d'Oltremanica.
Il perché di quest'iniziativa è presto detto: dar conto di come, insieme alle parole,
appassiamo anche noi. Quando si prostituisce la lingua, si finisce per spegnere il
pensiero.
Non s'invecchia più
Prendete la parola "adulto". Una volta aveva un significato preciso, che faceva
riferimento a quelli che erano un po' dei riti di passaggio. La patente, la maturità, il
voto, se volete il matrimonio - nel senso della capacità di prendersi un impegno gravoso
e duraturo. Il problema è che sul diventare adulti - che di per sé sarebbe un momento
squisitamente personale e soggettivo, difficile inventarsi categorie immutabili - s'è
aperto un dibattito politico. Per i laburisti inglesi, per esempio, un sedicenne è
"adulto" abbastanza da non poter essere plagiato per quel che riguarda il suoi
orientamenti sessuali. Ma non lo è a sufficienza per badare a se stesso. E per la desta
è vero il contrario.
Saltiamo alla lettera C. C come censura. Un atteggiamento censorio era quello del
Minculpop, lo Stato che legge, corregge, boccia e impedisce la pubblicazione,
l'esposizione, la messa in onda di una qualche forma d'espressione. Oggi invece parliamo
di "censura" quando lo Stato, grande dispensatore di fondi e sommo mecenate
delle arti, non adempie fino in fondo ai suoi presunti "doveri". E non stacca
l'ennesimo assegno a Cipri e Maresco.
Qualcosa di simile è accaduto ai diritti. Come sottolinea Angelo Petroni,
"diritti" originariamente stava per "diritti individuali". Cioè
libertà del singolo connotate "negativamente" rispetto alla Stato: il mio
diritto alla proprietà esiste, in prima battuta, come argine alla prepotenza arruffona
del Potere. E così il mio diritto alla vita, eccetera, eccetera. Col Novecento, i
"diritti" sono diventati titoli emessi dallo Stato a garanzia di questo o quel
gruppo sociale, assegni in bianco staccati a questa o quella categoria privilegiata.
Scontiamo ancora, insomma, l'eredità del pensiero socialista. Tanto più pericoloso
quanto più va a risvegliare risentimenti e invidie.
E come "etnico": aggettivo neutro, oggettivo, riferito a questa o quella
eredità culturale e linguistica, alla "musica etnica" di oggi. "Etnico è
un modo gentile di dire nero", incalza il perfido Auberon Waugh - memore della su
reale situazione del nord america, dove ormai qualsiasi riferimento al colore della pelle
è severamente vietato, tant'è che Nelson Mandela, per gli speaker della CNN, è
diventato un grande "afro-americano". Che è africano e basta (come pure molti
bianchi, detto per inciso. Frederick Forsyth se la prende invece con un sottoprodotto del
lessico giornalistico (i giornalisti sono i serial killer delle parole), quello
"zar" appicciato addosso a ogni possibile etichetta. Dallo zar Boris (Eltsin)
agli zar del narcotraffico: sarà che è passata di moda, insinua Forsyth, la terminologia
quasi-militare (task-force commando, annessi e connessi) e siamo a quella quasi reale.
"Ci sono più zar in Inghilterra oggi, che in Russia ai tempi dei Romanov".
L'ideologia che inquina, l'ideologia che ottunde il pensiero è l'incontrastata
protagonista di questo "dizionario", impietoso nello smascherarne le ipocrisie e
svelarne le menzogne. Soprattutto, quello che è il suo peccato più grave: avere il lusso
l'esercito di persone in buona fede che ci hanno creduto. Violentando non solo le parole,
ma il loro significato - e costruendo delle nuove prigioni sulla buona fede di chi sognava
nuove libertà.
Senza contare il fatto che il "politically correct" è nemico giurato della
Cultura con la c maiuscola: non è nemmeno il caso di ricordare lo svuotamento di
significato che hanno subito parole come "male" e "inferno", ormai
relegate e comprimari di un film dei Pockémon, scacciate dal paradiso terrestre di questa
religione che è solo un anestetico dell'anima - senza trascendente, senza dramma, senza
salvezza. Per non parlare dei "miti", strappati all'antica Grecia per diventare
scatole vuote, in cui ognuno inserisce di volta in volta ciò che gli aggrada, dai muscoli
di Schwartzenegger al sorrisetto di Tony Blair.
Pio ci sono i nuovi tabù. Il "genere", ammonisce Roger Scruton, una volta era
maschile-femminile, il pivellino e la patata, la barba e il rossetto. Adesso è una
"costruzione sociale". E alla domanda "di che genere sei", la risposta
diventa rischiosa, guai a offendere la sensibilità femminista. Siate prudenti. Con un bel
"non lo so" siete sicuri di non offendere nessuno. Benvenuti a buonismolandia.
Alberto Mingardi |