PER UNA FILOSOFIA DEL SIGARO
Pubblicato da La Provincia, lunedì 13 Maggio 2002

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Brutti tempi per i fumatori. C’è un nuovo proibizionismo nell’aria: lo raccontano l’ossessione per il fumo passivo, la pruderie di inventarsi un’apartheid a misura di Malboro, l’imponente flusso di dollari stornati qua e là ai quattro angoli del mondo dai movimenti "no smoking", l’assurda corsa alla profilassi totale, all’abolizione del rischio dall’esperienza umana (che per definizione è un dondolare sul filo).

Credo che giochi un certo ruolo, in questo moltiplicarsi di pregiudizi anti-tabagisti, il fatto che il fumatore viene associato, come categoria dello spirito, alla sigaretta. Che è lasciva, puzzolente, plebea. Non che non abbia un suo fascino. Ce l’ha. Ma è la sensualità grossolana dei film di cassetta, è i labbroni di una starlette rifatta, è il trucco pesante di una puttana di strada.

Quando si deve dare addosso ai fumatori, l’immagine che i telegiornali si divertono a stampare nelle nostri menti è il capufficio scamiciato, la segretaria plissettata, nicotina nicotina nicotina lavoro lavoro lavoro stress stress stress. Guarda caso, a fare capolino fra Veronesi e Sirchia), non è mai il profilo austero e gioioso assieme di un fumatore di sigaro. Nel tetro montaggio di uno spot antifumo, non c’è spazio per l’aroma del tabacco, per quel rito misterioso che è accendere un cubano, per l’eleganza proletaria del toscanello spezzato.

A restituirci il sigaro – e dunque un po’ anche la dignità e l’orgoglio di brandirlo nelle sere brumose – è Giulio Savelli. Già editore della "nuova sinistra" negli anni sessanta e settanta, Savelli ha affrontato un percorso coraggioso e zigzagante, fino a diventare liberale. Quanto liberale? Abbastanza, e lo dice uno piuttosto esigente. Ma Savelli più che per le sue convinzioni, è famoso per il suo bighellonare di partito in partito. Ne ha girati non pochi, rimanendone, credo, piuttosto deluso. Tant’è che si è stancato e, lasciata la politica, ha scritto "Sigaro mio – storia e gusto del sigaro fatto a mano" (Idealibri, 33 euro ben spesi). Verrebbe da dire: meno male. Perché anziché confezionare proposte di legge può o meno buone (e vedere quelle buone capottarsi nelle maree del consenso), Savelli s’è dedicato a questo libro, davvero bello, prezioso. Accurato nella ricostruzione storica. Minuzioso nell’ampia sezione fotografica e, sì, per così dire "statistica". Brillante nel delineare se non una filosofia, un’antropologia del fumatore di sigari.

Che è diverso dal consumatore frenetico di sigarette, "la sigaretta è nevrosi, il sigaro è puro piacere". Scrive Guillermo Cabrera Infante, "le sigarette sono per un istante, i sigari per l’eternità".

C’è la differenza che passa tra il gorgheggiatore di birra e il perfetto sommelier. "Farsi" un sigaro è un pasteggiare non un bere, è il trionfo del vizio sull’istinto, è solfeggiare l’armonia dei sensi e la melodia della ragione. "Fumare un sigaro significa ritrovare certi ritmi, ristabilire la comunicazione con se stessi" (Zino Davidoff).

Ma il libro di Savelli è anche attualità, non solo ritratto innamorato di un particolarissimo oggetto, il sigaro appunto. E’ uno sguardo impietoso alla legislazione italiana, che unisce alla tentazione forcaiola quell’aberrazione che sono i monopoli di Stato: una realtà "non riscontrabile in altri grandi Paesi europei, i quali non sembrano porre alcuna limitazione all’iniziativa privata nel settore". "Il risultato di questa politica statalistica è tale che l’Italia, maggior produttore di tabacco dell’Ue, non solo è di fatto esclusa dal mercato internazionale (...) ma offre al consumatore italiano una scelta estremamente limitata". Persino in questo campo, insomma, soffriamo il purgatorio di un protezionismo impossibile.

"Sigaro mio" si addentra in territori affascinanti. Dov’è nato il sigaro, com’è fatto, come viene costruito (costruito è la parola giusta). Ne lascio l’esplorazione al lettore. Mi piace invece ricordare la lucità del libro, e dell’autore, in un capitolo dedicato al tema annoso dei danni del fumo – affermati tutti, ricorda Savelli, solo al condizionale. E le prove, e l’evidenza scientifica? Molto meno provate, molto meno evidenti, di quanto affermino i media dalla crociata facile (ce lo ricorda, quotidianamente, un sito bastiancontrario: www.forcesitaly.org). Il suggerimento di Savelli, per risolvere l’annoso problema del dove fumare quando fumare, è pura e semplice civiltà. "Non fumiamo quindi in presenza di persone che non lo gradisco ma se, come spesso accade, il fumo è addirittura piacevole per chi vive con noi, rassicuriamolo sul fatto che non corre alcun pericolo". Perché "numerose ricerche epidemiologiche serie dimostrano che i fumatori passivi non presentano alcun incremento di rischio di cancro al polmone con significato statistico".

Per carità, per i fumatori "attivi" qualche rischio, magari minimo, ci sarà pure. Ma sembra un ragionevole prezzo da pagare se si è convinti, con Franz Liszt, che "un buon cubano chiude le porte alla volgarità del mondo".

Alberto Mingardi

Giulio Savelli, Sigaro mio. Storia e gusto del sigaro fatto a mano, Rimini: Idealibri, Euro 33,57.

Da La Provincia, lunedì 13 Maggio 2002.