LA LOTTA CONTRO IL FUMO E' CONTRO LA LIBERTA'
Pubblicato da La Provincia di Como, 31 Maggio 2003

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Oggi è la “Giornata mondiale contro il fumo”, un evento che si celebra ormai tutti gli anni con la solennità dovuta a un appuntamento col destino.

E sia, ogni epoca ha bisogno di uno spauracchio, di un capro espiatorio. La nostra l’ha trovato, a poco prezzo, nei fumatori. Per immolare un’intera classe di persone, tuttavia, è necessario fabbricarsi una giustificazione. In altri  tempi, ci si appellava alle leggi della storia, al senso delle cose, persino al volere imperscrutabile del Padreterno. Adesso, alla scienza: così, l’umanissima insofferenza al fumo di sigaretta diventa “lotta al fumo passivo”.

Guardiamo, tuttavia,  alla letteratura sul tema: su un totale di 123 studi condotti sul fumo passivo, sedici hanno segnalato un’elevazione di rischio di cancro al polmone, trenta hanno esibito una diminuzione di rischio di cancro al polmone, e il resto non ha significato statistico perché presenta al tempo una diminuzione e un’elevazione come estremi della forbice.

Non bisogna poi dimenticare che la “EPA” americana (che diede inizio alla “guerra” al fumo passivo con uno  studio meta-analitico, cioè che si basa su ricerche già esistenti) fu condannata per truffa statistica da una corte federale statunitense.

E’ vero, ci sono stati “mega processi” e “mega sentenze” con le quali l’industria del tabacco si è vista trascinare sul banco degli imputati, e poi condannare a risarcimenti salatissimi. La materia è buona per best-seller e film di cassetta. Tuttavia, quei verdetti sono stati puntualmente capovolti in appello.

Per un motivo molto semplice: la teoria del “fumo passivo” è ancora tutta da dimostrare.

Tornando a quei sedici studi (su 123) che la suffragano, va segnalato come l’aumento di rischio individuato in quelle sedi non oltrepassi mai  il 20%, mentre la stessa Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro non è un grado di dimostrare che un’elevazione di rischio del 30%. Gli statistici sostengono che un’elevazione di almeno il 200% è necessaria per sospettare che il rischio effettivamente sussista.

Le statistiche che annunciano decine (se non centinaia) di migliaia di morti “da fumo” all’anno non sono fatte con più criterio. Esse, certo, conteggiano il numero dei fumatori deceduti in un dato periodo: ma si guardano bene dallo specificare per che cosa essi sono morti. E’ facile gonfiare a dismisura i numeri, se si conteggiano i fumatori caduti dalle scale, quelli rimasti coinvolti in un incidente d’auto, quelli scivolati sulla proverbiale buccia di banan. Le statistiche non mentono, nossignori. Nell’anno y, sono passate a miglior vita x mila persone che, d’abitudine, fumavano. E’ un fatto. Ma se che fumavano è fuor di dubbio, non significa siano morte per quello. E’ come dire che in un anno sono scomparsi x mila melomani: sarà, ma dubito siano spirati tutti col cuore in pezzi per la stecca d’un tenore…

Quella del “fumo passivo” è una teoria che va rispettata come ogni altra: ma guai a basarsi soltanto su di essa per prendere decisioni che possono restringere così pesantemente la libertà delle persone.

Sì, le persone. Attaccare il “fumo” è come dar addosso alla minigonna, o al cioccolato fondente. Proibendo le minigonne, non è che si  faccia un torto alla minigonna, si limita la libertà di chi vorrebbe indossarne una. Oggi non è la giornata mondiale contro “il fumo”. Si tratta di un banale trucchetto retorico. Oggi è la giornata mondiale contro i fumatori, che restano – fino a prova contraria – persone come ogni altra.

Sono i diritti loro, e quelli dei proprietari dei cosiddetti “locali pubblici”, ad essere a rischio. Scrivo “cosiddetti” non a caso: siamo abituati a chiamare “locali pubblici” non solo gli uffici del catasto o della questura, ma anche spazi che in realtà sono privati. Il mio ristorante, il mio studio dentistico, il mio bar e’, appunto, “mio”: non e’ “pubblico”. Quindi dev’essere mio diritto decidere chi farci entrare e chi. Alcuni possono decidere di puntare su una clientela di fumatori, altri su una clientela di non fumatori – esattamente come ognuno decide da se’ quali ospiti accettare in casa propria.

Se davvero il fastidio verso il fumo è così generalizzato, come fanno balenare gli “antifumo”, non temete: i ristoratori s’attrezzeranno, per non perdere clienti. Ma perché impedire alla gente di barattare l’irritazione della sigaretta col piacere della compagnia?

Tocqueville paventava il pericolo di un “dispotismo paterno”  che “toglie la fatica di pensare e la pena di vivere”. Davanti alle proibizioni sventolate trionfalmente “per il vostro bene”, siamo tutti fumatori.  (alberto.mingardi@cne.org)

Alberto Mingardi