LA LEGITTIMA DIFESA DEI FUMATORI
Pubblicato da Libero, 9 Settembre 2003

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“I portasigarette che coprono le scritte antifumo sono illegittimi”. Lo dice l'Acusp (Associazione contribuenti utenti servizi pubblici), passando la palla al ministro della Salute, Girolamo Sirchia. I “copri-pacchetti” sono in commercio da poco e, ora sgargianti e coloratissimi, ora eleganti e ricercati, servono ai fumatori per non ricordarsi, ad ogni solfeggio di accendino, d’appartenere a una casta di intoccabili. Gli ammonimenti melodrammatici e lugubri (scritti in stile d’annuncio funerario), che tappezzano il 30% della superficie di un pacchetto di sigarette, scompaiono così per lasciare il posto a paesaggi fatati, fanciulle ammiccanti, o alla mesta sobrietà della tinta unita.

E’ un gesto, minuscolo, di legittima difesa. Ancora più urgente da ieri, siccome la commissione europea ha  adottato una decisione che consentirà agli Stati dell'Ue di imporre sui pacchetti di sigarette foto o immagini antifumo, dal vago sapore pornografico.

“Il fumo fa male”: il fumatore lo sa, ne è convinto, se l’è sentito ripetere da ogni pulpito. Ma vuol portare il suo cilicio di vizioso senza che gli sfuggano di mano anche le ultime briciole di dignità.

Per l’Acusp, è un’aspettativa illegittima, una speranza vana. “La lotta al fumo non deve conoscere momenti di sosta”, ricordano al ministro, come se ci fosse bisogno di rammentarglielo. Quasi Sirchia non avesse già dato prova di un attivismo formidabile: nel precluderci il ristoro di una boccata di tabacco, nel razionarci pietanze e beveraggi.

Ai signori dell’Acusp non basta. “Chi copre le scritte antifumo - dicono - potrebbe indurre altri a fumare senza comunicare loro il pericolo cui vanno incontro”. E “le scritte che tanto infastidiscono i fumatori sono previste dalla legge”, quindi s’adeguino senza far storie.

Leggendo dichiarazioni del genere, comincio a chiedermi se non ci sia, in qualche università del mondo, un segretissimo corso di studi in “salutismo”, col compito di sfornare attivisti d’obbedienza cieca pronta e assoluta, senza ma e senza se, che non si piegano a concessioni futili al compromesso, alla mediazione, alla ragionevolezza. Le Frattocchie del proibizionismo.

E’ davvero incredibile che si arrivi al punto di negare a una persona il diritto di “vestire” come preferisce un pacchetto di sigarette che s’è comprato coi propri soldi. E se, dove sta scritto “il fumo uccide”, scarabocchia nervosamente un numero di telefono, in mancanza di un blocco per gli appunti? E se, dove sta scritto “il fumo uccide”, s’arma di pastelli e pennerelli e disegna quel che le aggrada? E se, dove sta scritto “il fumo uccide”, ci appiccica uno sputo di nastro adesivo?

Gli “Artpacks” risparmiano ai fumatori la fatica di doversi improvvisare graffitari, tutto qua. Che dire poi, dei fumatori di sigaro, che li travasano d’abitudine in contenitori appositi? Dovranno incidersi “il fumo uccide” sulla pelle, scolpirlo nel legno? E chi respira a colpi di pipa? Dovrà munirsi di un’apposita tabacchiera politicamente corretta?

L’Acusp dice di essere un’associazione di contribuenti. Ma chi fuma paga le tasse. E ne paga, di tasse, anche sul pacchetto e sul copri-pacchetto.

Non diteci che gli “Artpacks” possono indurre chi non è informato circa i danni del fumo a cominciare a fumare: perché l’ignoranza, almeno a questo proposito, è stata completamente debellata. Nauseanti campagne d’indottrinamento hanno coinvolto scuole, televisioni, giornali. E’ possibile che, su qualche sperduta isola della Papuasia, si continui a fumare, felicemente ignari del rischio a cui si sottopone la propria salute, liberi dalla consapevolezza dannata di stare preparando il proprio funerale. In Italia, no.

Non è un copri-pacchetto a fare la differenza. Chi sostiene il contrario si espone al ridicolo. Lo fa, forse, incapace di capire perché – nonostante divieti e propaganda, e ormai sull’orlo della clandestinità – alcuni suoi simili non rinuncino alla nicotina. La risposta è di una banalità rivoluzionaria: perché fumare è un piacere. Fatevene una ragione. (alberto.mingardi@cne.org)

Alberto Mingardi