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Law and order, chiacchiere e distintivo:
quando Gianfranco Fini promette pugno di ferro con hashish e marjiuana
non stuzzica soltanto gli appetiti del suo elettorato, non si limita a
mostrare la faccia truce che indossa per contratto. Il rigurgito
proibizionista annunciato dal leader di An rientra nella triste logica
delle cose. Quando un uragano di proibizioni e norme travolge un vizio
un tempo socialmente accettato, come il fumo, e arriva a lambire la
privacy della tavola, è ovvio che non si useranno cortesie, non si
faranno prigionieri, se si parla di droghe.
Dopotutto, la crociata promessa da Fini
ricorda lo spirito della fatwa emessa dall'ayatollah iraniano Nasser
Makarem Shirazi, contro le sigarette. Ma almeno l'Iran sperimenta, in
questo caso, un sotterraneo conflitto fra Chiesa e Stato: la
Costituzione, infatti, vieta di vietare di fumare.
Altrove la legge non è altrettanto generosa. Per esempio in Nigeria,
dove dal 2002 chi viene sorpreso a fumare in pubblico rischia cinque
anni di carcere. L'anno scorso, negli Usa, un imprenditore d'origini
iraniane, Javid Naghani, si è guadagnato due anni e nove mesi per
essersi acceso una sigaretta in aereo. Sono casi paradossali,
eclatanti, a modo loro persino divertenti, l'oliva nel Martini della
comunicazione globale. Il dubbio è, però, che siano la punta dell'
iceberg. Non solo Fini, non solo Sirchia, insomma.
Il ministro della salute, di recente,
ha nel mirino i grassi in eccesso e chiede il contingentamento delle
porzioni nei ristoranti, covi di sovversione dietetica. In questo,
segue una strada già tracciata.
In California, nella Bay Area attorno a San Francisco, dalla quale il
politically correct si dipana a cerchi concentrici, le scuole
elementari ispezionano il cestino della merenda degli alunni alla
ricerca di snack dieteticamente scorretti. Le scuole pubbliche non
possono vendere cibo contenente noccioline perché alcuni bambini
potrebbero essere allergici alle arachidi. In Arkansas, da quest'anno,
gli alunni, esattamente come vengono valutati in base al profitto,
verranno anche pesati, e guai al verdetto della bilancia.
Mina, sulla Stampa, ha visto
nell'obeso l'«ultimo portabandiera del politicamente scorretto»: il
ciccione è uno dei sempre più impopolari guerriglieri urbani in lotta
contro lo «Stato terapeutico», stigmatizzato dal guru
dell'anti-psichiatria Thomas S. Szasz e trasformato da chimera
ideologica a creatura pulsante di divieti e proibizioni da governi
autoritari e surreali insieme, per quanto la vulgata giornalistica li
ritenga colpevoli, massimo massimo, di qualche insignificante e
trascurabile «eccesso di zelo». For your own good, per-il-tuo-bene, è
il sigillo con cui s'incarta ogni nuova trovata salutista. In tempi di
relativismo culturale, il grande fratello, non ancora uscito del tutto
dalle camere da letto, presidia incessantemente la cucina, attento a
quel che si mangia, fiscale con quel che si beve.
A Seattle, di recente è andata in
scena un'inusuale rievocazione del «Boston Tea Party». Si votava
infatti per approvare una tassa sul caffè, che avrebbe coinciso con un
aumento di 10 centesimi a tazzina. La giustificazione era quella
canonica: il caffè è un vizio, dà assuefazione. Così, un gruppo di
contribuenti arrabbiati s'è messo in costume e ha fabbricato lo slogan
No Espresso tax, rievocando - almeno nell'abbigliamento - la gloriosa
protesta di Boston. L'esito delle urne li ha premiati.
In precedenza, era stata addirittura la Environmental Protection
Agency a multare per «odori molesti» un negozio di Brooklyn, da 163
anni nel business del caffè. La lotta alla caffeina non è ancora nei
programmi di un certo ministro del governo Berlusconi, quello che di
cognome fa rima con un'espressione arabo-sicula usata di solito per
comunicare stupore, ma presto potrebbe finire sulla lista nera. Se non
altro perché il National Center on Addiction and Substance Abuse della
Columbia University, in un rapporto dello scorso febbraio, sostiene
che «i giovani che bevono caffè hanno quattro volte più probabilità di
diventare fumatori e bevitori». Bacco, Tabacco e Lavazza: anzi, bacco,
tabacco e Starbucks, perché è proprio la McDonald's del cappuccino a
esser finita nell'occhio del ciclone. I suoi locali dai colori
pastello e l'atmosfera amichevole, i suoi aromi fanciulleschi, i suoi
muffin succulenti che vanno giù solo assieme all'ultimo intruglio
(mezzo latte macchiato, mezzo cioccolata calda) trascinano nel vizio
sedicenni ancora ingenui. È da questo destino peggiore della morte che
il grande fratello salutista e la sua polizia calorica ci proteggono
con multe, campagne d'odio e condanne penali.
Oggi a tremare è l'industria
americana dell'ice cream. Esso sarebbe nient'altro che «coronary on
the cone», giocherebbe cioè un ruolo importantissimo nel causare
malattie coronariche. Legali col coltello tra i denti sono già partiti
all'arrembaggio, pronti a dividersi le spoglie del grande nemico, il
gelato alla vaniglia e al pistacchio, come già fatto con Big Tobacco.
Il copione è noto e ricalca in tutto
e per tutto i clichè del legal triller alla Grisham. Cause
spettacolari, risarcimenti milionari, la Philip Morris accompagnata
rispettosamente alla ghigliottina. Fin qui quel che sappiamo tutti.
Quel che non sappiamo - come documenta l'associazione Forces, miniera
inesauribile d'informazioni sul tema - è che la maggior parte dei
verdetti viene ribaltata in appello. La Corte Suprema del British
Columbia, in Canada, ha addirittura sancito che citare in giudizio le
imprese per malattie «causate» direttamente dal tabacco è
incostituzionale.
Ciò non significa che il Canada sia
scampato alla tempesta salutista. Lì, c'è anzi chi sostiene che
«profumarsi in pubblico è come fumare»: il Soviet supremo di questa
nuova tendenza ha sede a Halifax, in Nuova Scozia, dove nell'80% delle
scuole è vietato far uso di profumo. L'Eau de Toilette passiva
potrebbe far vittime. |