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HASHISH BACCO E STARBUCKS: IN NOME DELLA SALUTE
La tolleranza zero di Fini e Sirchia è in sintonia con il wellness americano e l’integralismo degli ayatollah
di Alberto Mingardi
[Pubblicato da Il Riformista, 24 Settembre 2003]

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PROIBIZIONISMI. PER MINA L’OBESO È L’ULTIMO BALUARDO DEL POLITICAMENTE SCORRETTO

Ritorno all'angolo di Alberto Mingardi
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Law and order, chiacchiere e distintivo: quando Gianfranco Fini promette pugno di ferro con hashish e marjiuana non stuzzica soltanto gli appetiti del suo elettorato, non si limita a mostrare la faccia truce che indossa per contratto. Il rigurgito proibizionista annunciato dal leader di An rientra nella triste logica delle cose. Quando un uragano di proibizioni e norme travolge un vizio un tempo socialmente accettato, come il fumo, e arriva a lambire la privacy della tavola, è ovvio che non si useranno cortesie, non si faranno prigionieri, se si parla di droghe.

Dopotutto, la crociata promessa da Fini ricorda lo spirito della fatwa emessa dall'ayatollah iraniano Nasser Makarem Shirazi, contro le sigarette. Ma almeno l'Iran sperimenta, in questo caso, un sotterraneo conflitto fra Chiesa e Stato: la Costituzione, infatti, vieta di vietare di fumare.
Altrove la legge non è altrettanto generosa. Per esempio in Nigeria, dove dal 2002 chi viene sorpreso a fumare in pubblico rischia cinque anni di carcere. L'anno scorso, negli Usa, un imprenditore d'origini iraniane, Javid Naghani, si è guadagnato due anni e nove mesi per essersi acceso una sigaretta in aereo. Sono casi paradossali, eclatanti, a modo loro persino divertenti, l'oliva nel Martini della comunicazione globale. Il dubbio è, però, che siano la punta dell' iceberg. Non solo Fini, non solo Sirchia, insomma.

Il ministro della salute, di recente, ha nel mirino i grassi in eccesso e chiede il contingentamento delle porzioni nei ristoranti, covi di sovversione dietetica. In questo, segue una strada già tracciata.
In California, nella Bay Area attorno a San Francisco, dalla quale il politically correct si dipana a cerchi concentrici, le scuole elementari ispezionano il cestino della merenda degli alunni alla ricerca di snack dieteticamente scorretti. Le scuole pubbliche non possono vendere cibo contenente noccioline perché alcuni bambini potrebbero essere allergici alle arachidi. In Arkansas, da quest'anno, gli alunni, esattamente come vengono valutati in base al profitto, verranno anche pesati, e guai al verdetto della bilancia.

Mina, sulla Stampa, ha visto nell'obeso l'«ultimo portabandiera del politicamente scorretto»: il ciccione è uno dei sempre più impopolari guerriglieri urbani in lotta contro lo «Stato terapeutico», stigmatizzato dal guru dell'anti-psichiatria Thomas S. Szasz e trasformato da chimera ideologica a creatura pulsante di divieti e proibizioni da governi autoritari e surreali insieme, per quanto la vulgata giornalistica li ritenga colpevoli, massimo massimo, di qualche insignificante e trascurabile «eccesso di zelo». For your own good, per-il-tuo-bene, è il sigillo con cui s'incarta ogni nuova trovata salutista. In tempi di relativismo culturale, il grande fratello, non ancora uscito del tutto dalle camere da letto, presidia incessantemente la cucina, attento a quel che si mangia, fiscale con quel che si beve.

A Seattle, di recente è andata in scena un'inusuale rievocazione del «Boston Tea Party». Si votava infatti per approvare una tassa sul caffè, che avrebbe coinciso con un aumento di 10 centesimi a tazzina. La giustificazione era quella canonica: il caffè è un vizio, dà assuefazione. Così, un gruppo di contribuenti arrabbiati s'è messo in costume e ha fabbricato lo slogan No Espresso tax, rievocando - almeno nell'abbigliamento - la gloriosa protesta di Boston. L'esito delle urne li ha premiati.
In precedenza, era stata addirittura la Environmental Protection Agency a multare per «odori molesti» un negozio di Brooklyn, da 163 anni nel business del caffè. La lotta alla caffeina non è ancora nei programmi di un certo ministro del governo Berlusconi, quello che di cognome fa rima con un'espressione arabo-sicula usata di solito per comunicare stupore, ma presto potrebbe finire sulla lista nera. Se non altro perché il National Center on Addiction and Substance Abuse della Columbia University, in un rapporto dello scorso febbraio, sostiene che «i giovani che bevono caffè hanno quattro volte più probabilità di diventare fumatori e bevitori». Bacco, Tabacco e Lavazza: anzi, bacco, tabacco e Starbucks, perché è proprio la McDonald's del cappuccino a esser finita nell'occhio del ciclone. I suoi locali dai colori pastello e l'atmosfera amichevole, i suoi aromi fanciulleschi, i suoi muffin succulenti che vanno giù solo assieme all'ultimo intruglio (mezzo latte macchiato, mezzo cioccolata calda) trascinano nel vizio sedicenni ancora ingenui. È da questo destino peggiore della morte che il grande fratello salutista e la sua polizia calorica ci proteggono con multe, campagne d'odio e condanne penali.

Oggi a tremare è l'industria americana dell'ice cream. Esso sarebbe nient'altro che «coronary on the cone», giocherebbe cioè un ruolo importantissimo nel causare malattie coronariche. Legali col coltello tra i denti sono già partiti all'arrembaggio, pronti a dividersi le spoglie del grande nemico, il gelato alla vaniglia e al pistacchio, come già fatto con Big Tobacco.

Il copione è noto e ricalca in tutto e per tutto i clichè del legal triller alla Grisham. Cause spettacolari, risarcimenti milionari, la Philip Morris accompagnata rispettosamente alla ghigliottina. Fin qui quel che sappiamo tutti. Quel che non sappiamo - come documenta l'associazione Forces, miniera inesauribile d'informazioni sul tema - è che la maggior parte dei verdetti viene ribaltata in appello. La Corte Suprema del British Columbia, in Canada, ha addirittura sancito che citare in giudizio le imprese per malattie «causate» direttamente dal tabacco è incostituzionale.

Ciò non significa che il Canada sia scampato alla tempesta salutista. Lì, c'è anzi chi sostiene che «profumarsi in pubblico è come fumare»: il Soviet supremo di questa nuova tendenza ha sede a Halifax, in Nuova Scozia, dove nell'80% delle scuole è vietato far uso di profumo. L'Eau de Toilette passiva potrebbe far vittime.

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