|
In una crisi
internazionale delle proporzioni e della gravità di quella che stiamo
vivendo, l’Unione Europea annuncia trionfante l’inizio di una nuova
guerra. La guerra all’obesità: che sarà combattuta senza fucili e
senza cannoni, senza sparare un colpo, senza issare una bandiera. Ma
si rivelerà festoso palcoscenico di una burocrazia acrobatica,
abilissima nella manifattura di tasse e regolamenti finora felicemente
inediti.
Fra le più probabili ipotesi di lavoro, c’è già chi parla
di introdurre una “fat tax”, che vada sostanzialmente a colpire gli
alimenti “grassi”, facendone lievitare il prezzo. Il consumatore di
domani pagherà la sua Coca Cola, il suo hamburger, e la sua barretta
di cioccolato più di quanto faccia quello di oggi. Un’imposta che
dovrebbe scoraggiare il consumo di alimenti altamente calorici, nella
speranza che anche i più accaniti peccatori di gola pensino col
portafoglio.
Che la crociata contro la ciccia sia inaugurata proprio
alla vigilia delle elezioni europee è sintomatico. Se una politica
estera unica è una chimera, se alla riforma della politica agricola
comune non si mette mano se non per finta, se l’euro si è trascinato
dietro una valanga di problemi, all’UE spetterà almeno l’indiscutibile
merito d’averci resi più sani e più belli.
E’ un sottile paradosso: gli europeisti più convinti
piangono la fragilità politica di Bruxelles, cui ancora mancano molte
delle competenze tradizionali degli Stati-nazione. Che smacco, per un
Leviatano che sul vecchio Stato nazionale è stato abilmente
pantografato. Tuttavia, se la guerra all’obesità diventerà
l’equivalente gastronomico della guerra alla droga e della guerra al
fumo, cioè una crociata ideologica che ingurgita con impassibile
frenesia quattrini e diritti, all’UE sarà riuscito un miracolo
impossibile persino ai governi più muscolari: borseggiare i cittadini
europei della banalissima libertà di mangiare quel che preferiscono.
L’operazione s’inserisce egregiamente in uno dei sentieri
ideologici oggi più battuti. Separare salute e scelte individuali è
una conquista dello statalismo, che sa espropriarci persino della
responsabilità del nostro corpo. Che quest’ultimo sia mio e debba
gestirmelo io è qualcosa di più di uno slogan abusato: è un fatto
della vita, o almeno così pensavamo, scritto nelle cose. Ciò non
significa che l’obesità sia uno stile di vita ideale. Il punto è che
non sta al governo accompagnarci sulla bilancia. Lo Stato del
benessere, oggi, è persino Stato del benessere fisico. |