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SIAMO GRASSI. MA LA DIETA DI STATO NON LA DIGERIAMO
di Alberto Mingardi

[Pubblicato da La Provincia di Como, Mercoledì 22 Settembre 2004]

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“Per il vostro bene”: queste parole, in bocca ad un qualsiasi esponente politico, assumono il suono più minaccioso del mondo.

Sono incrostate della melassa del paternalismo. Siamo di nuovo ad un’antica idea: che lo Stato, cioè, sia chiamato ad essere “padre” del suo popolo. Gli anglosassoni, con variazione sul tema, lo chiamano “the Nanny State”, lo Stato bambinaia. Che forse è uscito dalle nostre camere da letto. Ma solo per bussare in cucina.

Ieri il “Corriere della Sera” ha dedicato ampio spazio alla “dieta di Stato”, l’ultima trovata di Girolamo Sirchia, che, badate bene, non è “ministro della sanità”, faccenda triviale fatta di numeri appiccicosi, letti in corsia e prezzo dei farmaci, ma della “salute”. Di una cosa che si presupporrebbe vostra e mia, nella banale illusione che ci appartenga la proprietà di questo corpo che occupiamo.

Fino a qualche anno fa, uno Stato occhiuto e consumatore vorace di porzioni sempre più ingenti del reddito nazionale, ammetteva almeno un invincibile tabù. Pranzi e cene si succedevano senza spingerci a poco a poco nel raggio dell’illegalità. Culatello e pancetta, tiramisù e millefoglie, rientravano al massimo nell’ambito dei peccati di gola: di crimini in punta di forchetta, non se ne parlava.

Intendiamoci. La proposta del ministro Sirchia ancora non ha assunto carattere coercitivo, è uno studio buttato sul piatto, come tanti. Condito, fra l’altro, con abbondante dose di ipocrisia: da una parte, c’è la solita manfrina dietologica sul fatto che ciascuno è l’arbitro migliore dei propri consumi. E’ quel che resta della sovranità del palato. Dall’altro, si discetta di quantità ottimali quotidiane, col gusto di rimestare nel vocabolario dei piani quinquennali.

Dalle nostre parti, in Brianza, c’è un signore che fa dimagrire vagonate di gente, insegnando loro un nuovo equilibrio psicofisico, senza adoperare nemmeno il concetto di “caloria”. Lo stesso fanno un altro paio di diete alla ribalta: una, francese, è stata oggetto di curiosità anche della tv di Stato (e credo si venda bene in libreria). L’altra ha rimesso in forma, Oltreoceano, Bill e Hillary Clinton. Poi ci sono le sfumature, le differenze di approccio e di opinione, uno solo dei metodi funzionerà davvero.

Ma mentre il mondo si sgancia dall’ossessione della caloria, il ministero ci resta avvinghiato. Ragionare in termini di calorie è l’ideale per fabbricare numeri, per confezionare “piani”, appunto. Per sorprendere il peccatore facendo appello non  al cielo (e ci mancherebbe), ma all’autorità della Scienza, idolo laico.

Non c’è dubbio che il cibo abbia a che fare con la nostra salute, ed il nostro benessere (e con la nostra mente, i nostri sogni, il nostro piacere…). Non c’è dubbio che, come in ogni cosa, vi sia una linea – per quanto, talvolta, sottile – che divide l’uso dall’abuso.

Eppure, ogni volta che il ministro Sirchia sfodera una delle sue scintillanti intuizioni, che varranno alla Casa delle Libertà, alle prossime elezioni, il meritatissimo soprannome di Casa dei Divieti, sono preso soprattutto da un immenso senso di tristezza. E d’invidia.

Tristezza perché, davanti alla follia, è l’unico sentimento legittimo. La rabbia vale a poco. Quando la pazzia s’impossessa del tempo in cui viviamo, vince lo smarrimento.

L’invidia è per i nostri cugini anglosassoni, che pure sono gli apripista in fatto di “life styles” imposti per legge, attacchi alla ciccia, guerra al fumo, e altri jihad per ayatollah desiderosi solo di fagocitare la società del benessere. Perché, nonostante il nuovo proibizionismo sia merce quotatissima a Washington, nessuno può togliere loro quel diritto che Thomas Jefferson ebbe la saggezza di scolpire nella dichiarazione d’indipendenza: il diritto “alla ricerca della felicità”.

Non, attenzione, alla “felicità”. Un “diritto alla felicità” la presupporrebbe fosse uguale per tutti, somministrabile in dose regolamentata.

Invece la felicità è una faccenda individuale. La libertà è quel che ci consente di perseguirla a modo nostro – sapendo che solo pochi, e solo di rado, la raggiungono in senso pieno e stabile.

Ma se la felicità è una faccenda individuale, non c’è la forma perfetta per tutti, il reddito perfetto per tutti, il condimento per la pasta e la dose di mele perfetta per tutti. Bisogna accettare il fatto che le persone compiono scelte, misurandosi sul metro delle proprie aspettative, delle proprie ambizioni, dei propri progetti.

Una società libera lascia a ciascuno di pensare la propria vita e se stesso, non pone limiti alla bilancia. Tutti severamente, obbligatoriamente, inevitabilmente magri: è stato così soltanto nei campi di concentramento.

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