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“Per il vostro
bene”: queste parole, in bocca ad un qualsiasi esponente politico,
assumono il suono più minaccioso del mondo.
Sono incrostate
della melassa del paternalismo. Siamo di nuovo ad un’antica idea: che
lo Stato, cioè, sia chiamato ad essere “padre” del suo popolo. Gli
anglosassoni, con variazione sul tema, lo chiamano “the Nanny State”,
lo Stato bambinaia. Che forse è uscito dalle nostre camere da letto.
Ma solo per bussare in cucina.
Ieri il “Corriere della Sera” ha
dedicato ampio spazio alla “dieta di Stato”, l’ultima trovata di
Girolamo Sirchia, che, badate bene, non è “ministro della sanità”,
faccenda triviale fatta di numeri appiccicosi, letti in corsia e
prezzo dei farmaci, ma della “salute”. Di una cosa che si
presupporrebbe vostra e mia, nella banale illusione che ci appartenga
la proprietà di questo corpo che occupiamo.
Fino a qualche anno fa, uno Stato
occhiuto e consumatore vorace di porzioni sempre più ingenti del
reddito nazionale, ammetteva almeno un invincibile tabù. Pranzi e cene
si succedevano senza spingerci a poco a poco nel raggio
dell’illegalità. Culatello e pancetta, tiramisù e millefoglie,
rientravano al massimo nell’ambito dei peccati di gola: di crimini in
punta di forchetta, non se ne parlava.
Intendiamoci. La proposta del ministro
Sirchia ancora non ha assunto carattere coercitivo, è uno studio
buttato sul piatto, come tanti. Condito, fra l’altro, con abbondante
dose di ipocrisia: da una parte, c’è la solita manfrina dietologica
sul fatto che ciascuno è l’arbitro migliore dei propri consumi. E’
quel che resta della sovranità del palato. Dall’altro, si discetta di
quantità ottimali quotidiane, col gusto di rimestare nel vocabolario
dei piani quinquennali.
Dalle nostre parti, in Brianza, c’è un
signore che fa dimagrire vagonate di gente, insegnando loro un nuovo
equilibrio psicofisico, senza adoperare nemmeno il concetto di
“caloria”. Lo stesso fanno un altro paio di diete alla ribalta: una,
francese, è stata oggetto di curiosità anche della tv di Stato (e
credo si venda bene in libreria). L’altra ha rimesso in forma,
Oltreoceano, Bill e Hillary Clinton. Poi ci sono le sfumature, le
differenze di approccio e di opinione, uno solo dei metodi funzionerà
davvero.
Ma mentre il mondo si sgancia
dall’ossessione della caloria, il ministero ci resta avvinghiato.
Ragionare in termini di calorie è l’ideale per fabbricare numeri, per
confezionare “piani”, appunto. Per sorprendere il peccatore facendo
appello non al cielo (e ci mancherebbe), ma all’autorità della
Scienza, idolo laico.
Non c’è dubbio che il cibo abbia a che
fare con la nostra salute, ed il nostro benessere (e con la nostra
mente, i nostri sogni, il nostro piacere…). Non c’è dubbio che, come
in ogni cosa, vi sia una linea – per quanto, talvolta, sottile – che
divide l’uso dall’abuso.
Eppure, ogni volta che il ministro
Sirchia sfodera una delle sue scintillanti intuizioni, che varranno
alla Casa delle Libertà, alle prossime elezioni, il meritatissimo
soprannome di Casa dei Divieti, sono preso soprattutto da un immenso
senso di tristezza. E d’invidia.
Tristezza perché, davanti alla follia, è
l’unico sentimento legittimo. La rabbia vale a poco. Quando la pazzia
s’impossessa del tempo in cui viviamo, vince lo smarrimento.
L’invidia è per i nostri cugini
anglosassoni, che pure sono gli apripista in fatto di “life styles”
imposti per legge, attacchi alla ciccia, guerra al fumo, e altri jihad
per ayatollah desiderosi solo di fagocitare la società del benessere.
Perché, nonostante il nuovo proibizionismo sia merce quotatissima a
Washington, nessuno può togliere loro quel diritto che Thomas
Jefferson ebbe la saggezza di scolpire nella dichiarazione
d’indipendenza: il diritto “alla ricerca della felicità”.
Non, attenzione, alla “felicità”. Un
“diritto alla felicità” la presupporrebbe fosse uguale per tutti,
somministrabile in dose regolamentata.
Invece la felicità è una faccenda
individuale. La libertà è quel che ci consente di perseguirla a modo
nostro – sapendo che solo pochi, e solo di rado, la raggiungono in
senso pieno e stabile.
Ma se la felicità è una faccenda
individuale, non c’è la forma perfetta per tutti, il reddito perfetto
per tutti, il condimento per la pasta e la dose di mele perfetta per
tutti. Bisogna accettare il fatto che le persone compiono scelte,
misurandosi sul metro delle proprie aspettative, delle proprie
ambizioni, dei propri progetti.
Una società libera lascia a ciascuno di
pensare la propria vita e se stesso, non pone limiti alla bilancia.
Tutti severamente, obbligatoriamente, inevitabilmente magri: è stato
così soltanto nei campi di concentramento. |