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COLPA TUA SE IL FUMO TI UCCIDE
di Alberto Mingardi

[Pubblicato da Libero, Sabato 17 Dicembre 2005]

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Se ne è parlato per gli effetti meramente economici, per il sospiro di sollievo che si è registrato in borsa, ma l’ultima decisione che vede protagonista Philip Morris è importante per ben altri motivi. La corte suprema dell’Illinois ha messo a testa in giù il verdetto di primo grado, che condannava “Big Tobacco” ad una cospicua sanzione, per pubblicità ingannevole. Tuttavia, la possibilità di vendere come “light” alcuni prodotti – ha stabilito il tribunale – era stata previamente concessa dalla Federal Trade Commission. Non c’è frode: anzi, il reato non sussiste.

Da una parte, non è il primo appello sorprendente, rispetto a quella lunga catena di azioni contro l'industria del fumo, che dagli anni Novanta hanno assunto la forma di un unico, imponente legal thriller.

A dispetto delle più diffuse credenze, le famigerate “multinazionali del tabacco” hanno sempre vinto: sia le cause in cui si tirava in ballo l’eterea categoria del “fumo passivo”, sia i procedimenti nei quali hanno rintuzzato i tentativi del governo Usa di utilizzare lo spauracchio della salute pubblica per allungare le mani sui loro profitti .

D'altro canto, la sentenza è significativa soprattutto sul piano delle libertà e della responsabilità individuali. Al centro, c'è ovviamente un'insinuazione particolarmente infamante: quella di frode, nella confezione delle “sigarette light”. Tuttavia, a monte, sta un problema più ampio: ovvero la stessa possibilità di colpire attraverso provvedimenti collettivi un settore industriale accusato di aver distribuito “prodotti pericolosi”, che danni concreti hanno provocato alla salute di alcuni individui. Prevenzione e libera scelta del singolo, anche di danneggiare se stesso, diventano così dati trascurabili. Soprattutto, si produce una semplificazione artificiosa di problemi ben più complessi. Come ammette qualsiasi buon epidemiologo, per esempio, il cancro è una terribile malattia la cui causa può risiedere in una pluralità di fattori. Se è già difficile isolarne uno singolo nel caso particolare di ogni malato, pensare di farlo attraverso una “class action” - un'azione collettiva voluta da un numero sovente amplissimo di persone che stimano di essere nella medesima situazione - è inevitabilmente pretestuoso.

Avallare l'uso indiscriminato di strumenti del genere finisce per creare imbarazzanti eccezioni a quei principi di responsabilità e libertà che sono cari alla tradizione americana. È stato così per il tabacco, si è provato a fare lo stesso per il cibo. Per ora, fallendo. Non si può pretendere consapevolmente che siano altri a pagare per le nostre scelte. Se un signore decide di pranzare e cenare da McDonald's tutti i giorni per un mese, è surreale che pensi allo stesso tempo di dimagrire. Fino a che punto siamo disposti a spingerci? Madri scandalizzate trascineranno in tribunale le aziende produttrici di cioccolato, così patentemente responsabili dell'acne delle figlie? Un ragazzo lasciato sul lastrico dalla sconsiderata passione paterna per il gioco, citerà in giudizio il casinò? E che dire della pur cospicua “classe” dei cornuti, non hanno forse diritto di rifarsi sulle case di moda che infarciscono giornali e tv di spot smaccatamente allusivi, stimolando così la fedifraga ninfomania dei compagni?

Questi sono paradossi, è vero, mentre il cancro è una cosa seria. Serissima. Nondimeno, un conto è il dovere di un'informazione seria e corretta, altro l'idea che i nostri stili di vita possano e debbano in qualche modo essere “gratis”, il tentativo esasperato di esorcizzare il demone della responsabilità personale. Più banalmente, la voglia di raschiare quattrini ad un business grande e potente, col primo pretesto che capita. Negli Stati Uniti, si dice che il rule of law, il governo della legge, sta diventando il rule of lawyers, il governo degli avvocati. Più che le persone che pure hanno sofferto una disgrazia, e che pertanto legittimamente hanno bisogno di un “colpevole”, sono loro i registi e i beneficiari maggiori di queste azioni. Una cosa è il diritto, però, altra l’estorsione.
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