Se ne è parlato per gli effetti
meramente economici, per il sospiro di sollievo che si è registrato in
borsa, ma l’ultima decisione che vede protagonista Philip Morris è
importante per ben altri motivi. La corte suprema dell’Illinois ha
messo a testa in giù il verdetto di primo grado, che condannava “Big
Tobacco” ad una cospicua sanzione, per pubblicità ingannevole.
Tuttavia, la possibilità di vendere come “light” alcuni prodotti – ha
stabilito il tribunale – era stata previamente concessa dalla Federal
Trade Commission. Non c’è frode: anzi, il reato non sussiste.
Da una parte, non è il primo appello sorprendente, rispetto a quella
lunga catena di azioni contro l'industria del fumo, che dagli anni
Novanta hanno assunto la forma di un unico, imponente legal thriller.
A dispetto delle più diffuse credenze, le famigerate “multinazionali
del tabacco” hanno sempre vinto: sia le cause in cui si tirava in
ballo l’eterea categoria del “fumo passivo”, sia i procedimenti nei
quali hanno rintuzzato i tentativi del governo Usa di utilizzare lo
spauracchio della salute pubblica per allungare le mani sui loro
profitti .
D'altro canto, la sentenza è significativa soprattutto sul piano delle
libertà e della responsabilità individuali. Al centro, c'è ovviamente
un'insinuazione particolarmente infamante: quella di frode, nella
confezione delle “sigarette light”. Tuttavia, a monte, sta un problema
più ampio: ovvero la stessa possibilità di colpire attraverso
provvedimenti collettivi un settore industriale accusato di aver
distribuito “prodotti pericolosi”, che danni concreti hanno provocato
alla salute di alcuni individui. Prevenzione e libera scelta del
singolo, anche di danneggiare se stesso, diventano così dati
trascurabili. Soprattutto, si produce una semplificazione artificiosa
di problemi ben più complessi. Come ammette qualsiasi buon
epidemiologo, per esempio, il cancro è una terribile malattia la cui
causa può risiedere in una pluralità di fattori. Se è già difficile
isolarne uno singolo nel caso particolare di ogni malato, pensare di
farlo attraverso una “class action” - un'azione collettiva voluta da
un numero sovente amplissimo di persone che stimano di essere nella
medesima situazione - è inevitabilmente pretestuoso.
Avallare l'uso indiscriminato di strumenti del genere finisce per
creare imbarazzanti eccezioni a quei principi di responsabilità e
libertà che sono cari alla tradizione americana. È stato così per il
tabacco, si è provato a fare lo stesso per il cibo. Per ora, fallendo.
Non si può pretendere consapevolmente che siano altri a pagare per le
nostre scelte. Se un signore decide di pranzare e cenare da McDonald's
tutti i giorni per un mese, è surreale che pensi allo stesso tempo di
dimagrire. Fino a che punto siamo disposti a spingerci? Madri
scandalizzate trascineranno in tribunale le aziende produttrici di
cioccolato, così patentemente responsabili dell'acne delle figlie? Un
ragazzo lasciato sul lastrico dalla sconsiderata passione paterna per
il gioco, citerà in giudizio il casinò? E che dire della pur cospicua
“classe” dei cornuti, non hanno forse diritto di rifarsi sulle case di
moda che infarciscono giornali e tv di spot smaccatamente allusivi,
stimolando così la fedifraga ninfomania dei compagni?
Questi sono paradossi, è vero, mentre il cancro è una cosa seria.
Serissima. Nondimeno, un conto è il dovere di un'informazione seria e
corretta, altro l'idea che i nostri stili di vita possano e debbano in
qualche modo essere “gratis”, il tentativo esasperato di esorcizzare
il demone della responsabilità personale. Più banalmente, la voglia di
raschiare quattrini ad un business grande e potente, col primo
pretesto che capita. Negli Stati Uniti, si dice che il rule of law, il
governo della legge, sta diventando il rule of lawyers, il governo
degli avvocati. Più che le persone che pure hanno sofferto una
disgrazia, e che pertanto legittimamente hanno bisogno di un
“colpevole”, sono loro i registi e i beneficiari maggiori di queste
azioni. Una cosa è il diritto, però, altra l’estorsione. |