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LA CANDELA DI SIRCHIA
di Alberto Mingardi

[Pubblicato da Libero, Mercoledì 11 Gennaio 2005]

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Cinquecento mila italiani hanno smesso di fumare. Il trend è consolidato: il 7% degli ex fumatori di quest’anno, però, dice di aver spento l’accendino a causa dei divieti. Sembra essere questo, dodici mesi dopo l’entrata in vigore, il bilancio della legge Sirchia, provvedimento ormai completamente metabolizzato dal pubblico votante. La pausa sigaretta fra l'antipasto e il primo, costantemente rapinata alla pazienza dei commensali, è un rito che si consuma tutto sommato allegramente, sulla porta del ristorante, magari sfruttandola come occasione per socializzare: “signorina, ha da accendere?”

La sua battaglia, Girolamo Sirchia può ben dire di averla vinta. Il gioco (perseguire un obiettivo di salute pubblica: una società con meno fumatori) è valso la candela (proibire ai proprietari di un locale aperto al pubblico di selezionare autonomamente se e quanto si dovesse fumare, sul loro). Quanto a determinazione, l'ex ministro della sanità avrebbe qualcosa da insegnare ai colleghi di governo.

Ma questa legge tanto apparentemente efficace è anche “giusta”? No, non lo era e rimane, anzi, una norma profondamente sbagliata.

In prima battuta, per lo stesso obiettivo che persegue. Del fatto che fumare faccia male siamo tutti sufficientemente consapevoli: le campagne sui rischi del fumo hanno tuonato abbastanza. Ma una società libera è una società in cui ciascuno può scegliere di correre i rischi che crede, fintanto che non danneggia il suo prossimo. E' una società che vede i cittadini e i consumatori per quello che sono: individui responsabili. Che si consideri ciascuno di noi abbastanza affidabile da poter votare, ovvero concorrere alla scelta di politiche che influenzeranno la vita di tutti, ma non per fumare, ovvero fare qualcosa le cui ripercussioni sconterà lui soltanto, è un affronto al buon senso.

Si dirà: qui si parla di fumo passivo, non attivo. Però l'evidenza scientifica, sul tema, fornisce solo fiochi barlumi di probabilità. La stessa comunità degli esperti è divisa e le ipotesi di danno paiono comunque trascurabili, scorrendo le note degli epidemiologi. La legge Sirchia non serve per proteggerci dal fumo passivo - se non ci fosse, chi davvero temesse di essere avvelenato dalle sigarette degli altri, potrebbe semplicemente tenersi alla larga dai locali in cui vige libertà di accendere. La legge Sirchia serve per “educare il popolo”: tant'è che i suoi eclatanti risultati pendono proprio in quella direzione, la sua virtù sta nell’aver contribuito a ridurre il numero dei fumatori. Il divieto di fumare in un locale aperto al pubblico è strumentale alla diminuzione globale dei “viziosi”.

Ma e' questo il mestiere dello Stato? Insegnarci come mantenere in salute il nostro corpo? E' giusto che, per “educarci”, i proprietari di bar e ristoranti debbano affiggere il cartello “no smoking”, anziché decidere, da soli, quale linea di condotta adottare, quale clientela privilegiare, quelli che fumano o tutti gli altri?

Questa sostanziale limitazione della proprietà privata è attivamente sostenuta, certo, da una parte non piccola della popolazione. Il fumo può essere fastidioso, e per chi non lo regge è senz’altro più piacevole uscire la sera nella certezza che non si incontreranno maleodoranti schiavi della nicotina sulla propria strada. Gli entusiasti della legge Sirchia non la misurano sul metro della salute di tutti. Dicono: altro che storie, si sta meglio così. Ma è normale che in un Paese le leggi si facciano per questo, cioè per bersi più comodamente una birra in compagnia?

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