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Cinquecento mila italiani hanno smesso di
fumare. Il trend è consolidato: il 7% degli ex fumatori di quest’anno,
però, dice di aver spento l’accendino a causa dei divieti. Sembra
essere questo, dodici mesi dopo l’entrata in vigore, il bilancio della
legge Sirchia, provvedimento ormai completamente metabolizzato dal
pubblico votante. La pausa sigaretta fra l'antipasto e il primo,
costantemente rapinata alla pazienza dei commensali, è un rito che si
consuma tutto sommato allegramente, sulla porta del ristorante, magari
sfruttandola come occasione per socializzare: “signorina, ha da
accendere?”
La sua battaglia, Girolamo Sirchia può ben dire
di averla vinta. Il gioco (perseguire un obiettivo di salute pubblica:
una società con meno fumatori) è valso la candela (proibire ai
proprietari di un locale aperto al pubblico di selezionare
autonomamente se e quanto si dovesse fumare, sul loro). Quanto a
determinazione, l'ex ministro della sanità avrebbe qualcosa da
insegnare ai colleghi di governo.
Ma questa legge tanto apparentemente efficace è
anche “giusta”? No, non lo era e rimane, anzi, una norma profondamente
sbagliata.
In prima battuta, per lo stesso obiettivo che
persegue. Del fatto che fumare faccia male siamo tutti
sufficientemente consapevoli: le campagne sui rischi del fumo hanno
tuonato abbastanza. Ma una società libera è una società in cui
ciascuno può scegliere di correre i rischi che crede, fintanto che non
danneggia il suo prossimo. E' una società che vede i cittadini e i
consumatori per quello che sono: individui responsabili. Che si
consideri ciascuno di noi abbastanza affidabile da poter votare,
ovvero concorrere alla scelta di politiche che influenzeranno la vita
di tutti, ma non per fumare, ovvero fare qualcosa le cui ripercussioni
sconterà lui soltanto, è un affronto al buon senso.
Si dirà: qui si parla di fumo passivo, non
attivo. Però l'evidenza scientifica, sul tema, fornisce solo fiochi
barlumi di probabilità. La stessa comunità degli esperti è divisa e le
ipotesi di danno paiono comunque trascurabili, scorrendo le note degli
epidemiologi. La legge Sirchia non serve per proteggerci dal fumo
passivo - se non ci fosse, chi davvero temesse di essere avvelenato
dalle sigarette degli altri, potrebbe semplicemente tenersi alla larga
dai locali in cui vige libertà di accendere. La legge Sirchia serve
per “educare il popolo”: tant'è che i suoi eclatanti risultati pendono
proprio in quella direzione, la sua virtù sta nell’aver contribuito a
ridurre il numero dei fumatori. Il divieto di fumare in un locale
aperto al pubblico è strumentale alla diminuzione globale dei
“viziosi”.
Ma e' questo il mestiere dello Stato?
Insegnarci come mantenere in salute il nostro corpo? E' giusto che,
per “educarci”, i proprietari di bar e ristoranti debbano affiggere il
cartello “no smoking”, anziché decidere, da soli, quale linea di
condotta adottare, quale clientela privilegiare, quelli che fumano o
tutti gli altri?
Questa sostanziale limitazione della proprietà
privata è attivamente sostenuta, certo, da una parte non piccola della
popolazione. Il fumo può essere fastidioso, e per chi non lo regge è
senz’altro più piacevole uscire la sera nella certezza che non si
incontreranno maleodoranti schiavi della nicotina sulla propria
strada. Gli entusiasti della legge Sirchia non la misurano sul metro
della salute di tutti. Dicono: altro che storie, si sta meglio così.
Ma è normale che in un Paese le leggi si facciano per questo, cioè per
bersi più comodamente una birra in compagnia? |