E I MEDICI USA PROPONGONO LA TASSA SUGLI OBESI

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L'obesità come l'effetto serra, i chili di troppo peggio del buco nell'ozono. L'ha detto ieri Lester Brown, presidente del Worldwatch Institute: attenzione, i ciccioni sono un "problema mondiale".

Touché. Il politicamente corretto ha fatto un'altra vittima. Stavolta tocca a loro, è il turno dei grassoni. Non a caso, l'allarme arriva dall'America - dove si parla, nientemeno, di "emergenza nazionale".

Sul banco degli imputati, 97 milioni di cittadini statunitensi: questo il numero, fra obesi e persone semplicemente "sovrappeso", termine quest'ultimo che andrebbe - non è un gioco di parole - attentamente soppesato. Perché? Perché in realtà certe statistiche suonano sospette: ad esempio, nel 1997 l'esercito dei "robusti" s'è ingrassato del 6%. Ma è anche vero che, nello stesso anno, si sono stravolti i rapporti peso-altezza per definire chi è obeso e chi non lo è.

In ballo ci sono più interessi di quanto si possa immaginare: l'American Medical Association, praticamente l'ordine dei medici d'Oltreoceano, ha diffuso tutta una serie di studi sul "costo sociale" dell'obesità. Alcuni parlano di cento, altri addirittura di duecento miliardi di dollari (di dollari): questo è quanto costerebbe qualche chilo di troppo all'intera società americana.

Il problema è che si tratta di dati, ovviamente, parziali: nessuno ci dice in che misura gli obesi contribuiscono alle spese dello Stato, quante e quali tasse pagano, qual è la loro incidenza sull'erario. Sicuramente è destinata ad aumentare: la "A.M.A." appunto, da una parte, e l'Osservatorio Americano sull'Obesità dall'altra, hanno presentato al Congresso due proposte di legge destinate a far discutere.
L'Osservatorio lancia l'idea di una "fat tax": cioè di una tassa che colpisca i cibi grassi. A qualcosa del genere sta pensando anche il governo neozelandese, che mira a imporre un'aliquota del 40% (quaranta per cento) su cibi grassi e bibite gassate. Vuol dire che, nella terra dei Kiwi, Coca Cola e Sprite potrebbe costare una volta e mezza il prezzo che hanno oggi. Lo stesso vale per McDonald's: notizia che potrà far piacere a Bertinotti ed agli strenui difensori della nostra "sovranità culinaria", peccato che lì non ci sia da tutelare né la pasta al pesto né il prosciutto di Parma. E' solo un metodo, efficiente e subdolo, per vampirizzare l'americano e il neozelandese medio: fare in modo che un "Big Mac" costi quanto un'aragosta. Però.

L'A.M.A. non si ferma qui: stiamo studiando - fanno sapere - una forma di tassazione ancora diversa. E, si capisce, parecchio ingegnosa. Se il problema è disincentivare la vita sedentaria e i pranzi pantagruelici, hanno pensato i cervelloni del sindacato dei dottori, perché non tassare gli individui in base al peso? Massì, facciamo finta che tutti i magri s'ammalino di meno, e che tutti i grassi s'ammalino di più. E presentiamo il conto: questa è, né più né meno, una nuova versione dell'imposta "progressiva" sul reddito. La tassazione progressiva è uno dei punti fermi della sinistra: il concetto è che più sei ricco, più devi pagare. Mangiare costa, e per ingrassare bisogna mangiare molto, e mangiare molto significa spendere parecchio. Dopo il fallimento della via sovietica e di quella cinesa, di quella polpottiana e di quella titina, ecco la via alimentare (polpettiana, se preferite) al comunismo.

Proposte di legge a parte, si può già parlare di una deriva autoritaria: a Fallingbrook, in provincia di Ottawa (Canada), la scuola elementare -comunale, s'intende - ha vietato tutte le merendine per "proteggere" i bambini. Niente yogurt, crackers, cioccolatini e brioches, a scuola i ragazzi devono mangiar sano. Guai a mamma se si fida della Kinder, della Ferrero o, peggio ancora, se prepara da sè una crostata per il suo ometto. La scuola, delle mamme, non si fida: si sa, assieme alle nonne ed alle zie, sono loro le principali colpevoli se loro figlio ingrassa. Ingrassare, secondo Lester Brown, uccide: a quando l'allarme per le mamme assassine?

L'isteria anti-ciccia colpirà presto anche l'Italia, statene certi. Sempre Brown, del resto, è stato chiaro: il problema è sì "globale", ma globale nel senso degli Stati Uniti e provincia, insomma la società occidentale. Sono obesi (o "soprappeso", qualsiasi cosa significhi) il 61% degli americani, il 51% degli inglesi, il 51% dei tedeschi.

Paradossalmente il Terzo Mondo scoppia di salute: in Brasile i chili di troppo sono un problema del 36% della popolazione soltanto. In Cina, appena del 15%. Mancano all'appello, per esempio, i dati riguardo la Corea del Nord - una mancanza gravissima. Se è sulla strada del comunismo alimentare che dobbiamo incamminarci, prendiamo almeno esempio dai comunisti doc.
Alberto Mingardi

(Da "Libero", 23 Dicembre, p.1-11)