IL FASCISMO E LA CAMPAGNA CONTRO IL FUMO

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Collegamento all'articolo originale "Fascism and the Campaign to End Smoking" di Pierre Lemieux, pubblicato dal National Post Canadese il 2 Ottobre 1999 subito dopo la pubblicazione del libro "The Nazi War on Cancer" di Robert Proctor

Collegamento a Subversive Liberty, il sito di Pierre Lemieux (inglese e francese)

di Pierre Lemieux

Articolo originale scritto nel 1999. Traduzione dall'inglese pubblicata nel Novembre 2000. Traduzione di Elvira Bianco.

Osservando le politiche adottate dal partito Nazionalsocialista, che governò la Germania dal 1933 al 1945, dal punto di vista di un osservatore del ventesimo secolo, esse appaiono sorprendentemente moderne. Robert N. Proctor, nel suo ultimo lavoro "La guerra di Hitler al cancro", (The Nazi War on Cancer, pubblicato nella sua versione originale inglese dalla Princeton University Press nel 1999, ed ora pubblicato in Italia), provvede un'ampia documentazione sulla guerra nazista contro il cancro, sulle misure adottate dal regime e sulle campagne intraprese dai nazisti in nome della pubblica sanità. Il professor Proctor, storico della scienza all'Università della Pennsilvania, ha dedicato molte delle sue ricerche alle interrelazioni tra medicina e sanità pubblica e politica, analizzando soprattutto la politica nazionalsocialista.

I nazisti erano conosciuti e ammirati per aver adottato le misure più progressiste, per i loro tempi, in materia di sanità pubblica. Essi applicarono le norme e le ricerche più avanzate per curare le malattie relative all'ambiente, quelle professionali, e quelle derivanti dallo stile di vita. Il cancro fu dichiarato "Il primo nemico dello stato." La politica nazista favoriva i cibi naturali e si opponeva ai grassi, agli zuccheri, all'alcol e alla vita sedentaria. Il preesistente movimento moderato contro l'uso di alcol e tabacco divenne più attivo sotto i nazisti, che s'impegnarono nel creare ciò che il prof. Proctor definisce "una sicura utopia sanitaria"

I capitoli più lunghi del libro del prof. Proctor sono dedicati al tabacco, "un argomento giustificato", spiega l'autore, "dal sorprendente fatto - prima d'ora inosservato - che la Germania nazista aveva la più aggressiva campagna contro il fumo e la più sofisticata epidemiologia antitabacco del mondo". È risaputo che lo stesso Hitler era un fanatico antifumatore, ma il movimento antifumo e le politiche d'intervento pubblico dell'era nazista andarono ben oltre i capricci di Hitler.

Il tabacco fu attaccato poiché "reliquia di uno stile di vita liberale" e fu definito una "masturbazione polmonare". Nella Germania nazista alcuni ricercatori di medicina, con forti connessioni al nazismo, furono i primi a stabilire una relazione statistica tra il fumo e il tumore ai polmoni. Mezzo secolo prima che l'Environmental Protection Agency facesse uso di scienza rottame contro "il fumo ambientale del tabacco", l'attivista anti-tabacco Dr. Fritz Lickint coniò il termine "fumo passivo" (egli sosteneva, tra l'altro, che anche il caffè fosse cancerogeno!).

I nazisti istituirono severi controlli anti-fumo, incluse restrizioni sulla pubblicità e divieti in molti luoghi di lavoro, negli uffici governativi, negli ospedali e in seguito anche su tutti i treni ed autobus nelle città. In alcune località divenne illegale per le donne acquistare sigarette. "La donna tedesca non fuma", proclamava uno slogan nazista.

Nel 1941, fu creato l'Istituto per la Ricerca sui Rischi del Tabacco, sotto la direzione di Karl Astel, un fervente nazista che si tolse la vita nell'Aprile del 1945. Astel sosteneva che l'opposizione al tabacco era "un dovere del socialismo nazionale." Come rettore dell'Università di Jena, proibì il fumo in tutti gli edifici dell'università. Il suo istituto produsse la più aggressiva documentazione scientifica sul rapporto tra fumo e cancro.

Proctor è perplesso e angustiato dal fatto che "Le iniziative per la Sanità pubblica erano portate avanti non solo nonostante il fascismo ma anche in conseguenza del fascismo", come egli mette in risalto. Il suo libro è però debole nell'analisi di questo tema. Nel capitolo conclusivo, dove egli cerca di focalizzare questo punto, ci si limita infatti ad affermare che il fascismo tedesco era un complesso miscuglio di bene e di male. Fortunatamente, l'ampia documentazione fornita dall'autore ci permette di avanzare ulteriormente quest'analisi.

Il fascismo si basa sulla sottomissione dell'individuo alla comunità. Come scrisse Benito Mussolini a proposito del ventesimo secolo: "Se il XIX secolo è stato il secolo dell'individualismo, c'è da aspettarsi che questo sia il secolo del collettivismo, quindi il secolo dello Stato". Il marchio tedesco del fascismo, il Nazionalsocialismo, era caratterizzato anche da convinzioni razziste (in contrasto col nazionalismo puro). D'altra parte, in Occidente la dottrina della sanità pubblica si ora è spostata dalla focalizzazione su sanità e malattie contagiose ad un attacco frontale sulle scelte dell'individuo e su uno stile di vita considerato politicamente scorretto.

La relazione tra fascismo e sanità pubblica è probabilmente molto più simbiotica di quanto ammette il prof. Proctor. Dopo aver letto "La guerra di Hitler al cancro", il lettore attento si troverà nella posizione ideale per capire perché il fascismo richieda un'efficace politica di intervento della sanità pubblica. Lo stato fascista ha bisogno di "prezioso materiale umano" - o, come diremmo oggi, di sane "risorse umane". Gli slogan nazisti erano più espliciti di quelli usati dai nostri crociati odierni: "Il tuo corpo appartiene alla nazione!" "É tuo dovere essere sano!", "Il cibo non è una questione privata!" L'Economato Nazionale Nazista anticipò gli odierni fascisti della salute delineando anche i cosiddetti "costi sociali" del fumo.

Il miscuglio di salute pubblica diventa più efficace se si aggiunge un ingrediente razzista. La campagna per la sanità pubblica contribuì non solo a preservare una popolazione di coscritti e di contribuenti, ma anche "Il puro sangue tedesco." Quest'additivo non era veramente necessario, sarebbe bastato anche solo il collettivismo. Ma come ci fa notare Proctor, "I medici della Germania del fuhrer erano più interessati al ' vigore della razza ', la cosiddetta comunità del popolo, che alla salute degli individui".

Il professor Proctor prende le distanze dai libertari, che vedrebbero la mano invisibile del fascismo nell'odierna repressione del fumo: "Non è mia intenzione", egli scrive, "dimostrare che gli odierni sforzi anti-fumo abbiamo radici fasciste, né che le misure per la sanità pubblica siano per principio totalitarie - come vorrebbero farci credere alcuni libertari." Tuttavia, bisogna chiedersi se esistono connessioni istituzionali che leghino più strettamente la sanità pubblica al fascismo. Oltre al bisogno dei fascisti di avere soggetti sani, io ritengo che ci siano altre connessioni che aiutino a dare significato all'inquietante testimonianza contribuita da Proctor.

Sia le politiche fasciste, sia la moderna ideologia salutista, richiedono uno stato molto forte. Proctor ci ricorda che le preoccupazioni per la salute pubblica erano ben note nel periodo della repubblica di Weimar, e il primo ente anti-tumore finanziato dallo stato fu fondato in Germania 33 anni prima che i nazisti arrivassero al potere. "La novità del periodo nazista fu l'incremento dei poteri dati alle forze della polizia, ed alla legislatura, per mettere in pratica ampie misure preventive". I poteri concessi alla polizia dal fascismo permisero infatti all'ideologia della sanità pubblica di rivelare la sua vera natura.

L'apparato statale Nazista aveva un "Fuhrer per la sanità del Reich", che istituì uffici centrali per schedare i dati relativi a molte malattie e tossicomanie. La Germania nazista era una società trasparente, dove agli individui non era concesso nascondere la propria vita allo stato. Migliaia di alcolizzati "schedati" caddero vittime del programma di sterilizzazione sotto la Legge per la Prevenzione della Prole Geneticamente Malata.

Ne segue che il fascismo conduce naturalmente alla tirannia della sanità pubblica, che a sua volta ha bisogno di uno stato con ampi poteri. Questa è la logica dietro le istituzioni politiche e la crescita dei poteri dello stato. Il principale rischio dell'odierno movimento di sanità pubblica non sta tanto nelle sue radici fasciste quanto nella sua capacità di giustificare i - ed appellarsi a - tirannici poteri governativi.

Forse, su un piano morale, esiste una netta correlazione tra la moralità di un'azione e la bontà delle intenzioni che ne sono alla base. Ma, al contrario di ciò che il prof. Proctor sembra presupporre, non esiste una correlazione simile tra le intenzioni dell'uomo e le sue conseguenze sociali. Gli economisti Bernard de Mandeville e Adam Smith hanno riconosciuto che anche intenti egoisti possono avere delle conseguenze altruiste positive. Allo stesso modo, le buone intenzioni possono avere degli effetti indesiderati. Come scrisse Friedrick Holderlin: "Ciò che ha sempre trasformato lo stato in un inferno sulla terra è che l'uomo ha cercato di fare di essa il suo paradiso." Non c'è da sorprendersi che le buone intenzioni della sanità pubblica nazista producessero terribili conseguenze, né che una cattiva ideologia come il fascismo ottenesse qualche buon risultato in termini di sanità pubblica.

Ma ci furono invero buoni risultati? Possiamo veramente affermare che il nazismo abbia prodotto delle buone misure per la sanità pubblica? Forse, ma solo se ignoriamo il prezzo imposto agli individui. In termini di salute pubblica, nessun risultato è assolutamente buono, ed indipendente dai suoi costi. Anche se si accetta che il fumo contribuisca al cancro polmonare, ciò non giustifica la proibizione a persone adulte di fare ciò che vogliono della loro vita. Contro le 20.000 donne tedesche che forse furono salvate dal cancro grazie alla politica paternalista nazista, bisogna tenere conto non solo delle aggressioni e delle morti causate dal potere politico necessario per raggiungere tale risultato, ma anche del prezzo pagato da quelle donne sul piano della loro libertà e dignità.

Dalla descrizione fornitaci dal professor Proctor sulla vita dei tedeschi durante il nazismo, emergono ulteriori risultati. Nonostante il tirannico potere dello stato e malgrado la guerra, il potere in Germania non fu mai completamente centralizzato. Controversie continuarono ad essere dibattute (almeno all'interno della stirpe ariana), la ricerca sul cancro andò avanti, e l'industria del tabacco lottò contro i proibizionisti, mentre la vita mantenne un'apparenza di normalità. Proprio come succede oggi.

Naturalmente, esiste una differenza di grado tra la tirannia nazista e le silenziose tirannie amministrative sotto le quali viviamo oggi. Ma forse i futuri osservatori si chiederanno come, alla fine del ventesimo secolo, una vita apparentemente normale potesse coesistere con l'incremento degli attacchi alle nostre libertà.


Pierre Lemieux è professore di economia all'Università del Quebec ad Hull, Canada.