I COSTI SOCIALI DEL TABACCO: TUTTO FUMO, NIENTE ARROSTO

Studi economici rilevano che in realtà la società trae notevoli benefici dal fumo

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Collegamento all'articolo originale "Social Cost of Tobacco: All Smoke, No Fire" di Pierre Lemieux, pubblicato il 29 Gennaio 1999 dal National Post Canadese

Collegamento a Subversive Liberty, il sito di Pierre Lemieux (inglese e francese)

di Pierre Lemieux

Articolo originale pubblicato dal National Post (Canada) il 29 Gennaio 1999. Traduzione dall'inglese pubblicata nel Dicembre 2000. Traduzione di Elvira Bianco.

Accade sempre più spesso che le proposte per aumentare le tasse sul tabacco e controllare il fumo siano basate sull'argomento dei "costi sociali". Ad esempio, Howard Barnum, economista della Banca Mondiale, sostiene che "il mercato mondiale del tabacco produce una perdita complessiva di 200 miliardi di dollari statunitensi annui". É un fatto scontato che il fumo abbia un netto costo sociale, vero?

Non esattamente. La bibliografia sulla sanità pubblica è stata notoriamente incapace di produrre studi attendibili sui costi del fumo. Come scrivono gli economisti Anil Markandya e David Pearce del British Journal of Addiction, "le varie stime prodotte sono generalmente infondate per ciò che concerne qualsiasi valida teoria sui costi sociali." Quest'accusa è rivolta anche alle ripetute "stime" emesse dai singoli governi.

Potenzialmente, tutti i principali studi economici (per esempio, gli studi realizzati dagli economisti accademici, pubblicati sui giornali economici ufficiali) negli ultimi vent'anni mostrano che il tabacco, lungi dall'imporre un netto costo sociale, genera invece netti benefici sociali - un giudizio quasi unanime di tutti i ricercatori impegnati negli studi sanitari. Tutto sommato quindi, esiste un netto trasferimento di ricchezza che va dai fumatori ai non fumatori.

Due differenti argomenti devono essere analizzati. Il primo concerne l'attendibilità dell'affermazione che i non fumatori, come gruppo, sovvenzionano i fumatori. Il secondo, che il fumo grava finanziariamente sulla società nel suo insieme.

Circa il primo argomento, ora gli economisti accettano in fatto che i non fumatori non sovvenzionano i fumatori, quando tutto è tenuto in debito conto. [Infatti], mentre solo i fumatori che si ammalano da "malattie da tabagismo" utilizzano l'assistenza sanitaria (che in parte ancora pagano di tasca loro), essi sovra-compensano con le tasse che pagano sul tabacco; d'altro canto, essi usufruiscono meno di pensioni ed altre spese sanitarie [che incorrono con l'avanzare dell'età] perché muoiono più giovani.

Il secondo argomento - cioè il bilancio tra i benefici e i costi sociali portati dal fumo sulla "società nel suo insieme" - è ingannevole. Nonostante i numerosi problemi filosofici e metodologici implicati dal compendio dei costi e dei benefici su tutti gli individui che costituiscono la società, la teoria economica dimostra che un prodotto che sia liberamente acquistato e venduto sul mercato, generalmente porta più benefici che spese. Nell'articolo apparso sul numero di Marzo dello Yale Law Journal, I professori Jon Hanson e Kyle D. Logue non sono d'accordo su quello che potrebbe essere il primo tentativo di risposta agli economisti.

Il loro dissenso riguarda il punto: "A chi appartiene il corpo?" Gli anti-fumo considerano la perdita d'entrate personali di un fumatore, o le spese mediche concernenti le "malattie da tabagismo", come una perdita "per la società". Nei loro calcoli, tipicamente circa l'ottanta per cento di ciò che è compendiato come costi che i fumatori "esternalizzano" al loro prossimo è costituito da perdite economiche subite dai fumatori stessi. Gli economisti, al contrario, sostengono che il corpo di un individuo appartiene all'individuo stesso, ed escludono quindi i presunti rischi - ed i costi subiti in prima persona - dai costi sociali.

I due campi sono in disaccordo anche su un altro punto: se un individuo possa decidere da solo se il piacere del fumo valga di più dei possibili costi, inclusi i possibili rischi futuri. Il campo degli anti-fumo sostiene che i fumatori, essendo assuefatti al fumo in primo luogo, non possono fare questa scelta. [Si noti che] senza l'argomento dell'assuefazione - da cui, secondo la Banca Mondiale, derivano i 200 miliardi di dollari netti in costi sociali summenzionati - non esiste alcun caso economico contro il fumo. Applicando una normale analisi economica ai calcoli di Barnum, il consumo di tabacco produce un netto profitto sociale (per i consumatori e i produttori) di $26 miliardi di dollari l'anno.

Esistono molte - e forti - obiezioni al discorso sulla dipendenza da fumo. In un recente libro, il giornalista statunitense Jacob Sullum compara il concetto di dipendenza come "forma di comportamento" alla "farmacologia Voodoo" secondo cui una droga - sia essa caffeina o tabacco - prende totale controllo della libera volontà delle sue impotenti vittime. Molti ex-fumatori riprendono a fumare dopo mesi - o anni - di distanza dagli ultimi sintomi d'astinenza; inoltre, i fumatori preferiscono le sigarette alle gomme a base di nicotina o ad altri sostitutivi. "La verità", scrive Sullum, "è che i fumatori sono 'assuefatti' (cioè trovano difficoltà ad abbandonare l'abitudine) [semplicemente] perché a loro piace fumare."

Un'altra argomentazione può essere presa a prestito dall'economista inglese Anthony de Jasay: lo stato paternalista è tanto assuefacente quanto la droga, e la storia suggerisce che tale assuefazione è più pericolosa che qualsiasi erba concepibile. Chi farà una causa collettiva contro i salutisti, responsabili di averci assuefatto allo Stato Balia?

L'articolo dello Yale Law Journal promuove l'uso di un "tesserino per sigarette" obbligatorio. Basato sulla stessa tecnologia delle strisce magnetiche usata oggi per le carte di credito e carte ATM, la tessera "dovrebbe ... essere esibita dal fumatore ogni volta che compra le sigarette, e tenere il conto di una serie di potenziali e rilevanti fattori a rischio, quali il numero di pacchetti comprati dal fumatore, le marche acquistate, e l'età del fumatore al momento dell'acquisto".

Per quanto riguarda la paura del Grande Fratello, gli autori obiettano che "…Potrebbe [già] essere troppo tardi per preoccuparsi delle ripercussioni sulla privacy che tale proposta potrebbe comportare." In altre parole: non preoccupatevi del Grande Fratello. Tanto, lui è già con noi.

Pierre Lemieux è professore di economia all'Università del Quebec ad Hull, Canada.