FACCIAMOLA FINITA CON L’APARTHEID DEL FUMO

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Collegamento all'articolo originale "End The Smoking Apartheid"

Collegamento a Subversive Liberty, il sito di Pierre Lemieux (inglese e francese)

di Pierre Lemieux

Secondo il Council for Tobacco Control del Canada, la “Settimana nazionale contro il fumo” ha promosso “il diritto degl’individui a respirare aria non inquinata dal fumo di tabacco”. Si legga: il divieto per gl’individui di fumare sulla proprietà privata. Uno dei baluardi dei crociati antifumo è la proibizione del fumo negli esercizi privati aperti al pubblico, convenientemente chiamati “luoghi pubblici”.

Tobacco Control, un giornale internazionale dedito alla jihad antifumo, ha recentemente sostenuto che “l’industria del tabacco ha cooptato e manipolato l’industria dell’ospitalità per promuovere la sua agenda di preservazione dell’accettabilità sociale del fumo, e impedire e avversare le politiche dei ristoranti smoke-free per mezzo dell’idea di ‘sistemare’ fumatori e non fumatori…”.

Le parole “proprietà” e “privata” sono notoriamente assenti dagli articoli di Tobacco Control, come lo sono virtualmente da tutti gli scritti degli attivisti antifumo. Il concetto di proprietà privata è assente anche dai tipici argomenti dell’industria del tabacco contro i bandi o le regolamentazioni sul fumo. Entrambi i fronti sembrano ignorare l’idea che ristoranti, bar e luoghi di lavoro sono esercizi privati, e che i diritti di proprietà sono più efficienti del controllo governativo nel comporre le preferenze di fumatori e non fumatori.

Sia l’evidenza che il senso comune suggeriscono che il rischio del fumo passivo sarà la truffa del ventesimo secolo. Ciò nonostante, facciamo finta che il fumo passivo sia davvero una minaccia per la salute dei non fumatori. Sarebbe questa una ragione per regolamentare o proibire il fumo nei luoghi pubblici? La risposta è no.

La vita sociale è piena di rischi, dalle malattie contagiose (come l’epatite C) agl’incidenti causati dall’uomo (per esempio, quelli stradali). La maggior parte di questi rischi non possono, e non dovrebbero, essere ridotti a zero, perché la loro eliminazione imporrebbe costi inconcepibili a molti individui. In Francia, ogni anno 115.000 sciatori si fanno male, e più di 50 muoiono, spesso colpiti da altri sciatori. Nelle Montagne Rocciose canadesi, gli sciatori continuano a sfidare le valanghe. Ogni individuo sceglie liberamente se correre o no questi rischi e godere i benefici delle attività a essi associate.

Per massimizzare i profitti, un ristoratore deve mediare tra le domande delle sue differenti clientele. A seconda di quanti clienti sono disposti a pagare per mangiare in un ambiente con o senza fumo, e in funzione del costo necessario a soddisfare queste preferenze, il ristoratore deciderà che tipi d’ambiente offrire. Il mercato mostrerà la sua consueta diversità, presumibilmente con ristoranti non-smoking, per fumatori, o con ambienti separati.

Oppure, guardiamo al problema in questa maniera. Supponiamo che un ristoratore esponga un grosso cartello con scritto: “Sono ammessi solo i fumatori e coloro che apprezzano il fumo passivo”. Che male ci sarebbe? Quanti detestano il fumo dovrebbero solo rivolgersi alla concorrenza. Anzi, prima che il governo del Quebec adottasse la sua legge anti-tabacco nel 1998, si poteva osservare una gran diversità, poiché il 28% delle attività della provincia avevano scelto (perlopiù di propria spontanea volontà) di bandire il fumo.

Un vantaggio della proprietà privata e della libertà di contratto è quello di permettere la soddisfazione dei gusti delle minoranze. Questa è la ragione per cui vi sono attività che si rivolgono agli omosessuali, ai vegetariani, agli obesi, o che offrono cibo cascer e foie-gras, eccetera. Al contrario, i processi politici e burocratici danneggiano forzosamente alcuni individui per favorirne altri.

L’intellighenzia foraggiata dalla salute pubblica afferma che le attività legate all’ospitalità non perdono profitti nel momento in cui viene imposto un bando. Ora, se ciò fosse vero, in base a queste premesse nessun gestore di tali locali permetterebbe il fumo. Siamo seri: è ridicolo aver fiducia nei diktat di burocrati che non hanno mai posseduto un’attività commerciale, e di politici che sono perlopiù abituati a depredare il prossimo.

Contro la libertà di scelta e la diversità del mercato, le parole magiche della “salute pubblica” sono l’argomento conclusivo, e non solo per quel che riguarda il tabacco. In Cina McDonald’s non può vendere pupazzi di Snoopy perché, secondo un quotidiano di stato, la promozione “istiga ad acquistare gozzoviglie… e ha seri effetti sulla salute fisica e mentale di bambini e adolescenti”. Negli Stati Uniti McDonald’s è stato citato in giudizio da clienti obesi che, come i fumatori, hanno sostenuto di non essere responsabili delle proprie scelte (per fortuna, la prima di tali cause è stata appena bocciata da un giudice di New York). “Salute pubblica” è divenuta l’ennesima etichetta dell’autoritarismo e dello statalismo.

Non è un caso se l’industria dell’“ospitalità” è più ospitale in un contesto capitalista, di libero mercato e proprietà privata, anziché in un ambiente socialista, statalista, di proprietà pubblica. Infatti, è nell’interesse degl’imprenditori privati essere ospitali verso i loro clienti, mentre lo stato è amichevole soprattutto verso potenti maggioranze e minoranze politicamente corrette. L’apartheid contro i fumatori sta distruggendo l’intera nostra cultura dell’ospitalità. Sta anche mutando luoghi e attività nominalmente private in proprietà statale de facto.

La prossima frontiera proibizionista saranno le abitazioni e le automobili private. Sono già stati compiuti molti passi in questa direzione. In molte giurisdizioni, non si può fumare in una boutique che si trova nella casa di qualcuno (come sono molti negozietti del paese, per esempio). Un professore di giurisprudenza dell’Università di Moncton sostiene che i genitori che fumano possono violare il codice penale.

Le settimane nazionali contro qualcosa dovrebbero essere giudicate per quello che sono: la regressione a una società repressiva.

Tradizione di Carlo Stagnaro

Pierre Lemieux è professore di economia all'Università del Quebec ad Hull, Canada.