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Di Pierre Lemieux
(Traduzione dell'originale inglese di Carlo Stagnaro)

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7 Gennaio 2004 - Chiunque abbia seguito la letteratura sui “costi sociali” del fumo negli ultimi due decenni, dev’essere rimasto profondamente colpito dal modo in cui i governi statali hanno giustificato le loro cause contro le industrie del tabacco alla metà degli anni ’90, dal fatto che queste ultime hanno scalpitato per abbandonare l’aula, e dal fatto che alla fine hanno accettato il patteggiamento del 1998, pagando 243 miliardi di dollari per costi che in realtà l’erario pubblico non ha mai sostenuto. In Smoke-Filled Rooms, W. Kip Viscusi fornisce risposte brillanti a queste e altre domande.

Nei capitoli centrali, Viscusi spiega perché il fumo non produce costi netti per il governo. I fumatori richiedono da vivi maggiori spese sanitarie, ma le loro morti premature inducono un risparmio ancor maggiore in termini di assistenza sociale e sanitaria. Il costo netto è negativo anche senza tener conto delle imposte. Aggiungendole, i fumatori contribuiscono all’erario pubblico con 0,88 dollari netti per ogni pacchetto di sigarette.

Il fatto che i fumatori muoiano prematuramente non può essere ignorato se si vuole calcolare un costo realistico. Nella sua causa Memorandum, lo stato del Mississippi ha sostenuto che questo genere di calcolo “è estremamente ripugnante per una società civile” (citato a p.87). Viscusi però ci ricorda che “sono le forze antifumo e le cause dei governi che hanno dato la stura a tale pratica” (p.77). In ogni caso, anche non considerando questa forma di risparmio, le imposte sul tabacco sono sufficienti a far sì che i fumatori si paghino le spese sanitarie addizionali.

Viscusi, professore ad Harvard e luminare dell’economia del rischio, crede nel ritornello medico secondo cui i rischi dei fumatori sono “enormi” (p.7). Per contro, Ralph Harris e Judith Hatton, come mostra il loro libro La libertà in fumo (Treviglio, BG: Leonardo Facco Editore, 2003), sono tra quanti ritengono che i rischi sanitari siano “grandemente esagerati”. Quale che sia la verità scientifica, P.J. O’Rourke coglie il punto quando afferma che “Tutto ciò che è divertimento nella vita è pericoloso e lo è anche tutto ciò che non lo è. E’ impossibile essere vivi e stare al sicuro” (citato in La libertà in fumo).

In ogni caso, si può supporre, come fanno la Banca mondiale e gli stati USA nelle loro cause, che i fumatori non siano informati a proposito di quelli che secondo l’estabilishment della salute pubblica sono i loro rischi. Come indica il lavoro di Viscusi, un’ampia evidenza dimostra che sia i fumatori, sia i non fumatori sovrastimano di molto i rischi del fumo. Viscusi calcola che “se la gente valutasse correttamente il rischio di cancro al polmone anziché sovrastimarlo, il tasso sociale di fumatori crescerebbe del 6,5-7,5%” (p.163).

Nell’esame delle cause intentate dagli stati e dei patteggiamenti da parte delle industrie del tabacco, Viscusi scrive pagine fondamentali e serissime su una quantità di questioni collegate. Per esempio, lo spauracchio del fumo passivo venne sollevato in seguito all’alterazione delle statistiche da parte dell’Environmental Protection Agency. Assuefazione? Ci sono 44 milioni di ex fumatori “assuefatti” negli Stati Uniti. “Come rivela la risposta di breve termine alle variazioni di prezzo – aggiunge Viscusi – la gente non è più assuefatta alle sigarette di quanto lo sia agli avvocati e all’opera” (p.172).

Perché allora gli stati hanno dato il via alle cause? Perché, come ha detto il famoso rapinatore di banche Willy Sutton, “è lì che sono i soldi”. I pagamenti previsti avverranno nell’arco dei prossimi 25 anni, e alcuni andranno avanti per sempre. Molti governi e avvocati hanno fatto a gara ad assicurarsi futuri flussi di denaro emettendo obbligazioni legate agli introiti derivanti dalla vittoria nelle cause contro l’industria del tabacco. Come bambini assuefatti, volevano subito le caramelle!

L’investimento in fondi sicuri non è stato una brutta idea, dopo tutto (meno del 10% dei proventi del patteggiamento sono stati messi al sicuro). Come sottolinea Viscusi, giungere a un accordo al di fuori delle aule di tribunale è stato un grande errore da parte delle compagnie del tabacco, che in precedenza avevano goduto di una serie ininterrotta di cause vinte. A partire dal patteggiamento, però, le giurie hanno cominciato a regalare miliardi di dollari ai querelanti, e il Sutton federale – cioè, il governo federale – si è gettato nella mischia. Mentre scrivo, l’agenzia Fitch Ratings ha inserito le obbligazioni del tabacco nella lista “da tenere d’occhio” (Wall Street Journal, edizione online, 15 luglio 2003), il premio (quindi il rischio) delle obbligazioni ha fatto un balzo (Wall Street Journal, edizione online, 17 luglio 2003), e il comune di New York, che aveva preso parte al patteggiamento, ha appena rimandato una causa già pronta da 715 milioni di dollari (Wall Street Journal, edizione online, 17 luglio 2003). Il nuovo processo ucciderà l’oca che, di fronte al fucile spianato, cova le uova d’oro?

Non è una sorpresa che gli stati coalizzati dietro la causa abbiano mentito con la loro bocca collettiva. O forse dovrei dire “la loro bocca sociale”, dacché il termine sociale “sempre più sostituisce il termine ‘buono’ a indicare quel che è moralmente giusto” (Friedrich A. Hayek, La presunzione fatale: Gli errori del socialismo [Milano: Rusconi, 1997]). In ogni momento sono stati sollevati osceni appelli al bene dei bambini allo scopo di promuovere una battaglia che aveva poco, se non nulla, a che fare con la salute dei fanciulli. Come tutta la jihad antifumo, le cause degli stati avevano poco a che fare con la salute, punto. Viscusi spiega che se la salute pubblica fosse davvero oggettiva, la promozione di sigarette a basso contenuto di catrame (più sicure del 20% in termini di rischio di cancro polmonare) non sarebbe illegale. Analogamente, lo stato e le sue marionette della salute pubblica non impugnerebbero le armi contro innovazioni tecnologiche come le sigarette più sicure Eclipse o Accord. La causa federale afferma addirittura che la pubblicità alle sigarette con poco catrame e poca nicotina viola la legge nota come Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act.

Menzogne e falsità. Il patteggiamento è stato venduto come un indennizzo da parte dei produttori di tabacco, ma in realtà ha l’aspetto di un’imposta che grava quasi interamente sui fumatori. Più in generale, come rileva Viscusi, “il benessere dei fumatori non è mai emerso come preoccupazione esplicita in alcuna di queste cause degli stati” (p.215). Più del 90% dei soldi raccolti è stato impiegato in progetti privi di legame col fumo, come strade, ponti, parchi e prigioni. Il sindaco di Los Angeles addirittura voleva usare la maggior parte dei 300 milioni di dollari piovuti sulla città in forza del patteggiamento per le spese legali della polizia. I saccheggiatori si sono assicurati che l’importo compreso tra 18 e 38 miliardi di dollari delle parcelle degli avvocati (la cifra esatta non è nota) fossero gestiti in una contabilità a parte, e pagati direttamente dalle compagnie del tabacco, in modo che i cittadini ignoranti non potessero rendersi conto che quei soldi venivano, in maniera indiretta, dai guadagni degli stati.

Molti avvocati antitabacco si sono ritrovati multimilionari, e alcuni studi legali hanno ricevuto miliardi. Uno degli avvocati, Richard Scruggs, ha messo in tasca 900 milioni di dollari. Un altro, Daniel E. Becnel, ha ammesso a Viscusi di possedere quella che forse è la più vasta collezione al mondo di reperti nazisti. Dovremmo credere che si tratti di una pura coincidenza? (Si veda Pierre Lemieux, “Heil Health,” The Independent Review 4 [autunno 1999]: 303–6).

Viscusi aveva previsto che l’impatto ultimo del patteggiamento sarebbe “andato ben oltre la spesa iniziale, in quanto fornisce le risorse finanziarie per ulteriori cause contro le compagnie che producono sigarette e altro, alterando il panorama delle responsabilità” (p.5). Aveva ragione. Le organizzazioni che si occupano della salute, i produttori di armi da fuoco e pitture al piombo, i ristoranti e le imprese alimentari sono già stati chiamati in causa o minacciati, spesso dagli stessi avvocati antifumo alla ricerca della prossima fonte di bottino.

Se ci fosse giustizia, i governi degli stati non avrebbero mai vinto le loro cause, ma “l’industria ha scommesso su un patteggiamento extra-giudiziario come cura per i malori derivanti dalle cause, e ha perso” (p.99), una scommessa che Viscusi definisce “un gigantesco errore di valutazione” (p.216).

Naturalmente, da brillante economista, Viscusi sa che il livello ottimale di fumo non è zero. “Per giunta – scrive – anche i critici antifumo non hanno suggerito che il fallimento del mercato sia talmente grande da richiedere un bando completo” (p.194). Su questo sbaglia: gli economisti della Banca Mondiale, per quanto in maniera surrettizia, suggeriscono che il “livello socialmente ottimale” di fumo sia zero (si veda Pierre Lemieux, “World Bank’s Tobacco Economics,” Regulation 34 [autunno 2001]: 16–19). E perché Viscusi, come quasi tutti, è cieco di fronte alle conseguenze di lungo termine dei controlli coercitivi sul fumo giovanile – per esempio, la richiesta di un documento d’identità che inevitabilmente ci conduce più vicini a uno Stato occhiuto?

Viscusi avrebbe dovuto spiegare meglio la distinzione tra i “costi sociali del fumo” (un’espressione che talvolta usa senza attenzione, per esempio a p.62 e p.67) e il suo costo in termini monetari (che egli mostra essere negativo). Egli non è abbastanza attento nell’uso di espressioni quali “costi del fumo per l’intera società” (p.75), in quanto le impiega come se avessero un significato assodato nell’economia del benessere. E cos’è la “nostra salute nazionale” (p.214)? A difesa di Viscusi, bisogna dire che da questo punto di vista egli non è l’unico, e in ogni caso non il peggiore, economista – per non parlare dei crociati antifumo, che in genere non hanno la minima idea di cosa significhino costo e sociale.

Viscusi non è un libertario radicale, semmai un prudente economista neoclassico a cui non piace il fumo. Egli arguisce che ogni intervento del governo al di là e oltre la prevenzione del fumo giovanile e l’adeguato trattamento del rischio del fumo nella popolazione adulta è “una forma intrusiva di paternalismo” (p.3). Secondo me, è troppo ingenuo a proposito dello stato e dei suoi compagni di merende. Egli propone anche una nuova missione per la Food and Drug Administration: raccogliere e disseminare informazioni sui rischi comparativi delle diverse marche di sigarette.

L’autore di Smoked-Filled Rooms segue questa strada per chiarire che, pur avendo deposto come esperto dell’industria del tabacco sulle questioni legate ai rischi del fumo, la sua ricerca è di livello accademico, indipendente, e sottoposta a peer review. Data la ferocia dei fascisti della salute nella giungla dei predatori statalisti, possiamo capire le precauzioni del professore di Harvard e gli auguriamo buona fortuna. Aspettiamo con ansia il giorno in cui gli accademici sussidiati e i burocrati della salute pubblica finanziati dallo stato si sentiranno in dovere di scusarsi per i loro legami col governo e per i loro furti ai danni dei contribuenti.

Nel frattempo, il libro di Kip Viscusi rimarrà un testamento monumentale all’enorme frode che i crociati antifumo e i loro stati marionetta hanno perpetrato contro il popolo. I nostri bambini leggeranno questo libro da vecchi e si chiederanno, se all’epoca non saranno troppo impastati e controllati dallo stato, come i cattivi abbiano potuto farla franca con tutta questa cavillosità. Naturalmente, i veri cattivi non sono né i fumatori, né coloro che li riforniscono di tabacco.

(Tratto da The Independent Review, Vol.8, No.3)

 
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