Il fumo fa male alla salute. Il fumatore di sigarette sa bene che va incontro a un maggiore rischio per malattie cardiovascolari, respiratorie e, non ultimo, cancro di vari organi (non solo del polmone). Questi sono i risultati di una campagna informativa che, spesso ostacolata dalle lobby del tabacco, ha avuto il merito di avere modificato molto la percezione pubblico di questa cattiva abitudine. Bisogna riconoscere, tuttavia, che negli ultimi anni le campagne anti-fumo hanno avuto pericolose derive in senso salutista: ossia non ci si è accontentati di proporre cambiamenti spontanei della volontà individuale ma si sono avviate politiche pubbliche aggressive, trasformando il fumatore in un concentrato di vizi. Lo si è definito un ignorante da un punto di vista scientifico, uno sciagurato autolesionista sul piano del comportamento individuale e un parassita da un punto di vista sociale, ossia uno che si ammala e fa ammalare (aggravando i costi dell’assistenza sanitaria) chi gli è vicino. Insomma un vero e proprio pericolo pubblico. Forse abbiamo esagerato e occorre ridimensionare le cose. Le politiche di prevenzione sono una cosa importante ma non dovrebbero assumere connotati moralistici. Ridurre il numero dei fumatori e fare che quelli che restano non arrechino danno agli altri è sacrosanto. Disprezzare chi fuma, rendergli impossibile la sigaretta anche in condizioni di sicurezza per gli altri, minacciare penalizzazioni sociali di vario tipo è moralismo. La prima cosa è compito di uno stato liberale, mentre è un suo preciso dovere evitare la seconda, nella quale sono specialisti gli stati totalitari (ricordiamo la feroce lotta al fumo fatta da Hitler e le manie salutiste di Saddam). Questo non solo perché i proibizionismi di ogni genere si sono rilevati alla prova dei fatti inefficaci nell’evitare il comportamento che intendevano reprimere (a volte col perverso effetto di aggiungere al comportamento in questione l’ulteriore gusto del proibito) ma anche per ragioni etiche. Se cominciamo a licenziare, come proposto da qualcuno, i medici che fumano per il cattivo esempio dato ai loro pazienti, perché graziarli quando, magari, bevono alcolici o sono in sovrappeso. Estendendo ad altre categorie professionali tali criteri non credo che sarebbero in molti a salvare il posto. Già Seneca invitava gli altri a considerare quello che scriveva e non a prendere esempio da quello che faceva, nella tradizione religiosa cristiana si è sempre condannato il peccato sospendendo il giudizio sul peccatore, affidato a una competenza superiore. Insomma se il fumo è una cattiva abitudine non facciamone una abitudine cattiva! Raffaele Prodomo |