RADICALISMO SALUTISTA NUOVO TIC ALL'ORIZZONTE

Occorre promuovere la capacità dei singoli individui di decidere e di non farsi regolare da altri

Di Carla Collicelli

(Avvenire, 25 Settembre  2003)

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La ripresa autunnale del 2003 è stata segnata da una attenzione marcata, quasi sorprendente visto il peso delle questioni economiche e politiche del momento, verso gli stili di vita, in particolare l'alimentazione, nel loro rapporto con la salute e la prevenzione delle malattie. Dalla conferenza promossa dal ministero della Salute il 3 e 4 settembre a Milano nell'ambito del semestre di presidenza italiana della Ue e dove esperti di tutta Europa hanno discusso sull'impatto dei comportamenti individuali sulla mortalità e l'incidenza delle patologie metaboliche, cardio-vascolari e tumorali, all'allarme lanciato dai pediatri italiani circa l'obesità infantile, sembra quasi di assistere ad un ribaltamento di tendenza rispetto alla fiducia fino ad oggi tributata alle cure sanitarie nel campo della salute: quasi che mangiare poco e leggero, bere poco o niente, non fumare e fare moto fisico siano diventati per i cittadini del mondo occidentale del nuovo millennio la vera ed unica sfida della longevità e del benessere.

L'indubbio valore positivo di una simile presa di coscienza va accompagnato da almeno tre riflessioni cautelative e di contorno. Innanzitutto non bisogna dimenticare che gli stili di vita si affiancano ad una serie di fattori che influenzano la salute, quasi a metà strada tra i fattori genetici da un lato, e l'offerta ed il consumo di prodotti e di servizi dall'altro, sia che si tratti di alimenti e bevande, che di farmaci e di servizi sanitari. Bisogna quindi domandarsi se e come sia possibile intervenire sugli stili di vita a prescindere, o anche solo separatamente, dagli altri fattori, e soprattutto da quelli di origine ereditaria e da quelli legati ai consumi.

In secondo luogo l'enfasi con cui si è insistito sull'importanza degli stili di vita per la salute pone una questione di fondo rispetto ai principi dell'etica collettiva. La tendenza a prescrivere ai cittadini precisi comportamenti comporta un rischio di appiattimento delle differenze e di annul lamento delle specificità culturali. È certo vero che un simile rischio è insito nella globalizzazione economica e sociale, dai fast-food alle mode mondiali di "pasta e pizza", ma proprio perché conosciamo i rischi di un simile appiattimento culturale e sociale, dobbiamo guardarci dal pericolo di innescare un processo di omogeneizzazione dall'alto, che si traduce di fatto quasi sempre in paternalismo nei confronti dei più deboli ed in penalizzazione e giustizialismo nei confronti dei più ricchi da parte delle istituzioni nazionali e sopranazionali. In una parola una sorta di "radicalismo salutistico" culturale ed istituzionale, applicato ai consumi personali.

È per questo motivo, ed è il terzo elemento su cui riflettere, che vanno ripresi e sviluppati con particolare attenzione i due principi strategici posti alla base delle proposte presentate dall'Italia alla Commissione europea ed ai Paesi membri e candidati nella Conferenza di Milano: la autoregolazione individuale e l'alleanza sistemica. Gli sforzi dedicati agli stili di vita devono puntare innanzitutto a sviluppare la responsabilità individuale, a mettere le persone nelle condizioni di decidere e scegliere, in una parola a promuovere la capacità di regolarsi da sé, e non di farsi regolare (la "eteroregolazione") nei comportamenti individuali, a partire da conoscenze e informazioni messe a disposizione di tutti.

Il principio dell'alleanza sistemica riguarda invece tutto ciò che nella società fa da contorno agli stili di vita ed ha a che fare con la salute. Dal necessario coordinamento nella sanità tra interventi curativi, prevenzione ed assistenza socio-sanitaria, alla collaborazione con chi produce alimenti e bevande (industria alimentare in primo luogo), alla stimolazione di comportamenti virtuosi nei gestori di locali nel campo della ristorazione, del tempo libero e del wellness (ristoratori, baristi, gestori di palestre, discoteche, ecc.), e nei mediatori e moltiplicatori sociali (insegnanti, cantanti, ecc.), alla interazione virtuosa con il mondo della comunicazione di massa.