L'EMERGENZA CALDO E LA LEZIONE AMERICANA

Articolo di Francesco Ramella pubblicato Domenica 31 Agosto 2003 Il Sole 24 Ore.

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L’ondata di caldo che ha interessato l’Europa negli ultimi tre mesi avrebbe causato, stando alle prime, incerte, stime, alcune migliaia di morti premature, la maggioranza delle quali avvenute in Francia. Temperature analoghe o superiori a quelle europee sono state registrate nello stesso periodo negli Stati Uniti dove, però, non si è avuto alcun incremento della mortalità.

Un recente studio relativo ad alcune delle maggiori aree metropolitane dell’area orientale degli Stati Uniti ha dimostrato come, a partire dagli anni ’60, sia i tassi di mortalità che il numero assoluto dei decessi in presenza di temperature anomale siano drasticamente diminuiti. Nella città di Boston, ad esempio, si è passati da una media di 60 decessi per milione di abitanti nel corso degli anni ’60 e ’70 ai circa 15 decessi per milione di abitanti negli anni ’90, pur in presenza di un modesto incremento della temperatura nel periodo estivo e dell’invecchiamento della popolazione. Tale evoluzione è riconducibile, oltre che alle capacità di adattamento biofisiche, al miglioramento dell’assistenza medica ed alla maggior diffusione degli impianti di aria condizionata. E, se si accetta l’ipotesi che il sistema sanitario americano non sia in grado di rispondere alle emergenze con maggiore efficacia rispetto a quanto accade in Europa, sembrerebbe proprio quest’ultimo il fattore più significativo nello spiegare le differenti conseguenze di condizioni climatiche analoghe sulle due sponde dell’Atlantico.

La disponibilità di sistemi di condizionamento dell’aria in Europa è infatti assai più limitata rispetto agli Stati Uniti, anche a causa di un costo dell’energia più elevato. Tale differenziale è destinato a crescere ulteriormente con l’adozione di politiche volte alla riduzione dei consumi energetici quali quelle previste dal protocollo di Kyoto che passano inevitabilmente attraverso un incremento del costo dell’energia. In assenza di un qualsiasi impatto apprezzabile sull’evoluzione nel lungo periodo della temperatura del pianeta e, dunque, di qualsiasi beneficio, l’adozione di tali misure comporterà rilevanti impatti negativi come dimostra il confronto sopra illustrato.

Nel coro quasi unanime di critiche rivolte al governo francese per non aver saputo affrontare l’emergenza sanitaria causata dalle elevate temperature, una delle poche voci ad andare controcorrente è stata quella dell’ex ministro della sanità, il socialista Bernard Kouchner il quale, in un’intervista radiofonica, si è chiesto "che società sia quella che se la prende con il governo quando fa troppo caldo o quando fa freddo" puntando l’indice verso i famigliari delle vittime per non aver saputo prendersi cura di loro.

Come ci dimostra l’esempio degli Stati Uniti, piuttosto che recriminare contro il governo per non aver saputo far fronte all’emergenza, sarebbe dunque preferibile che ciascuno agisse più responsabilmente in prima persona (anche evitando di scendere in piazza a protestare non appena si profila l’ipotesi di costruzione di una nuova centrale elettrica).

Ai governi, più modestamente, si potrebbe obiettare non perché non si è fatto abbastanza nell’emergenza ma, semmai, perché pongano in essere provvedimenti che, inutili per mitigare effetti negativi di un fenomeno, il cambiamento climatico, del quale non è neppure certa l’esistenza, provocano danni certi, di entità maggiore, e più ravvicinati nel tempo

Francesco Ramella