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Gli italiani. Un popolo di poeti, marinai e...
fumatori. Neanche il cellulare è riuscito a sostituire la
sigaretta tra le dita. Questo, almeno fino a qualche mese fa.
Ora anche nel
nostro Pese è partita la crociata free-smoking. Da una parte
campagne sacrosante: spot-tv, iniziative nelle scuole, centri di
ascolto negli ospedali, tutte lodevoli iniziative nel tentativo
di convincere i ragazzi a non cominciare a fumare o aiutare chi
vuole smettere. Dall'altra ci sono gli eccessi, come quello di
chi chiede di licenziare i medici del servizio pubblico che
fumano, anche se non lo fanno durante il lavoro. È iniziata una
vita di purgatorio per i viziosi del tabacco. In Italia la legge
antifumo è passata. È quindi vietato fumare nei luoghi pubblici:
uffici, cinema, ristoranti, bar, teatri, ospedali, scuole.
Tutto o quasi è
off limits per i fumatori; si potrà accendere una sigaretta
giusto a casa, negli uffici privati non accessibili al pubblico
e nei "ghetti per fumatori", cioè nei locali pubblici
espressamente riservati ai fumatori. Nelle aziende e uffici
privati viene applicata la legge 626 riguardante l'igiene e la
sicurezza nei luoghi di lavoro: la sigaretta è consentita solo
in apposite salette. Ovviamente, le multe per chi trasgredisce
sono diventate più alte. Le campagne e le leggi antifumo si
stanno diffondendo in tutto il mondo occidentale accompagnate da
un certo "integralismo": questo perché le organizzazioni
sanitarie nazionali e internazionali (a cominciare
dall'Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno dato per
provata la correlazione tra fumo (anche passivo) e malattie
respiratorie, cardiovascolari, oncologiche. Vengono citati
numeri, statistiche, indici di mortalità. Non tutti sono
d'accordo con questi dati. "Dicono che il 10 per cento dei
fumatori si ammala di cancro - afferma il portavoce della
Forces Italiana, un'organizzazione internazionale che difende le
libertà individuali, compresa quella di farsi del male fumando -
senza precisare che questo capita dopo i 74 anni, quando i
tumori, per motivi diversi, sono sempre in agguato."
In effetti, se
il tabacco è così pericoloso, tanto da far listare a lutto i
pacchetti di sigarette con la scritta "il fumo uccide", perché
non proibirlo del tutto? In Italia, fino a pochi anni fa, la
produzione era statale, del Monopolio. In seguito c'è stato
l'Ente Tabacchi Italiani, ora siamo in dirittura d'arrivo per la
privatizzazione. Il tabacco rappresenta nel Belpaese una
coltivazione importante, che ricopre circa 54mila ettari e
coinvolge 135mila aziende dando lavoro a 200mila persone,
sommando la rete di distribuzione che, con le oltre 60mila
tabaccherie quasi tutte a conduzione famigliare e circa 5mila
rivendite speciali(bar, pub, ristoranti etc), stiamo parlando di
circa 300mila lavoratori che gravitano attorno al “fumo”. La
stessa cosa accade in Europa, dove gli addetti sono quasi mezzo
milione e le colture ricevono contributi comunitari per
difendersi dalla concorrenza di altri Paesi produttori.
Contraddizioni enormi.
Più
comprensibili riflettendo sul fatto che il 73 per cento del
prezzo di un pacchetto se ne va in tasse per un totale, nella
sola Comunità europea, di 63 miliardi di euro all'anno. Secondo
la Sitab, Società italiana di tabaccologia, che combatte la
dipendenza da nicotina, queste tasse sono un falso guadagno per
lo Stato: un pacchetto di sigarette dovrebbe essere venduto a
dieci euro per pareggiare le spese mediche necessarie per curare
le patologie da fumo; ma probabilmente la Sitab non sa o meglio,
le conviene ignorare che, lo Stato Italiano in realtà ha un
introito di circa 10euro per pacchetto di sigarette composto in
parte dalla vendita delle sigarette al consumatore ed in parte,
versato direttamente dal tabaccaio quando inizia la gestione
della rivendita.
Infatti non
tutti sanno che, quando si acquista una rivendita di generi di
Monopolio (sigarette+valori bollati), il “nuovo tabaccaio” deve
versare al Monopolio stesso, una “una tantum” pari al 50%
dell’aggio dell’anno precedente; tale importo (definito dagli
addetti ai lavori come un fondo perduto finalizzato ad avere
l’esclusiva e l’onore di poter vendere tali prodotti), va
versato entro il primo anno di gestione ma, a livello fiscale,
va detratto nei nove anni di durata della gestione stessa. Non
vorrei essere nei panni dei tabaccai che, oltre ad essere una
categoria tartassata e ridotta ad essere degli esattori non
retribuiti per conto della Stato, vengono additati quasi come
fossero degli istigatori al danno altrui. In realtà sembra che
nessuno voglia veramente che tutti smettano di fumare. Al
massimo si danno da fare per sostituire la nicotina contenuta
nelle sigarette (che provoca dipendenza) con nicotina
farmaceutica, da assumere in altri modi, che provoca la stessa
dipendenza ma non da fastidio ai puristi.
Ci sono cerotti,
spray da inalare, gomme americane, antidepressivi di vecchio
tipo, pericolosi, riciclati come sostegno per chi vorrebbe, ma
non riesce, a smettere di fumare. Non è un caso che sostituti
della nicotina e antidepressivi siano prodotti soprattutto da
Glaxo, Johnson& Johnson, Big Pharma, e altre multinazionali
potentissime. Ci sono poi gli agopunturisti, gli ipnotisti, i
naturalisti, la selva degli immancabili imbroglioni, ognuno con
la sua ricetta. Per smettere però, dice chi c'è riuscito, non
sono tanto utili le medicine, quanto il sostegno psicologico e
la forte motivazione personale: l'80 per cento di chi si è
disintossicato l'ha fatto senza particolari aiuti, mentre 1'85
per cento dei supporti farmacologici sono risultati inefficaci.
Insomma, è meglio non cominciare a fumare e intervenire quindi,
con severità, sui giovani. Chi, invece, non può più fare a meno
della sigaretta, abbia almeno la forza di usarne la cenere per
cospargersi il capo, chiedendo perdono ai propri e agli altrui
polmoni .
Salera Bruno
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