LA CROCIATA ANTI-BIONDA

Spegniamola, una volta per tutte! (la crociata)

Il giornale del Pinerolese, Novembre 2003

Ritorno al'angolo del tabacchino, a cura di Tommaso Rea
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Gli italiani. Un popolo di poeti, marinai e... fumatori. Neanche il cellulare è riuscito a sostituire la sigaretta tra le dita. Questo, almeno fino a qualche mese fa.

Ora anche nel nostro Pese è partita la crociata free-smoking. Da una parte campagne sacrosante: spot-tv, iniziative nelle scuole, centri di ascolto negli ospedali, tutte lodevoli iniziative nel tentativo di convincere i ragazzi a non cominciare a fumare o aiutare chi vuole smettere. Dall'altra ci sono gli eccessi, come quello di chi chiede di licenziare i medici del servizio pubblico che fumano, anche se non lo fanno durante il lavoro. È iniziata una vita di purgatorio per i viziosi del tabacco. In Italia la legge antifumo è passata. È quindi vietato fumare nei luoghi pubblici: uffici, cinema, ristoranti, bar, teatri, ospedali, scuole.

Tutto o quasi è off limits per i fumatori; si potrà accendere una sigaretta giusto a casa, negli uffici privati non accessibili al pubblico e nei "ghetti per fumatori", cioè nei locali pubblici espressamente riservati ai fumatori. Nelle aziende e uffici privati viene applicata la legge 626 riguardante l'igiene e la sicurezza nei luoghi di lavoro: la sigaretta è consentita solo in apposite salette. Ovviamente, le multe per chi trasgredisce sono diventate più alte. Le campagne e le leggi antifumo si stanno diffondendo in tutto il mondo occidentale accompagnate da un certo "integralismo": questo perché le organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali (a cominciare dall'Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno dato per provata la correlazione tra fumo (anche passivo) e malattie respiratorie, cardiovascolari, oncologiche. Vengono citati numeri, statistiche, indici di mortalità. Non tutti sono d'accordo con questi dati. "Dicono che il 10 per cento dei fumatori si ammala di cancro - afferma il portavoce della Forces Italiana, un'organizzazione internazionale che difende le libertà individuali, compresa quella di farsi del male fumando - senza precisare che questo capita dopo i 74 anni, quando i tumori, per motivi diversi, sono sempre in agguato."

In effetti, se il tabacco è così pericoloso, tanto da far listare a lutto i pacchetti di sigarette con la scritta "il fumo uccide", perché non proibirlo del tutto? In Italia, fino a pochi anni fa, la produzione era statale, del Monopolio. In seguito c'è stato l'Ente Tabacchi Italiani, ora siamo in dirittura d'arrivo per la privatizzazione. Il tabacco rappresenta nel Belpaese una coltivazione importante, che ricopre circa 54mila ettari e coinvolge 135mila aziende dando lavoro a 200mila persone, sommando la rete di distribuzione che, con le oltre 60mila tabaccherie quasi tutte a conduzione famigliare e circa 5mila rivendite speciali(bar, pub, ristoranti etc), stiamo parlando di circa 300mila lavoratori che gravitano attorno al “fumo”. La stessa cosa accade in Europa, dove gli addetti sono quasi mezzo milione e le colture ricevono contributi comunitari per difendersi dalla concorrenza di altri Paesi produttori. Contraddizioni enormi.

Più comprensibili riflettendo sul fatto che il 73 per cento del prezzo di un pacchetto se ne va in tasse per un totale, nella sola Comunità europea, di 63 miliardi di euro all'anno. Secondo la Sitab, Società italiana di tabaccologia, che combatte la dipendenza da nicotina, queste tasse sono un falso guadagno per lo Stato: un pacchetto di sigarette dovrebbe essere venduto a dieci euro per pareggiare le spese mediche necessarie per curare le patologie da fumo; ma probabilmente la Sitab non sa o meglio, le conviene ignorare che, lo Stato Italiano in realtà ha un introito di circa 10euro per pacchetto di sigarette composto in parte dalla vendita delle sigarette al consumatore ed in parte, versato direttamente dal tabaccaio quando inizia la gestione della rivendita.

Infatti non tutti sanno che, quando si acquista una rivendita di generi di Monopolio (sigarette+valori bollati), il “nuovo tabaccaio” deve versare al Monopolio stesso, una “una tantum” pari al 50% dell’aggio dell’anno precedente; tale importo (definito dagli addetti ai lavori come un fondo perduto finalizzato ad avere l’esclusiva e l’onore di poter vendere tali prodotti), va versato entro il primo anno di gestione ma, a livello fiscale, va detratto nei nove anni di durata della gestione stessa. Non vorrei essere nei panni dei tabaccai che, oltre ad essere una categoria tartassata e ridotta ad essere degli esattori non retribuiti per conto della Stato, vengono additati quasi come fossero degli istigatori al danno altrui.  In realtà sembra che nessuno voglia veramente che tutti smettano di fumare. Al massimo si danno da fare per sostituire la nicotina contenuta nelle sigarette (che provoca dipendenza) con nicotina farmaceutica, da assumere in altri modi, che provoca la stessa dipendenza ma non da fastidio ai puristi.

Ci sono cerotti, spray da inalare, gomme americane, antidepressivi di vecchio tipo, pericolosi, riciclati come sostegno per chi vorrebbe, ma non riesce, a smettere di fumare. Non è un caso che sostituti della nicotina e antidepressivi siano prodotti soprattutto da Glaxo, Johnson& Johnson, Big Pharma, e altre multinazionali potentissime. Ci sono poi gli agopunturisti, gli ipnotisti, i naturalisti, la selva degli immancabili imbroglioni, ognuno con la sua ricetta. Per smettere però, dice chi c'è riuscito, non sono tanto utili le medicine, quanto il sostegno psicologico e la forte motivazione personale: l'80 per cento di chi si è disintossicato l'ha fatto senza particolari aiuti, mentre 1'85 per cento dei supporti farmacologici sono risultati inefficaci. Insomma, è meglio non cominciare a fumare e intervenire quindi, con severità, sui giovani. Chi, invece, non può più fare a meno della sigaretta, abbia almeno la forza di usarne la cenere per cospargersi il capo, chiedendo perdono ai propri e agli altrui polmoni .

Salera Bruno