Perché le sigarette sì e il whisky no? Perché sul mio pacchetto c’è scritto a caratteri cubitali che il fumo uccide e sul parmigiano invece nessuno scrive che i grassi animali provocano l’infarto? Perché la caffeina è pubblicizzata in tv a tutte le ore (addirittura dal paradiso) e la nicotina invece no? E poi, e soprattutto: ma se fanno tanto male, queste maledette sigarette, come mai continuate a venderle? Perché, ammettiamolo, è un po’ stridente il contrasto fra questi nuovi pacchetti listati a lutto come oramai neppure nei paesini del profondo Sud, e il bollino con tanto di stellone della Repubblica e la dicitura “monopolio fiscale”. E ancora più stridente, se vogliamo dirla tutta, è la contraddizione fra il tentativo, in sé certo lodevole, di impostare una credibile campagna antifumo, e lo spettacolo raggiante e vincente della Ferrari – come di qualunque altra macchina, del resto – addobbata come un tabaccaio degli anni Cinquanta. Il terrorismo pubblicitario non è riuscito a sconfiggere né l’eroina né l’Aids, figuriamoci se riesce a convincere un fumatore. E suonano francamente un poco ridicole – il ministro Sirchia ci perdoni – le circolari inviate a poliziotti e carabinieri per invitarli a non fumare in servizio, o la richiesta alle televisioni pubbliche e private di istituire un Comitato di vigilanza “per evitare che film e spettacoli messi in onda promuovano il fumo di sigaretta, specie nelle trasmissioni dedicate ai giovanissimi”. “Nella Sanità c’è troppo Stato. Un effluvio di leggi, un mare di distorsioni. Si deve abbandonare il dirigismo inutile, sterile e burocratico che ha contraddistinto per anni il Servizio sanitario nazionale”: così si era espresso Girolamo Sirchia, intervistato dal “Sole 24Ore”, poco dopo esser diventato ministro della Sanità. Parole sante, che tuttavia si sono trasformate nell’esatto opposto: e cioè nel tentativo di regolamentare per legge persino i telefilm. E’ vero che il fumo ha un costo sociale, perché chi s’ammala a causa delle sigarette deve poi essere curato a spese della collettività, e dunque la collettività deve in qualche modo difendersi: ma un costo sociale ce l’hanno anche l’ignoranza, che è il più grave effetto collaterale della scuola italiana, o le vacanze, che costano in vite umane più della guerra a Saddam. In generale, la vita ha un costo sociale: ma non per questo bisogna smettere di vivere. Perché dunque tanto accanimento contro le sigarette? Passi per il fumo passivo: ma il fumo attivo dovrebbe rientrare fra i diritti costituzionali di ciascun individuo. Fumare sarà una nevrosi, sarà un pericolo, sarà maleducato: ma è prima di tutto un piacere, e i piaceri non dovrebbero essere proibiti o regolamentati dallo Stato, né trasformati in colpe inespiabili o in drammi senza redenzione – per di più con tanto di bollino fiscale. Perché delle due l’una: o si decide che tutti gli alimenti, le bevande e le altre sostanze potenzialmente dannose per la salute vanno messi al bando (il che non pare francamente possibile), oppure un po’ di misura e di equilibrio è preferibile a sventagliate di terrore alternate a spot in mondovisione dai circuiti della Formula 1. Fabrizio Rondolino |