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FUMO, SOCIALISMO REALE, E MINISTRI ORWELLIANI

Di Carlo Stagnaro

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Ottobre 2000 - Sta facendo molto discutere in questi giorni la proposta del Ministro della Sanità Umberto Veronesi di "vietare il fumo". Fa discutere perché puzza di proibizionismo. Fa discutere perché è di una durezza inaudita. Fa discutere perché i fumatori, piaccia o no, sono una categoria estremamente numerosa di persone che hanno una propria dignità: esattamente come tutti gli altri. Quello che pochi hanno messo in evidenza, però, è il carattere prettamente socialista della proposta.

Partiamo da una constatazione: ognuno è proprietario del suo stesso corpo. Se così non fosse, significherebbe che qualcuno è padrone dei corpi e delle vite di tutti gli altri. Nessuno arriva a dire esplicitamente tanto, anche se un certo tipo di legislazione lascia intendere una visione informata a tale principio. Se, però, si accetta per vero che ognuno può liberamente disporre di sé, allora bisogna dedurre che questa libertà non può avere limiti diversi da quelli posti dal principio di non aggressione. Spetta a me, e solo a me, decidere con che chiodi chiudere la mia bara: e se voglio che quei chiodi siano le sigarette, nessuno ha il diritto di impedirmelo. Fumare è un mio diritto tanto quanto bere una limonata (o una vodka) o giocare a poker. "Il peccato - ha affermato una volta Robert Heinlein - sta solo nel far male agli altri senza necessità. Tutti gli altri 'peccati' sono sciocchezze inventate. (Far del male a se stessi non è peccaminoso… è solo stupido)".

D'altra parte, è altrettanto ovvio che danneggiare - direttamente o indirettamente - gli altri è un diritto di nessuno. Fumare in presenza di persone che non lo gradiscono, insomma, si configura come un atto di aggressione ai loro danni: e questo va impedito. Bisogna però tenere presente un ulteriore dato di fatto, per evitare che l'analisi sia viziata dal pregiudizio "salutista" piuttosto che da quello "fumatore". Quando due persone sono insieme, necessariamente si trovano all'interno di un luogo. (Ammettiamo che all'aperto il danno cagionato dal fumo sia minimo, al limite trascurabile, vista la rapidità con cui esso si dissolve nell'atmosfera). Tale luogo può essere privato come pubblico.

Nel primo caso, entrando in un locale si accettano - implicitamente o esplicitamente - alcune clausole di comportamento dettate dal proprietario. Se ad esempio uno entra in casa mia, non è accettabile che egli mi possa imporre di non fumare in sua presenza. D'altra parte, se sono io ad andare a casa sua, e il mio ospite non gradisce il fumo, è un mio preciso dovere evitare di accendere una sigaretta. Tutto questo è comunemente accettato - perfino dal Ministro Veronesi. Più complesso è il caso degli edifici pubblici, come comuni, uffici, scuole e via dicendo. Essi appartengono tanto ai fumatori quanto ai non fumatori: poiché, però, questi ultimi sono più numerosi, è accettabile l'idea che negli uffici pubblici sia vietato fumare, a patto che gli enti che li possiedono si assumano l'onere, laddove possibile, di adibire ai fumatori appositi locali.

Vi è infine la categoria più importante: quella dei locali che vengono etichettati come pubblici, ma pubblici non sono. E' il caso di cinema, bar, ristoranti e così via. Essi sono chiaramente locali privati: hanno un proprietario che si accolla tutte le spese per il loro mantenimento, e che quindi è l'unico a poter dettare le condizioni per accedervi. In realtà, è ben noto che essi vengono ritenuti pubblici in quanto generalmente frequentati da un gran numero di persone: un barista non apre un bar per tenere i potenziali clienti sprangati fuori! Questo, però, non muta il fatto che i titoli di proprietà appartengono solo al proprietario, e che nessun altro - nemmeno lo stato - può permettersi di mettere il naso sull'utilizzo dei locali.

La proposta del Ministro Veronesi, invece, prevede che neppure in questo genere di locali sia più possibile fumare. Una proprietà della quale non si possa stabilire la destinazione d'uso non è una proprietà. Secondo Veronesi, dunque, i proprietari dei "locali pubblici" non sono proprietari: egli, infatti, convinto evidentemente che allo stato spetti il ruolo di moralizzatore dei costumi, pretende di dettare legge in casa loro. Se il mercato fosse libero, è quasi certo che l'offerta si moltiplicherebbe. Vi sarebbero locali riservati ai fumatori, altri ai non fumatori, altri ancora promiscui; alcuni locali sarebbero dotati di costosi impianti di aerazione e altri no. Ma non è accettabile che questo genere di decisioni (che spettano all'imprenditore, in seguito alle sue preferenze) vengano dettate dall'alto e imposte. Non tutti possono permettersi l'installazione dei dispositivi necessari a pulire l'aria, e d'altra parte non si vede perché questi debbano essere costretti a rinunciare alla clientela fumatrice. Si tratta del solito favore che lo stato fa alle grosse catene di ristoranti o di bar, che non hanno problemi di sorta, a scapito dei piccoli esercizi, per i quali invece è impossibile adeguarsi.

A tutto questo vanno aggiunte una serie infinita di più o meno piccoli, ma ugualmente fastidiosi e intollerabili, abusi dello stato sui fumatori. La continua criminalizzazione, i martellanti spot televisivi girati anche coi loro soldi, le tasse stratosferiche sulle sigarette: tutti sintomi di una visione "etica" dello stato. Per non dire dei messaggi minatori che compaiono sui pacchetti di sigarette: e perché non sui cofani delle macchine, visto l'elevato numero di incidenti?

Quello di Veronesi è un incubo orwelliano: un paese nel quale tutto sia controllato, pianificato, verificato, nel quale l'immoralità sia fuorilegge, dove il vizio sia crimine e, come recita l'ossessivo slogan del Partito che continuamente ricompare in "1984", "la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza". Veronesi, insomma, aspira a un mondo nel quale gli uomini siano difesi dalle loro stesse "cattive intenzioni": dimenticando che anche lo stato, per quanto sia etico, è fatto e guidato da uomini.

Una volta Oscar Wilde ha detto che "la sigaretta è la forma perfetta di un piacere perfetto: è breve, intensa e lascia insoddisfatti". Veronesi è certamente intenso nella sua mania di regolamentare e, altrettanto sicuramente, lascerà tutti insoddisfatti. Speriamo solo che sia breve la sua permanenza al Ministero della Sanità.

Giornalista pubblicista, Carlo Stagnaro è vicedirettore del periodico libertario "Enclave" e collaboratore di diversi altri quotidiani, riviste e webzine, tra cui "The Laissez Faire City Times". E' autore, con Alberto Mingardi, di "Fragole & Dinamite - Moreno Simionato: la (mia) lotta contro lo Stato" (Viterbo: Stampa Alternativa, 1999) e, con David B. Kopel, "Io sparo che me la cavo" (Treviglio (BG): Leonardo Facco Editore, 2000)