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Di Carlo Stagnaro |
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19 Luglio 2003 - Lo scorso 31 maggio s’è consumata, come accade da un po’ d’anni a questa parte, la “giornata mondiale contro il fumo”. Medici occhiuti e moralisti di professione hanno agitato nell’aria il ditino saccente e, con lo sguardo torvo d’una vecchia zia, ci hanno ammoniti che il tabacco è “la prima causa di morte prevenibile al mondo”. Esso sarebbe responsabile di 3,5 milioni di decessi all’anno, di cui 53.000 in Italia. E’ lecito esprimere più d’un dubbio sull’effettiva validità di queste stime: appena qualche settimana fa, il ministro Sirchia snocciolava la cifra di 90.000, quasi il doppio. Tant’è, non è questo il punto. Il problema è che la sigaretta, definita da Oscar Wilde “la forma perfetta del piacere perfetto”, non è affatto il nemico pubblico numero uno. V’è un killer assai peggiore di sigari e pipe, più subdolo e strisciante, più letale, che s’aggira quotidianamente nelle corsie ospedaliere. E’ una legge che, con la maestosità di tutti i parti del Parlamento, ha spostato la linea che divide quel ch’è lecito da ciò che non si fa. Diritto alla vita? Basta un voto a maggioranza per passare un tratto di “bianchetto” sulla parola infanticidio e scrivervi, con perversa voluttà, aborto. Sì, perché le interruzioni di gravidanza sono, ogni anno, 150.000 in Italia, 40 milioni nell’intero pianeta. Non si tratta delle morti “statistiche” di vecchi signori malati di cancro; sono piccole, flebili voci che improvvisamente si spengono. Si dice: abortire non è una decisione semplice per una donna. Figurarsi per il bambino, che si vede sottratto il respiro prim’ancora d’aver tirato il fiato. Il feto non è una persona, perché non è autocosciente? Beh, se così stan le cose, tanto vale estendere il diritto alla “scelta”, come ipocritamente viene definito, al trentaseiesimo mese dal concepimento. E perché non al diciottesimo anno d’età? In fin dei conti, fino a quel momento il minore non può compiere scelte se non aggrappandosi ai genitori. Peraltro, nessuno oggi chiede di “vietare” l’aborto – la nostra società non è abbastanza matura da comprendere che soffocare una rosea gabbietta d’ossa e di strilli è un’azione di crudeltà senza pari. Basterebbe prendere atto che una larga porzione dei cittadini lo giudica un gesto immorale, e che dunque non è più ammissibile che gli aborti vengano effettuati a loro spese. Vuoi interrompere la gravidanza? Pagati l’operazione. E poi, non bisognerebbe dimenticare che metà del corredo genetico del nascituro appartiene al padre, e che dunque anch’egli dovrebbe avere voce in capitolo. Da ultimo, sarebbe d’uopo immaginare che organizzazioni e singoli possano fornire alle donne incinte un supporto economico per portare a termine la gravidanza. Magari coll’impegno che poi saranno loro, organizzazioni e singoli, a prendersi cura del marmocchio. “Vendere” i fanciulli sarà anche un gesto spregevole, ma certo è meno disgustoso che ucciderli. Le alte grida di organizzazioni mondiale della sanità e ministri della salute, allora, sarebbero meglio dirette se si rivolgessero a questo autentico genocidio dimenticato. Ma questo non accadrà mai, dacché certi attivisti antifumo (e anti-grasso, anti-alcol, eccetera) detestano i mocciosi per la stessa ragione per cui odiano il tabacco, la cioccolata, il vino. Sono individui mesti e non possono tollerare che gli altri siano felici. Nulla dà più gioia d’un bambino, neppure la nube azzurrina che s’alza dalla sigaretta. E così il cerchio si chiude.
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