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I FUMATORI, VERI DISCRIMINATIDi Carlo Stagnaro |
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Novembre 2000 - Tutte le moderne "democrazie occidentali", come pomposamente si definiscono, contemplano fra i propri reati più gravi la discriminazione. Tutti gli individui, ci raccontano i politici, hanno pari diritti, e quindi devono avere pari opportunità. Questa affermazione è priva di senso: io non posso avere "pari opportunità" con Michael Jordan per il semplice fatto che lui è alto e atletico e io sono sfigatello. E' la natura a non concederci pari opportunità, non la malvagità degli uomini. Ma supponiamo che non sia così. Facciamo finta di credere davvero alla favoletta e vediamo cosa ne consegue. Tutti i paesi che vietano la discriminazione hanno anche fiorenti produzioni legislative per tutelare la nostra stessa salute - altrimenti le pari opportunità vanno a puttane, se uno è malaticcio. Il nemico pubblico numero uno, si sa, sono le sigarette. Fanno male, ti massacrano i polmoni e uccidono quel povero cristo del tuo vicino di casa. Per non dire del tumore ai polmoni che regali a tuo figlio. Insomma, fumare è stupido nei tuoi confronti e danneggia gli altri. Questo è quello che ci dicono. Non c'è neppure dibattito: il salutismo isterico della sinistra va a braccetto con gli scazzi del conservatorismo più marcio e i giochi sono fatti. E' vero, c'è un altro conservatorismo, che ci piace assai di più: ma quello non è politically correct e allora non se ne può parlare. Ci sono le leggi contro la discriminazione, dicevamo, e quelle contro il fumo. Le prime affermano, in termini più o meno espliciti, che discriminare non è un diritto di nessuno. Bisogna trattare in uguale maniera tutti gli individui, a prescindere dalla nostra volontà. Le altre proibiscono ai fumatori di fumare in locali "pubblici". Però questa cosa, che a dirla fa sorridere, l'hanno espressa in termini un po' diversi e meglio vendibili. Gli statalisti avranno tanti difetti. Ma tra essi non compare certo quello di essere degli stupidi. Hanno azzeccato in pieno la campagna pubblicitaria da mettere in atto. Prima, hanno dichiarato nemico pubblico "il fumo" (astrattamente inteso) e non "i fumatori". Che è lo stesso ma dà alla macchinazione le sembianze di una generosa e disinteressata lotta contro il male piuttosto che una crociata. Poi hanno spiegato che uno è libero (forse ) di ammazzarsi, perché il corpo è suo e lo gestisce lui, ma non è libero di ammazzare i suoi sodali. Ci mancherebbe, nessuno lo sostiene. Hanno fatto appello a tutte le corde più sensibili dell'animo umano e hanno propinato una quantità di suggestioni emozionali. I loro avversari, d'altra parte, hanno accettato pienamente il loro gioco: tentando di replicare sul loro stesso terreno. L'alternativa, in fondo, non era pubblicitariamente allettante: fare appello alla ragione attraverso noiosi, ancorché sensati, dati non pareva una strategia vincente. Nel momento in cui hanno operato tale scelta, la loro sconfitta è apparsa evidente. Sono sorte ovunque, come funghi, leggi che proibivano il fumo nei locali "pubblici". Poi le leggi e le pene si sono inasprite fino ad arrivare al sostanziale bando dei fumatori, nuovi appestati e nuovi untori al tempo stesso, dalla vita civile. L'aspetto in questa sede interessante di quelle leggi è il loro carattere apertamente discriminatorio. Esse, infatti, partono con l'individuazione arbitraria di un gruppo di persone: i fumatori. Ci dicono che il fumo "uccide" e che l'aspetto peggiore di tale vizio è il suo essere "mortale" anche per chi non lo coltiva. Già a questo livello si assiste a una mistificazione. C'è tutt'altro che concordanza di idee sul fumo passivo. In altre parole, la scienza non può dire con sicurezza nulla sugli effetti del fumo passivo. Alcuni studiosi hanno creduto di individuare correlazioni statistiche di qualche interesse, ma i loro scritti sono oggetto di forti critiche. Tutto questo, comunque, non è essenziale. Assumiamo pure che il fumo passivo sia più letale della cicuta. La legge afferma che i fumatori non possono accendere sigarette nei locali "pubblici" propriamente detti e in quelli "pubblici" che nella realtà sono privati. Non è questa una discriminazione? Non è un modo di dire a una persona, "in base a una tua scelta di vita, io Stato ti impedisco di fare questo, questo e quest'altro"? Naturalmente sì. Vi è ragione di ritenere, dunque, che lo Stato sociale sia in profonda contraddizione con se stesso, oltre che col diritto naturale. Infatti, o lo Stato non discrimina, e allora accetta che i fumatori hanno gli stessi diritti di tutti gli altri, oppure al contrario perseguita i fumatori, ma non ha alcun mezzo per punire le discriminazioni. Da un punto di vista libertario le cose dovrebbero essere ben diverse. Spetta al proprietario del locale stabilire le regole a cui si deve sottostare per accedere in quel posto. A una discriminazione collettiva e imposta con la forza della legge, insomma, si sostituirebbero mille e mille altre discriminazioni individuali. Balza agli occhi senza bisogno di sottolinearla l'intima moralità di questo secondo sistema. Nel primo caso, infatti, il "discriminato" è un appestato da emarginare sempre e comunque. Nell'ottica anarco-capitalista, invece, non esiste il "discriminato" in quanto tale. Esiste semmai una persona discriminata da un'altra persona, il che non le impedisce di trovare un altro luogo in cui venire accolta senza problemi di sorta.
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