FUMO E FASCISMO DELLA SALUTE

Di Carlo Stagnaro

Ritorno all'angolo di Carlo Stagnaro
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Febbraio 2001 - Vietato fumare. Ovunque. Ormai il cartello bianco e rosso che ci avvisa dell'impossibilità di accendere una sigaretta è appeso dappertutto. Ammicca dai bar, fa bella mostra di sé sui treni, troneggia nei cinema e a teatro. Lo impone la legge. James Dean non potrà più strizzare l'occhio alle ragazzine lasciando che una cicca penda inerte dall'angolo della sua bocca. Il "Che" non ha più diritto a rilassarsi dopo la revolucion al ritmo di qualche sana tirata di sigaro. E John Wayne d'ora in poi dovrà ridursi a succhiare un filo d'erba. Il fumo fa male, e va dunque debellato. Per il nostro bene.

In effetti, la guerra contro il fumo è ormai diventata un imperativo categorico per tutte le "moderne democrazie occidentali". Vincere: e vinceremo! I ministri della sanità sono l'uno la fotocopia dell'altro. In Italia pare addirittura che la destra, in caso di vittoria elettorale, sia pronta a ripescare il ministro della sinistra. Come dire, l'opposizione al tabacco raccoglie in un unico fascio anche i più fieri avversari. Combattere le pippate è obbligatorio e scontato: come sconfiggere la disoccupazione, prevenire i terremoti e curare il cancro.

L'unanimità di intenti fra le avverse parti politiche è talmente marcata da far perfino sospettare che, in fondo, nel proibizionismo ci sia un che di buono, mistico e catartico. Se tutti lo sostengono, ci sarà pure una ragione. Però la parola, proibizionismo, non è certo una delle più difendibili: eppure è difficile trovarne di più adatte. Fumare una sigaretta non è in sé un atto aggressivo. Esso viene ostacolato solo in virtù di considerazioni moralistiche e paternalistiche. Lo Stato-tutore si preoccupa della salute dei suoi figli-sudditi e interviene direttamente nella loro vita compiendo talune scelte in loro vece.

Eppure che il proibizionismo sia una strategia fallimentare dovrebbe essere già assodato da tempo. Si presume che l'abbiano capito perfino i politici, categoria notoriamente più ottusa di qualunque altra. Durante gli anni '20, gli Stati Uniti tentarono - in maniera e con ragioni del tutto analoghe - di limitare i danni dovuti all'eccessivo uso di alcol, virtualmente eliminando tale sostanza dalla circolazione. In realtà, il risultato dell'operazione, ben lungi da quello sperato, fu una incredibile escalation di criminalità e violenza. Nel 1933, i suoi sostenitori dovettero ammettere il completo fallimento dell'esperimento e annullare tutte le norme che lo rendevano possibile.

Ma non è soltanto l'inefficienza a essa connaturata a sconsigliare l'applicazione di una legislazione proibizionista. L'inefficienza, anzi, può addirittura essere considerata un criterio inessenziale. I lager, dopo tutto, erano senza ombra di dubbio efficienti, se posti in relazione col loro scopo. Questo, tuttavia, non costituisce certo un argomento a loro favore…

Il punto centrale è che il proibizionismo non è moralmente giustificabile. Esso, infatti, può essere spiegato unicamente dalla pretesa dello Stato di difendere i cittadini dalle loro stesse cattive abitudini. In sostanza, questo presuppone che gli individui non siano in grado e non abbiano diritto di badare a se stessi. Non solo: implica che vi sia una particolare classe di persone - i politici - autorizzata a prendersi cura di tutti gli altri, a prescindere dalla loro volontà.

Naturalmente, se qualcuno affronta la questione in una prospettiva nazista o comunista troverà di poco conto tale obiezione. Nel primo caso, infatti, riterrà il fumo un "male sociale" da sconfiggere nel più breve tempo possibile. Non a caso, fu proprio Adolf Hitler a lanciare una fortissima campagna contro il fumo, come documentato da Robert Proctor nel suo bellissimo La guerra di Hitler al cancro. Un seguace di Karl Marx, d'altronde, vedrà nel fumo una pericolosa manifestazione della "mentalità borghese" e dell'"individualismo liberale" che detesta sopra ogni altra cosa.

Chi scrive e, mi voglio augurare, che legge è invece un libertario (politicamente) e un conservatore (moralmente), e quindi sostiene i valori e la bontà del sistema capitalistico. In breve, al pari dei Padri Fondatori della nazione americana, ritengo che ogni individuo abbia il sacrosanto diritto di decidere cosa fare della propria stessa vita. Thomas Jefferson scrisse, nella Dichiarazione di Indipendenza, che tutti gli uomini hanno il diritto alla "ricerca della felicità".

Non disse che hanno il diritto a "essere felici", perché questo avrebbe autorizzato e costretto lo Stato a fornire una determinazione quantitativa della felicità (prima) e a garantirla ai cittadini (dopo). Questo, forse, avrebbe potuto anche legittimare il proibizionismo sul fumo. Jefferson invece si rese ben conto che ognuno deve poter inseguire e avere la possibilità di realizzare la propria felicità in base a valutazioni strettamente personali e impiegando le risorse di cui legittimamente dispone.

La realtà, allora, è che molte persone conquistano un attimo di felicità semplicemente fumando una sigaretta: proprio quello che intendeva Jefferson. Perfettamente condivisibili sono, in questo senso, le parole di Jacob Sullum sul mito della "dipendenza" dal fumo. Nel suo For Your Own Good, il giornalista americano nota che molti ex-fumatori riprendono a fumare anche dopo che è passato un lungo tempo dalla decisione di "smettere". Inoltre, i fumatori preferiscono le sigarette alle gomme a base di nicotina o ad altri sostitutivi. "La verità - scrive Sullum - è che i fumatori sono 'assuefatti' (cioè trovano difficoltà ad abbandonare l'abitudine) [semplicemente] perché a loro piace fumare".

Questo, tuttavia, non esaurisce gli argomenti degli anti-fumo. Essi, infatti, sostengono che non solo il fumo "ammazza" chi lo esercita, ma addirittura è una forma bella e buona di aggressione contro il prossimo. Il cosiddetto fumo passivo sarebbe estremamente pericoloso per chi si trova disgraziatamente in un luogo frequentato da fumatori. Accenditi una sigaretta e ti sarai preso la licenza di uccidere. Questo è il fondamento scientifico (e, per certi versi, religioso) del proibizionismo. In un'epoca di rampante positivismo, la scienza ha aperto i tabernacoli e vi ha messo un cerotto alla nicotina in luogo della più tradizionale ostia.

Checché se ne dica, però, non vi è alcuna evidenza scientifica che il fumo passivo sia letale, o anche solo dannoso. Tutti gli studi svolti, con un paio di eccezioni, mostrano che il fumo passivo non danneggia la salute di chi ne è sottoposto. In realtà la terminologia qui impiegata è (coscientemente) sbagliata: tanto per mostrare come sia facile ritorcere contro gli anti-fumo i loro stessi giochetti retorici. Trattandosi di studi statistici, è profondamente errato presentare i loro risultati come dati di fatto o risultati definitivi. E' invece corretto affermare che, nella larghissima maggioranza delle indagini condotte, non è stato possibile rilevare alcuna correlazione significativa tra l'assunzione di fumo passivo e l'incidenza di certe malattie.

Questa è la ragione per cui il giudice Osteen, del Tribunale federale del North Carolina, ha condannato l'americana Enviromental Protection Agency a "cancellare, annullare, rettificare" le conclusioni esposte nei capitoli dal primo al sesto del corposo studio intitolato "Respiratory Health Effects of Passive Smoking: Lung Cancer and Other Disorders". In pratica, il magistrato statunitense ha ferocemente distrutto la "pietra d'angolo" su cui poggiava l'intero edificio proibizionista d'oltreoceano. (Questa e altra documentazione è disponibile sull'amplissimo sito dell'associazione FORCES, http://www.forces.org o, in italiano, http://www.forcesitaly.org).

Ma c'è una ulteriore considerazione che non si può evitare di svolgere. Una sigaretta viene necessariamente accesa in un luogo. Posto che all'aria aperta il fumo non ha effetti nocivi, l'ambiente chiuso avrà un proprietario. Spetta dunque a lui, e lui solo, decidere se fumare è concesso o meno agli avventori. Ha destato scalpore la dichiarazione del titolare di un locale di Los Angeles: "Non ci arrenderemo mai. Non impedirò ai miei clienti di fumare, se vogliono farlo e nessun governo sarà in grado di farmi cambiare idea". Eppure tali parole racchiudono un principio di grande civiltà.

Non esistono i cosiddetti "locali pubblici": pubblico è quello che è di tutti, non ciò di cui è facilmente individuabile il proprietario. Se il potere politico impone una determinata condotta in un caso come questo, esso compie un'azione prevaricatrice e tirannica. Indipendentemente dai reali o presunti effetti nocivi del fumo.

In sé, non ha senso teorizzare un "diritto di fumare". Ma il rispetto della sovranità di ogni individuo su se stesso e l'esistenza della proprietà privata negano al governo l'autorità di effettuare decisioni nell'uno o nell'altro senso. Oggi più che mai, insomma, un liberale ha il dovere di solidarizzare con la causa dei fumatori, sapendone cogliere gli aspetti intimamente anti-statalisti e libertari. Fumare è un piacere, ma se anche uno non fuma può simpatizzare con le vittime della più recente e violenta manifestazione del fascismo della salute.

Giornalista pubblicista, Carlo Stagnaro è vicedirettore del periodico libertario "Enclave" e collaboratore di diversi altri quotidiani, riviste e webzine, tra cui "The Laissez Faire City Times". E' autore, con Alberto Mingardi, di "Fragole & Dinamite - Moreno Simionato: la (mia) lotta contro lo Stato" (Viterbo: Stampa Alternativa, 1999) e, con David B. Kopel, "Io sparo che me la cavo" (Treviglio (BG): Leonardo Facco Editore, 2000)