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SE LA SCIENZA VIENE SCRITTA NEI TRIBUNALI…Di Carlo Stagnaro |
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4 Marzo 2002 - Omicidio colposo. E’ questa la terribile sentenza emessa dal Gup Saresella contro due dirigenti della banca Paribas. Una dipendente di quella banca morì in una crisi respiratoria, attribuita dall’accusa al fumo passivo. La madre, secondo cui la morte sarebbe invece sopravvenuta a causa dell’allergia verso qualcosa che la figlia aveva mangiato nella pausa pranzo, ha definito "vergognoso" l’atteggiamento del genero che, scrive Il Corriere della Sera, "malgrado fosse al corrente delle effettive ragioni del decesso della moglie, ha deciso di avviare la causa per chiedere un risarcimento". La donna non si è costituita parte civile. "Siamo davanti a una decisione incredibile in quanto non vi è alcun nesso causale tra il fumo e il decesso", ha sostenuto l’avvocato difensore. Soddisfatti, come è naturale, il pubblico ministero e il legale di parte civile. E’ la prima volta in Italia e, credo, nel mondo intero che il fumo passivo viene ritenuto in un’aula di tribunale la causa certa della morte di una persona. Si tratta di un precedente clamoroso e preoccupante. Può darsi, beninteso, che secondo le astruse leggi italiane il verdetto sia corretto. Resta il fatto che non lo è nel tribunale, assai più severo, del buonsenso e della scienza. Che insegnano che nessuno studio al mondo è mai riuscito a dimostrare un nesso di causalità tra il fumo passivo e qualunque genere di malattia (compresi asma e tumori). Ed è grave che i risultati scientifici vengano scritti nel chiasso di un’aula di tribunale anziché nel clima agrodolce di un istituto di ricerca. Vi è, in verità, una ragione empirica molto semplice per cui nessuno scienziato ha mai potuto dimostrare quello che il Gup Saresella ha invece deciso. Quando si tenta un’indagine statistica sulle eventuali conseguenze del fumo passivo, ci si trova a operare con numeri talmente piccoli e margini di incertezza talmente ampi da impedire di giungere a qualunque conclusione affidabile. E il conto è presto fatto, prendendo per buoni i risultati spesso sbandierati dagli attivisti antifumo a sostegno delle proprie tesi. Nel suo articolo "Analyzing the daily risk of life" pubblicato nel 1979 su Technology Review, Richard Wilson stima che vivere per due mesi con un fumatore produca un incremento di rischio di morte (a causa di tumore al polmone, attacco cardiaco, ecc.) di uno su un milione. In altre parole, colui che viva (o lavori, come nel caso della donna in questione) per due mesi con un fumatore ha una probabilità su un milione in più di morire di tumore, attacco cardiaco o altro. Questo è il "costo" del fumo passivo. Non vi è ragione di ritenere che tale processo non sia lineare. Se, cioè, vivere due mesi con un fumatore provoca un aumento di rischio di uno su un milione, quattro mesi di vita comune produrranno un aumento di due su un milione e così via. Naturalmente, stiamo parlando di una variazione di rischio "piccola": anzi, così piccola da non poter essere praticamente misurata. Per arrivare a risultati apprezzabili, dovremmo raggiungere cifre molto più alte. Diciamone una comunque bassa: cerchiamo di capire quanto tempo sia necessario vivere con un fumatore per osservare un aumento di rischio, nell’arco dell’intera vita, dell’uno percento. L’equazione è presto impostata: 0,01 : 0,000001 = x : 2[mesi]. Trovando l’incognita, si ottiene 20.000 mesi, cioè 1.666 anni e mezzo. Il caso è chiuso. Checché ne pensi il Gup Saresella, i numeri assolvono i dirigenti di banca e tutti gli altri povericristi che sono costretti a fare la vita grama a causa di una psicosi degna del mago Otelma (che, almeno, ha la dignità di vestirsi da mago Otelma e di non indossare né la toga né il camice bianco). Stando così le cose, è chiaro che il fumo passivo non è un problema scientifico, ma un problema politico. Non vi è alcuna ragione di pensare che esso "causi" la morte di qualcuno: nel senso che non è possibile dimostrare che il decesso di taluno sia stato determinato dall’esposizione a fumo passivo. Quindi, dietro la generosa battaglia "per il nostro bene" si cela una più prosaica guerra fra bande, che vede protagonisti coloro a cui, per qualche ragione, il fumo non piace. Un conto, infatti, è dire che il fumo va vietato poiché "uccide"; altra cosa è chiederne il bando in quanto puzza, non piace o urta le delicate nari dell’intellettuale "impegnato" di turno. Emblematica, in questo senso, è l’intervista concessa da Monica Guerritore al settimanale Panorama. Alla domanda se fosse favorevole a un divieto generalizzato di fumare, l’attrice (che è una fumatrice accanita) risponde in maniera affermativa. Essa sostiene di non riuscire a smettere, ma "Se c’è un divieto, io non oso romperlo: sul mio personale desiderio prevale il rispetto per gli altri". Parole straordinarie, che in quattro e quattr’otto distruggono l’intera tradizione politica occidentale e la teoria dei diritti naturali. Invero, il rispetto per gli altri non nasce né muore con i divieti. E chi auspichi il proibizionismo per riuscire a smettere grazie alla costrizione è come chi desideri il ritiro dal commercio della cioccolata per paura dei brufoli. Strana idea del rispetto quella di chi, in nome di un obiettivo eminentemente personale e privato (appendere la sigaretta al chiodo), sarebbe disposto a negare a tutti gli altri un piacere di cui oggi possono godere. In verità, gli argomenti degli antifumo sono talmente deboli da dover essere affidati alle aule di tribunale e alle attrici che fanno capolino (in un provocante reggiseno nero) dalla copertina di una rivista. Più che alla guerra santa contro il tabacco, però, certe iniziative fanno onore alla saggezza popolare, secondo cui bellezza per intelligenza è uguale a costante.
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