aro G., Che m’avesse colto la fregola di rimettere un gomito sul banco di mogano, e un piede sulla sbarra di ottone, dei quattro o cinque bar più amati: e lì starmene la sera a bere un paio di Martini – la sigaretta tra l’indice e il medio della mano destra – rimestando nella memoria i volti, gli sguardi, i tuffi al cuore di quasi una vita trascorsa nei bar. A questo avevo creduto: ad una nostalgia lancinante, a una smania. Ma ora so che a spingermi verso New York era stato qualcosa di più. Qualcosa di più profondo e arcano. Un presagio, un presentimento, una chiamata come il “Samuele, Samuele” della Bibbia o le voci che la pulzella d’Orleans sentì mentre pascolava il suo gregge. E t’assicuro , non sto scherzando. Come spiegare altrimenti quel moto irresistibile, quella partenza affannosa, quel gettarmi subito all’arrivo – quasi in trance – lungo la 51ma fino al King Cole? Di questo s’era trattato: d’una voce misteriosa che mi sollecitava a non perdere tempo, a partire, a tornare nei bar di New York prima che fosse troppo tardi. Prima del diluvio e della fine. Infatti è finita, il disastro è compiuto. Quattro mesi appena dopo il mio viaggio, dopo che m’era stata fatta la grazia di rivivere per qualche sera l’ora del cocktail a Manhattan (l’ora violetta e silenziosa del gin, degli indulgenti autoprocessi, delle memorie care), tutto è finito. Nei bar di New York, infatti, non si può più fumare. E il non fumare con davanti un cocktail è come non respirare. E’ già quasi la morte. Presto, a quanto dicono, sarà così ovunque. Non tanto presto al Cairo, forse, a Istanbul o a Bangkok. Non nella Bagdad del dopoguerra. Ma da noi, tra Roma, Parigi, Londra, Berlino, e finanche ad Atene, a Madrid e a Lisbona, anche da noi tra poco sarà finita. Un sorso dal bicchiere del Martini, un altro,m un terzo con la voglia di fumare che già martella le tempie, e poi via sulla porta del bar a d accendere una sigaretta. Tre o quattro boccate convulse e rese insipide dalla furia, quindi il ritorno al banco del bar dove il Martini (se un barman sbadato non l’avrà intanto tolto di mezzo) sarà ormai intiepidito, una broda. Che dolorosa sottomissione, che tortura degradante. Ma con una differenza rispetto a New York: che dalle nostre parte in Europa l’ascia cadrà dritta su noi fumatori, squarterà soltanto noi.Sarà come la “piccola” arma nucleare, la bomba ai neutroni che uccide chiunque si trovi entro il raggio della sua deflagrazione, ma lascia intatte come se nulla fosse accaduto, le costruzioni circostanti. Roma e Londra, Parigi e Madrid resteranno infatti più o meno le stesse, mentre New York senza sigarette nei bar sarà una città amputata, diversa. Cimiteriale. Come una Parigi senza la Senne, una Pietroburgo senza la Prospettiva Nevskij, una Londra senza le vetrine di Lobb, di New Lingwood, di Thurnbull, a Asser. Perché il secolo appena trascorso, a New York, era stato il secolo dei bar. Compreso il quindicennio della parentesi proibizionista, quando ai bar s’erano sostituiti gli “SpeakEasy”. Li s’era svolta a partire dalle sei di sera, il meglio della vita newyorkese. Li s’erano riuniti gli scrittori e gli intellettuali, i pittori, gli attori, i banchieri, gli avvocati di grido, i socialites (le donne più belle, gli uomini più elevanti) abbinatio a Vogue, al New Yorker, a Vanity Fair, ad Harpers, a Smartset. La coppie al culmine dei “flirt”, i solitari, i lieti e i disperati. […] . Non a caso Bernard De Voto aveva detto – ricordi? – che il bar era “il dono supremo dell’America alla cultura mondiale”. Non a caso era nei bar che per più di 70 anni i disegnatori del New Yorker (da Arno a Tobey, da Reilly a Irscfeld) avevano ambientato le loro sublimi, piccole scene: al bar del St. Regis e dello Shorry Netheland, al “Oakroom” de Plaza, al “Beme L. Mans” del Carlyle al “Bull e Bear” del Waldorf. E in quei disegni gli uomini e le donne con davanti un bicchiere hanno sempre tra le dita – sempre-sempre! – una sigaretta. Lo so: un mezzo idiota è già pronto a saltar su per dire che i bar di New York, restano, sono ancora li, anche se non v si può fumare. E che dunque discorsi luttuosi come il mio sono fuori luogo. Ben inteso, non sprecherò il fiato per rispondergli. Gli faccio rispondere da una scrittrice uno del lari del mito newyorkese, Fran Lebowitz. Domenica 30 Marzo, quando la barbara proibizione è entrata in vigore, Fan Lebowitz appariva affranta: E’ nei bar, nelle conversazioni al bar, che s’era svolta negli ultimi sei o sette decenni la storia delle idee. […] . E’ appunto questo che quel mezzo idiota non sa che neppure Tantalo soffriva come si patisce al banco di un bar senza poter manovrare continuamente sigarette e fiammiferi. Terreo in viso era anche, in quella fatale domenica, Brian Snider, il manager del “21”. A Novembre c’eravamo salutati. La catastrofe sembrava ancora lontana, e il vecchio club sulla 52 era identico a come è sempre stato: le “boiseries” di quercia, il camino acceso, il Vodka Martini senza, o quasi martini. Insomma, un momento. E di questo singhiozzava Snider domenica sera: della sparizione di un monumento. “Che cosa ci può essere di più civile di un sigaro o una sigaretta, con un bicchiere di buon Porto, dopo cena? Bene, adesso è finita. Spariscono il costume di un secolo, una cultura. E non riesco, proprio e non riesco, a immaginare cosa sarà New York dopo questa atroce mutilazione”. Ti rendi conto, caro G., della fortuna che m’è toccata in sorte? Sei o sette sere nei bar di New York “avant le deluge”. Gli ultimi giorni di Pompei, le ultime immagini e donne col bicchiere in una mano e una sigaretta nell’altra, la mente, gli occhi, le voci e i gesti elettrizzati dalla miscela fumo-alcol. Il meglio che al vita ci ha dato. E che sempre più ricorderemo come il meglio, un paradiso perduto, nelle società proibizioniste in cui vivremo i nostri ultimi anni, incalzati da cento e cento divieti, presi alla gola dal salutismo, dall’altruismo, dal pacifismo. “Samuele, Samuele”. Si, a Novembre avevo sentito le voci. E le voci m’avevano condotto a Persepoli un momento prima che Alessandro muovesse la torcia per metterla a fuoco. (Su segnalazione del presidente di FORCES Campania Andrea Casiere) |