PER UN’EUROPA PLURALE SU MORALE E SCIENZA
di Cinzia Caporale

(Il Sole-24 Ore, Domenica 4 maggio 2003)

The Evidence

L'archivio scientifico che scardina 50 anni di superstizioni sul fumo

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Il ‘seminario interistituzionale’ di Bruxelles sul finanziamento alle ricerche condotte su embrioni umani ha ancora una volta dimostrato come le divergenze etiche tra i paesi membri (e candidati) siano costitutive e quindi irriducibili. Ogni armonizzazione etica sarebbe illusoria e rispettare autenticamente il pluralismo non potrà e non dovrà mai significare il primato di una visione ecumenica che annulli le differenze, bensì la previsione di una coesistenza effettiva e concretamente esercitabile della diversità morale europea.

Uno dei principi fondamentali dei Trattati dell’Unione, quello di sussidiarietà, non determina solo il criterio generale secondo il quale l’UE deve provvedere a fornire politiche comuni, ma anche e soprattutto i limiti di tali politiche. L’attribuzione deve basarsi sul principio di quale sia l’area ottimale di azione collettiva che permette di meglio riflettere le preferenze dei cittadini, e un’applicazione coerente del principio di sussidiarietà ha come conseguenza che le norme bioetiche non dovrebbero affatto essere unificate, ma viceversa rimanere competenza dei singoli Stati membri. Questo perché la diversità delle norme bioetiche non genera alcuna esternalità negativa a carico degli Stati membri o dei loro cittadini ma, al contrario, aumenta le opportunità di scelta da parte di tutti i cittadini dell’Unione. La dimensione ‘federale’ delle istituzioni europee, e la libera mobilità delle persone, permette loro di decidere appunto liberamente a quale insieme normativo sottoporsi riguardo alle questioni bioetiche. Immaginare regole giuridiche armonizzate su tutto il territorio dell’UE avrebbe come conseguenza inevitabile il fatto che i cittadini finirebbero col percepire l’Europa non già come un’opportunità, ma come una limitazione intollerabile della propria identità. Occorre dunque battersi perché non si affermi alcun biodiritto europeo (restrittivo o meno che sia).

L’impeccabile Documento di lavoro proposto dal Commissario Busquin come base per la discussione, in sostanza ammette che “in accordo con i Trattati, ogni Stato membro mantiene la piena prerogativa di legiferare su questioni etiche” e che non si intende interferire con le specificità nazionali. Tuttavia esso pone una questione insidiosa, proprio perché apparentemente innocua: può il VI Programma Quadro (6PQ) finanziare ricerche che comportano la distruzione di embrioni umani? Ovvero, possono le tasse di tutti i contribuenti europei essere destinate a ricerche che una parte non marginale di essi giudica moralmente riprovevoli e che comunque sono penalmente perseguibili in alcuni Stati membri?

Occorre a questo punto fare due doverose premesse. La prima è che, come correttamente sostenuto ad esempio dall’Onorevole Dell’Alba, di fatto il 6PQ è già stato approvato e non si vedono i motivi per rimetterlo completamente in discussione. La seconda riguarda l’autrice di questo articolo, la quale per molte diverse ragioni è del tutto favorevole alla sperimentazione su embrioni crioconservati soprannumerari il cui destino biologico, va ricordato, non ha alternative rispetto alla loro distruzione.

Tuttavia, ed è dirimente, vi è un significato profondo che anche simbolicamente suggerisce di non affidarsi al ‘pragmatismo’ evocato da Busquin quanto piuttosto alla prudenza prima di assumere una posizione sull’opportunità di tali finanziamenti.

La logica dell’acquis communautaire ha finora permesso all’Unione di procedere verso la produzione di una vasta gamma di “beni pubblici europei”, evitando che le circostanze mutevoli dei cicli politici nazionali potessero prevalere sull’interesse generale degli Stati membri e dei loro cittadini. Proprio per il fatto che la logica politica e giuridica dell’acquis communautaire è particolarmente limitante nei confronti delle sovranità nazionali, i Trattati hanno sempre chiaramente delimitato gli ambiti materiali e formali entro i quali essa fosse esercitabile. Da questi ambiti sono stati escluse le decisioni che avrebbero potuto entrare in conflitto con i valori costituzionali degli Stati membri e, più in generale, con gli ambiti legislativi nei quali si esprime la loro dimensione valoriale e identitaria.

Vi sono pochi dubbi come uno degli ambiti nei quali più fortemente si esprime tale dimensione sia il diritto penale. La produzione dei “beni pubblici” europei non può quindi estendersi sino al punto da confliggere con le norme penali degli Stati membri. Non può corrispondere a un “bene pubblico” dell’Unione una sua azione che ponga uno Stato membro nelle condizioni di vedere violate le sue norme penali. Non vi è bisogno che la violazione sia diretta, ovvero che la produzione del “bene pubblico” insista sul suo territorio nazionale. È sufficiente che lo Stato membro sia obbligato ex ante a sostenere finanziariamente questa produzione (o che sia obbligato ex post a recepirne le conseguenze sul suo territorio).
Tale sarebbe precisamente il caso del finanziamento delle ricerche su embrioni umani con le tasse pagate ad esempio dai cittadini della Germania (o in futuro dell’Italia) per la quale tali ricerche costituiscono una violazione penale (che gradevole paradosso che in prima fila a chiedere tale giusto passo indietro all’UE sia proprio quella stessa Germania che continuamente reclama la comunitarizzazione di tutti i possibili ambiti socioeconomici!).

Non si tratta quindi di individuare ulteriori norme di garanzia per la sperimentazione sugli embrioni rispetto a quelle già ben descritte dalla Commissione (l’unica altra che ci parrebbe degna di essere inclusa è il prevedere un congruo intervallo tra la creazione di un embrione in vitro e la sua destinazione a fini di ricerca). Si tratta invece di ammettere che l’Europa non può costituirsi come super-Stato che arbitrariamente impone ai tedeschi di finanziare gli inglesi che godono di leggi meno restrittive, e insieme impone agli inglesi di non utilizzare fondi europei per tutte le ricerche che sono legali nel loro Paese.

Che l’Unione si astenga da questo pasticcio e che i decision makers nazionali ed europei non mettano fine a una saggia moratoria che di certo non ha impedito che le promettenti ricerche sulle cellule embrionali fossero proficuamente finanziate in molti altri modi.