LA MIA VITA PASSATA A SMALTIRE I CHILI
“PRESI” CON LE DIETE
Quando andate da un
dietologo, una delle prime cose che vi sentite dire è che perdere chili è
abbastanza facile, mentre difficile è mantenere il peso raggiunto. Che,
cioè, la cosa più facile che vi possa capitare è, una volta terminato il
dimagrimento, di riacquistare i chili persi con gli interessi. . La ragione per cui il peso riacquistato sorpassa quello di partenza sta nel fatto che, durante la dieta, il nostro corpo ha imparato ad assimilare di più: cosa che continua a fare quando il cibo immesso cresce di quantità. Sono cose che chiunque si metta nelle mani di un dietologo sa alla perfezione.
Perdere chili è, in
effetti, abbastanza facile. Secondo mio fratello, basta ricordarsi che le
cose buone fanno lo cominciai con i libri. Ricordate la Scarsdale? Si trattava di una dieta «chimica» basata sull'eliminazione pressoché totale del grassi e sull'associazione degli alimenti. Non si mangiava poco, ma mentre si mangiava si avvertiva nettamente che tutto quel masticare non ci avrebbe tolto la fame. Il libro si prodigava nel tentativo di convincere i lettori di quant'è delizioso il sapore della carota, e di come è schifoso un sugo di carne e besciamella spalmato su strati di pasta e poi gravato di grana grattugiato e poi messo in forno dove alcune parti si carbonizzano - insomma, le lasagne al forno. Con la Scarsdale persi una decina di chili, ma poi ne riacquistai almeno tredici. Provai poi con una dieta a base di ananas - si chiamava Dieta Beverly Hills, se non sbaglio. Si trattava di sostituire uno dei due pasti principali con una bella porzione di ananas. Che è un frutto squisito: peccato che, assunto in dosi massicce, possa procurare un certo fastidio, diciamo così, alle pareti intestinali. Beverly Hills: non più di due chili. Riacquistati: tre. Dieci chili furono persi grazie a un dottore burbero, che m'impose una dièta di 1.200 Kcal al giorno. La sua burbanza però non poté nulla quando, stufo delle 1.200, ricominciai a mangiare come e peggio di sempre, con un nuovo guadagno netto di quattro chili. Salto un paio di altri tentativi disastrosi. Negli anni Novanta venne dapprima la dieta omeopatica. Una simpatica dottoressa aveva un aggeggio elettrico simile a una radio da cui partiva un filo con attaccata una specie di penna. La dottoressa mi appoggiava con forza la punta della penna all'attaccatura dell'unghia del dito anulare, e da quello stabiliva le mie incompatibilità. Ne venne fuori una normale dieta che comportava, però, l'acquisto di alcuni chili di costosissime medicine omeopatiche (non mutuabili), da assumersi prima dei pasti. L'operazione richiedeva complessivamente un terzo della mia giornata. Non ne valeva la pena. I chili persi furono una decina, quelli riacquistati quindici. La miglior dieta che abbia mai fatto è del 1998. Mi rivolsi a un celebre professore, di cui non faccio il nome, grazie al quale persi diciotto chili. Il fatto che, in seguito, li abbia ripresi tutti con il solito surplus, non toglie che quello sia stato il solo momento in cui mi è parso di intravedere il punto della questione. Mi resi conto, cioè, che la vera dieta non consisteva in quello che (non) mangiavo, ma nelle lunghe chiacchierate che facevo con quest'uomo intelligente. In queste conversazioni, apparentemente divaganti, si parlava della mia vita e del mio lavoro, dei libri scritti e di quelli che intendevo scrivere, della famiglia e del tempo libero, insomma: di tutto. Poi, con una scusa qualunque, smisi di andare da lui. Solo ora mi accorgo che la rottura di quella consuetudine (non dico del rapporto, perché mi ritengo ancora suo amico) ebbe luogo nel momento in cui stavamo avvicinandoci al nocciolo della questione. Il bello è che, in seguito, ho tentato altre diete. Una dottoressa pretendeva che scrivessi tutto quello che mangiavo, ma io passo già tutta la mia vita a scrivere. E poi il punto non era quello. Il punto l'avevo lasciato nello studio del famoso professore, ed era semplice e chiaro come il sole: c'era un disordine nella mia vita, cose da cui volevo fuggire, e il drogarmi di cibo era la conseguenza di un moto di fuga, diciamo pure: di paura. Oggi si dice che l'obesità è una malattia. Secondo me questa è una truffa consapevole: tu sei malato, io ti prescrivo la cura, tu paghi. È come dire che la droga è una malattia. Un bel modo per togliersi le responsabilità. Tra l'altro, poiché la grassezza nasce dallo stress e dall'impossibilità di assumersi tutte le responsabilità, se ne deduce che questo atteggiamento-truffa non può che produrre altra obesità. Andare alla radice delle cose è ben più difficile, comporta rischi maggiori e le prospettive di guadagno non sono così grandi, perché per guadagnare bisogna giocare sul tempo. Va detto poi, che una volta individuato il nocciolo della questione, la voglia di dimagrire vien meno, stare a dieta diventa più difficile perché non si può più essere complici di una bugia.
Per questo mi sono
deciso a farmi ricoverare a Piancavallo: una località famosissima presso
tutti i ciccioni d'Italia. Un mese fuori dai ritmi inquinati della mia
vita, ma anche un soggiorno per nulla rassicurante in uno dei più bizzarri
gironi infernali che si possano immaginare. Alla prossima il resoconto
dell'arduo viaggio. |
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