11 Febbraio 2003 – Le politiche antifumo si sono dimostrate un disastro economico ovunque esse siano state applicate, ma non è tutto: talvolta esse si rivelano mortali. E’ il caso di Kathleen Shaw che, a causa dei regolamenti interni della ditta in cui lavorava che rigorosamente vietano il fumo all’interno dei locali ed entro 100 metri dall’edificio, era costretta ad andare a fumare fuori, esposta al freddo, alla pioggia e alla neve. Di ritorno da uno “smoke break”, camminando sotto la pioggia nell’oscurità, la donna di 55 anni è stata uccisa da un camion. Una giuria ha deciso, il 4 Febbraio scorso, che la ditta è responsabile per la morte della donna, stabilendo la compensazione agli eredi a 2,7 milioni di dollari. Il fanatismo nazi-salutista è costato caro alla Northridge Enterprises, la ditta che impiegava la donna; ma il prezzo più alto l’ha pagato la sua famiglia, vittima di campagne di intolleranza, e di un isterismo indotto senza una base scientifica. Provvedere ampie e decorose sezioni fumatori all’interno dei locali di lavoro privati o di proprietà dello stato non è solo una questione di civiltà; è una questione di sicurezza. Forse questo caso può essere d’ispirazione ai fumatori italiani che sono forzati all’esterno o grazie a leggi fondate su truffe scientifiche, o da regolamenti interni paranoici. Non solo una morte o un incidente, ma anche una polmonite o una bronchite costano al datore di lavoro e all’impiegato – una cosa di non poco conto nel calcolo dei costi sociali dell’antifumo, che tutti si guardano bene dal rendere edotta la popolazione. Ma forse qualche causa legale contro datori di lavoro pubblici o privati potrebbe ispirare gli amanti della sicurezza a riconoscere i diritti della metà della popolazione adulta di questa nazione. |
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