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4 Maggio 2004 - Caffè ? Assunto. Sigarette ? Comperate. Gazzetta
dello Sport ? In mano. Biglietto ? Timbrato. L’Intercity in arrivo da
Ventimiglia si arresta pigramente sul binario quattordici della
stazione di Genova Principe e spalanca le sue porte con uno sbuffo.
Sono le nove e trentadue, l’orario di partenza era previsto per le
nove e dicotto: anche il rassicurante quarto d’ora accademico è
rispettato in pieno. Attendo che anche l’ultima vecchietta carica di
bagagli ruzzoli sul marciapiede e, finalmente, mi accingo a salire in
seconda classe, con il volto piacevolmente paralizzato nel sorriso di
chi ha la solida consapevolezza di un lungo e rilassante viaggio sul
mezzo di trasporto più amato dai pendolari: il caro vecchio treno,
appunto.
Ma
qui casca l’asino! Sto affannosamente cercando uno scompartimento
fumatori con un posto a sedere quando apprendo mestamente, nel varcare
una porta, che “Questa è una carrozza non fumatori. E’ fatto
divieto tassativo di fumare negli scompartimenti e nei corridoi,
indipendentemente da eventuali segnalazioni contrarie […] i
trasgressori saranno puniti con un’ammenda di Euro …”, come recita
in sintesi il minaccioso e monumentale cartello adesivo esposto sulla
porta di entrata del vagone; ne deduco che non esistono più gli
scompartimenti per fumatori e quelli per non-fumatori, ma sono nate le
carrozze per peccatori e quelle per salutisti. Poco male: cerchiamo
una carrozza per peccatori. Dopo aver varcato circa duecento porte
recanti immancabilmente scritto che quella era una carrozza in cui si
faceva divieto tassativo di godersi un’innocente sigaretta bla bla bla,
la mia attenzione si concentra sulla soave voce del Capotreno che, in
filodiffusione, mi ringrazia, a nome delle Ferrovie dello Stato, per
la preferenza accordata (preferenza?!? mi viene il
dubbio che si riferisca al fatto che avrei potuto preferire di
andare a Milano in macchina fumando avidamente un Cohiba Siglo 7 senza
il terrore di infrangere alcuna regola), dopodichè si scusa
infinitamente per il ritardo di diciassette minuti accumulato, che
potrebbe, però, diminuire ed infine mi ammonisce che sul treno non si
può fumare (un interminabile attimo di terrore mi atterrisce, una
goccia di gelido sudore mi attraversa la fronte) tranne che (un
irrefrenabile impeto di gioia mi scongela le arterie) nell’apposita …
bzzz … bzzz … (eeeeeh?) e mi ricorda, inoltre, che la suoneria del mio
cellulare deve essere sufficientemente bassa da non recare fastidio
agli altri viaggiatori. Cosa cosa cosa?!? Fumare nell’apposita …
cosa ?!? Interferenze della linea elettrica sulla filodiffusione,
naturalmente nel momento più opportuno. Come se non bastasse, nel
frattempo, la mia disperata ricerca di una porta con un cartello
diverso dai seimila precedenti si arresta bruscamente contro il vetro
dell’ultima carrozza: davanti a me solo i binari che convergono in un
punto sulla linea dell’orizzonte. Carrozze fumatori trovate: zero.
Tempo trascorso: venti minuti. Ricominciamo, non facciamoci prendere
dal panico.
Parto ottimista alla ricerca del Capotreno dalla voce soave, nella
speranza che, parlandone di persona, non vi siano altre interferenze
che mi occultino un’informazione così vitale per il mio viaggio: dove
posso fumare.
Naturalmente so già che, se io sono in coda al treno, egli sarà per
forza in testa al treno: senza perdermi d’animo, mi dirigo spedito in
direzione del locomotore quando, ancora nel penultimo vagone, scorgo
una porta di separazione senza alcun cartello: che sia un segnale che
la mia ricerca è terminata? Forse all’andata mi è sfuggita su questo
vagone una qualche indicazione che renda lecito il mio desiderio di
fumare? Entro speranzoso nel suo interno e cerco nello sguardo dei
passeggeri che lo stivano la complicità del vizio, uno sbuffo di fumo
bianco da qualche parte, un pacchetto distrattamente appoggiato, un
posacenere pieno: il deserto del Sahara. Niente di niente. Dopo
qualche ulteriore attimo di smarrimento, rassegnato sto per uscire in
preda a frustrazione dal vagone delle mie illusioni ma, aprendone la
porta, scorgo un cartello leggermente differente che mi da un qualche
barlume di speranza: dopo una dettagliata perizia calligrafica scopro
che, sebbene esso mostri un aspetto sostanzialmente identico, nel
cartello che osservo non compare alcun non tra la parola
carrozza e quella fumatori e, osservando ancora più
attentamente, al posto di è fatto divieto di compare la frase
è possibile.
Inoltre l’indicazione rettangolare di colore blu, che nei precedenti
cartelli mostrava un’enorme sigaretta stilizzata barrata da una
minuscolo segmento (ad indicarne il divieto), questa volta mostra una
enorme sigaretta stilizzata e basta. Realizzo, immensamente felice,
dopo pochi scoppiettanti attimi che questa è una carrozza fumatori.
Questa è una carrozza fumatori!!!
Torno indietro, richiudo alle mie spalle la porta che mi ha reso
felice, cerco avidamente uno scompartimento con un posto dove sedermi
e, nel farlo, mi viene distrattamente in mente che… avrebbero potuto
differenziare almeno cromaticamente i cartelli delle porte!
Magari una qualche chiazza di rosso dove è proibito e un barlume di
verde dove è possibile. Oppure tutto rosso e tutto verde, chissà. Va
be, poco male, questo pensiero fugace non mi impedisce di trovare
comunque un posto e di sedermi. Felice come un bambino prima di
entrare in una gelateria, mi soffermo a guardare i miei nuovi compagni
di viaggio: alla mia destra un ragazzo con walkman che agita
impercettibilmente la testa a occhi chiusi. Di fronte una signora
sulla quarantina con vertiginosi tacchi a spillo e un inguardabile
paio di occhiali da sole appoggiati sulla fronte. Infine, alla sua
sinistra vicino al finestrino, un signore con la faccia da vecchio
bracco, dietro un paio di occhiali grandi, incerottati e puntati in
direzione del Corriere della Sera, accartocciato sulle sue ginocchia.
Sicuramente, penso, sono fumatori: in tutto il treno, su un milione di
posti disponibili, solo poche decine sono destinati a noi viziosi!
Quindi anche loro, come me, avranno dovuto sputare lacrime e sangue
prima di guadagnarsi il posto agognato, ma ora saranno felici di poter
centellinare il vizio durante il viaggio, gustandone ogni saporita
boccata.
Mmmm. Qualcosa non mi quadra: e allora perché non sta fumando nessuno
? Forse sono tutti sazi, perché ne hanno fumate milleduecento per
vendetta nei confronti dell’ostruzionismo moralista delle Ferrovie
dello Stato, appena prima che io arrivassi. Si, ma allora perché
l’aria di questo vagone è più pura che sulla cima del K2? Mmmm.
Confuso e con molti dubbi, provo a sondare il terreno e appoggio il
mio pacchetto di Marlboro Light sulle ginocchia, ne estraggo una e mi
ci metto a giocherellare nervosamente. Scruto le reazioni dei miei
compagni di viaggio: il ragazzo continua a ondeggiare a occhi chiusi,
evidentemente non ha colto. Il vecchio bracco alza il sopracciglio
destro: evidente segno di approvazione o semplice emiparesi? Mah! Sto
ancora valutando la reazione del Bracco quando il teatrale sbuffare
della signora con i tacchi e gli orrendi occhiali attira la mia
attenzione. Sbuffa perché ha finito le sigarette e vorrebbe fumare le
mie ma non ha il coraggio di chiederle oppure perché, ed è quello che
temo, mi biasima nel profondo? Ormai non ha senso tirarsi indietro,
vediamo cosa succede se me la accendo. E così faccio.
Inforcati gli occhiali (veramente osceni: tipo occhiali a fascia da
alpinista, ma con inutili ed inaccettabili aperture ovali sui lati; il
color cedrata che vira al chinotto nella parte più alta delle lenti
condisce l’orrore) la signora fa schioccare sul pavimento i tacchi e
mi fissa severa: prima sfodera uno sguardo da gerarca nazista che
scopre, nella sua camera da letto, un ebreo abbracciato alla moglie e
poi mi butta la un cordiale “Dovreste morire tutti di tumore,
bastardi!” sussurrato in un ghigno a denti così serrati da far
saltare anche le mie otturazioni. Giuro. Il Bracco, anch’egli come me
inorridito, si gira dalla parte opposta e si rituffa nella lettura del
Corriere: se anche avesse voluto elargirmi qualche rimprovero, ora non
ne ha più il coraggio dopo l’uscita della signora. Il ragazzo oscilla,
incurante. Io penso incredulo a quello che mi ha detto: che cosa può
ridurre una persona, pur dotata di incredibile cattivo gusto come
dimostrano inequivocabilmente i suoi occhiali, a tanto livore da
augurare morte dolorosa ad un perfetto sconosciuto? Nell’interrogarmi
su tali oscure questioni, il mio orgoglio precede nettamente la mia
attenzione e mi fa dire, fermo e cordiale: “Signora, questa
carrozza è per fumatori!” – speriamo di aver letto giusto,
speriamo di aver letto giusto – “Se ha qualche problema con il mio
fumo, può benissimo andare in una delle seicento carrozze dove c’è il
divieto”. E quella con lo stesso tono di voce della mia
professoressa di matematica del liceo quando ti beccava a copiare,
cioè urlando come una pazza: “E allora questo che cosa diavolo è ?”
e mi indica il vecchio segnale dello scompartimento che,
effettivamente ahimè, riporta una dannata croce rossa su una innocente
sigaretta bianca.
Panico e smarrimento mi attanagliano, ma la memoria visiva mi soccorre
appena in tempo: “Senta, il cartello sulla porta del vagone recita
chiaramente che in tutta la carrozza è permesso fumare,
indipendentemente da eventuali segnalazioni contrarie. Quindi,
indipendentemente da questa segnalazione, io fumo e lei, se non
gradisce, cambia posto”. Se ho capito male qualcosa, sono fottuto.
Fortuna vuole che il ragazzo, che ha appena smesso di oscillare e ha
spento il walkman incuriosito dall’urlo d’aquila della contessa con
cui sto litigando, sia un collega fumatore e, sempre per fortuna mia,
sia anche un giovane sveglio e attento. “Ha ragione il signore”
– le dice indicando me – “Guardi che qui si può fumare, l’ho
chiesto al Capotreno nella stazione di Ventimiglia!” E, presa una
Chesterfield dal pacchetto nascosto nel taschino della camicia,
l’accende con aria di sfida. Lo sto amando, in questo momento,
veramente. Se solo anche il Bracco prendesse una posizione favorevole
potremmo facilmente picchiare quella dannata strega… ma quello
continua imperterrito a fare finta che non sia successo niente e si
ostina a leggere la pagina di cronaca del suo giornale. Dannato.
L‘amabile signora, comunque in evidente inferiorià numerica data la
neutralità del Bracco, non può fare altro che ritirarsi, furente: si
alza sdegnata e, pestandomi teatralmente il piede sinistro con gli
otto centimetri del suo maledetto tacco a punta, si allontana con
passo nervosetto e biascicando insulti contro Ferrovie dello Stato,
Governo, Opposizione, Nostro Signore Iddio, diversi santi e,
naturalmente, tutti i fumatori, che, a suo dire, marciranno per
l’eternità tra le fiamme dell’Inferno.
Nel
frattempo la filodiffusione ci annuncia, tramite la voce flautata del
Capotreno, che siamo in arrivo alla stazione di Voghera e che il
ritardo accumulato è ora di ventitre minuti, senza nessuna menzione
questa volta al fatto che, forse, il ritardo diminuirà; apprendiamo
inoltre che le Ferrovie dello Stato, dimostrando una premura
inaspettata, sono disposte a restituirci il cinquanta percento
dell’importo del biglietto se il ritardo superasse i venticinque
minuti nella stazione di arrivo. Io e il ragazzo con il walkman,
entrambi con le rispettive sigarette sbuffanti in bocca, ci guardiamo
e ci scambiamo un ghigno di soddisfazione e, con un certo stupore,
noto che anche il Bracco, neutrale sino a quel momento, ci rivolge una
benevola occhiata di approvazione, quel genere di occhiata che un papà,
falsamente arrabbiato per compiacere la mamma, rivolge premuroso ai
bambini quando quella ha appena finito di rimproverarli per l’ultima
marachella.
Il viaggio procede
tranquillo fino a Milano: lettura integrale di tutto il calciomercato,
un sorso di cocacola aquistata dall’omino con il carrello delle
vivande, una sigaretta post-cocacola, un riposino defatigante e,
dentro di me, l’intima rammaricata convinzione di aver perso tre
quarti d’ora per ricercare la benedetta carrozza, che mi ha ospitato.
Il dolce Capotreno fa il punto: informa noi signori viaggiatori che
stiamo per arrivare alla stazione di Milano Centrale e che il treno
termina li la sua corsa; curiosamente non ci viene comunicata alcuna
notizia riguardante il ritardo accumulato nè se tale ritardo ci
darebbe il diritto al rimborso del cinquanta per cento del prezzo del
biglietto (vediamo un po’, dodici euro e novantasei quindi il
cinquanta percento sarebbe la bella sommetta di sei euro e quarantotto:
però!). L’approccio alla stazione Centrale mi sembra, come sempre,
interminabile, ma, anche questa volta, arriva alla sua fine: scendo
dal treno e mi tuffo nel caldo di Milano.
Gazzetta dello Sport ? Dimenticata sul treno. Caffè ? Volentieri,
grazie. Sigarette ? Decurtate. Biglietto ? Ormai non mi serve più. |