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Fumus persecutionis.
“ Dai fumatori si può imparare la tolleranza. Mai un fumatore
si è lamentato di un non fumatore”
(Sandro Pertini)
“Ehi, signore: guardi che qui non si può fumare!
Spenga subito la sigaretta!”
“Ma la sigaretta è spenta…!”
“Non importa, non importa: basta l’idea!”
Il dialogo fra l’occasionale frequentatore di una famosa Università
milanese ed una donna di mezza età che, con ogni probabilità, si
muoveva servendosi di un’automobile propria e, di ritorno a casa,
nelle sere invernali, certo non esitava a tuffarsi nel tepore di
mura domestiche riscaldate con temperature medie superiori ai 25
gradi ( e magari, prima di rincasare, non rinunciava ad una fugace
visita alla chiesetta della parrocchia, giusto per assistere ad una
messa e, così facendo, dare il proprio involontario contributo alla
diffusione dei tumori, considerato che, secondo uno studio recente,
“la combustione dell’incenso produce componenti cancerogeni”
2 e che le sue emissioni sono
paragonabili a quelle di una strada molto trafficata
3 è realmente accaduto qualche anno
fa, proprio qui a Milano, la tanto (perlomeno un tempo) osannata
Capitale della tolleranza.
E non è, comunque, l’unico episodio del genere.
Se, dalle latitudini meneghine, ci spostiamo sotto altre coordinate
ed in altri Paesi altrettanto prevenuti ed ostili nei confronti dei
fumatori, l’elenco dei fenomeni di intolleranza non solo appare
significativamente lungo, ma anche a tal punto venato di risvolti
paradossali da risultare addirittura demenziale e grottesco.
Eccovene un piccolo saggio.
Nel Maggio del 2001, lo stato della California promuove una campagna
radiofonica contro il fumo nel corso della quale, fra l’altro, i non
fumatori vengono esortati a rimproverare aspramente chiunque cammini
con una sigaretta accesa fra le labbra.
Nel Settembre dello stesso anno, sempre in America, “patria della
libertà e della democrazia” (bushiana e berlusconiana) per
antonomasia, un immigrato iraniano viene condannato ad oltre due
anni di reclusione per aver acceso una sigaretta durante un volo di
linea.
Il primo Agosto, la città canadese di Ottawa vieta di fumare
dovunque, tranne che in casa e per strada.
Nel Maggio 2002, il Partito democratico (?) giapponese annuncia la
presentazione di un disegno di legge che punisce con un mese di
carcere chiunque fumi per strada.
Nel Giugno dello stesso anno, la regione spagnola della Navarra
approva una legge che vieta il fumo ovunque si trovino più di due
persone.
Per la verità, le persecuzioni contro i fumatori sono di antica
data: risalgono perlomeno al XVII secolo, e cioè al secolo che viene
comunemente considerato “il più buio per i consumatori di tabacco”.
Nel Seicento, infatti, il fumo era considerato un rito demoniaco,
che, ad esempio in Russia, veniva punito con una serie di
scudisciate sulla schiena; in India, con le labbra tagliate; in
Cina, con la testa mozzata: in Persia, con una colata di piombo fuso
in gola…
Oggi, per svariate ragioni (che comunque non comprendono il
riconoscimento, pur se tardivo, dell’inconsistenza e della falsità
dei pregiudizi e delle menzogne sul fumo e sulle sue conseguenze per
la salute dell’individuo e per il benessere della società), le
campagne repressive contro i consumatori di tabacco assumono altre
forme; forme (apparentemente) più “levigate” e “civili” che non
riescono nonostante tutto a dissimulare l’ideologia da Crociata che
ispira coloro che ad esse ricorrono.
Una Crociata che, al pari di quella storica, ha la propria Santa
Sede ed il proprio Pietro l’Eremita: l’una e l’altro – occorre
dirlo? – si identificano, se non teniamo conto dei replicanti e
degli immancabili zelatori (vulgo: servi), rispettivamente con gli
Stati Uniti e con il suo Governo.
2. Quando anche i camini fumavano.
“Chi fuma può causare degli
incendi nei boschi. Ecco perché non vedrete mai un animale fumare”
(Bill Crosby)
La crociata antifumo dei nostri giorni vanta un
significativo ed illuminante precedente: quello della Germania di
Hitler.
Il Terzo Reich si rivelò infatti all’avanguardia
in quelle politiche ‘salutiste’ ed ‘ecologiche’ – dalla messa al
bando di sostanze inquinanti fino alla martellante campagna contro
il fumo – che oggi rappresentano il fiore all’occhiello di non poche
democrazie avanzate”.
Ecco due esempi rappresentati da
altrettante direttive sanitarie emanate dal Partito
Nazionalsocialista e rivolte al popolo tedesco nel 1937:
“La stampa popolare dovrà contenere
avvertimenti contro i pericoli del fumo. La ricerca scientifica
sugli effetti del fumo sulla salute va di pari passo con l’estesa
promozione di attività salutari volte a ridurre la prevalenza
dell’abitudine”.
E ancora:
“Mezzi pubblici, ambienti di lavoro
ed edifici pubblici diventano gli obiettivi delle campagne per la
riduzione del fumo. E’ vietato fumare sul lavoro ed in edifici
pubblici, inclusi quelli governativi e negli ospedali, incluse le
case di riposo. E’ fatto divieto ai produttori di tabacco di fare
pubblicità al loro prodotto, e di rappresentare il fumo come segno
di distinzione”.
Le direttive sanitarie del Reich godevano,
ovviamente, dell’approvazione di Hitler (un tale che, sia fatto
notare per inciso, in quanto “animalista”, amava moltissimo gli
animali 2 e proprio per niente
i comunisti, gli ebrei, gli zingari, gli slavi, i russi e via
elencando), a cui si deve la rivelazione: “a Bayreuth ho incontrato
un uomo d’affari. Sulla sua porta c’era un cartello che diceva
‘vietato l’ingresso ai fumatori’. Da parte mia, io non ho cartello
sulla porta, ma ai fumatori è vietato l’ingresso”.
Abbondanti motivi di invidia e aneddoti da
prendere come esempio per Sirchia a parte, va ancora detto che la
Germania nazista arrivò al punto di inventarsi veri e propri
incentivi: il Fuhrer, per dare il buon esempio, decise di premiare i
suoi generali che smettevano di fumare con un bellissimo orologio da
tasca in oro.
Certo: avere Hitler ed i nazisti fra i propri precursori non
rappresenta un fatto talmente compromettente e vergognoso da
screditare di per sé qualunque tipo di argomentazione o da macchiare
indelebilmente qualunque genere di reputazione.
E’ però innegabile che, fra l’ideologia nazista
ispiratrice della lotta contro il fumo e l’ideologia della Moderna
Crociata contro “i nuovi eretici” esistano nessi che tradiscono,
come vedremo di qui a poco, l’esistenza di una comune concezione del
mondo, e non soltanto di un identico approccio al problema della
salute.
3. Segnali di fumo.
“Sopporto quelli che fumano
il sigaro solo se, dopo, muoiono in Bolivia”.
(Anonimo)
“E’ nata la nuova religione della lotta contro il
fumo. Una nuova religione con la sua rigida gerarchia, col suo
potente Ufficio Propaganda Fede sostenuto dallo Stato, coi suoi
aggressivi, fanatici missionari; con i suoi discepoli, esseri
annoiati avidi di sfuggire al tedio della loro vita abbracciando una
nuova causa, che si muovono col paraocchi ed esibiscono uno zelo
isterico e una intolleranza raramente conosciuti nella storia”.
3
L’Urbano II della moderna Crociata contro il fumo indossa le vesti
(meglio sarebbe dire, trattandosi di argomenti e di persone
sinistre: si cela dietro la maschera la maschera) del Presidente
degli Stati Uniti, vale a dire di un Paese che ha storicamente fatto
del puritanesimo, dell’arroganza, dell’intolleranza e del fanatismo
i propri tratti distintivi.
Un fanatismo che attinge alla vena, in apparenza
inesauribile, della religione, in particolare della forma
protestante di quest’ultima. Sono infatti le correnti più radicali
del Puritanesimo ad alimentare la struttura del “nuovo
fondamentalismo salutista” che oggi è arrivato a svuotare di senso
la stessa Costituzione americana e a riesumare la vena razzista che
percorre fin dalla sua nascita l’Impero a stelle e strisce.
“E’ l’ossessiva ricerca della ‘purezza
immunitaria’ (che letteralmente indica l’incapacità di dare e
ricevere) che ritorna sempre: come istanza teologica dapprima (non
si deve sporcare la parola del Libro); quindi come vocazione
razziale (sono i bastardi che minano la sana normalità del nostro
popolo); da ultimo come feticismo salutista (in nome del popolo
inquinato, dicono i Verdi, epigoni della ‘lotta di Hitler contro il
cancro’”.
In realtà, la lotta contro il tabacco da parte
della religione è di vecchia data.
Nel 1634, ad esempio, la Chiesa Cattolica Romana
proibì ai propri fedeli di usare il tabacco in qualsiasi modo e
forma: a tal scopo, numerose bolle papali furono emanate nel corso
degli anni.
Da parte sua, la Chiesa Ortodossa, con scarso senso del ridicolo, si
rese promotrice di una dottrina secondo la quale era stato, a
dispetto dello stesso testo biblico… il tabacco, e non il vino, a
intossicare Noé e a provocare la sua scandalosa condotta.
La vocazione oscurantistica ed anti-edonistica
della religione è facilmente rintracciabile anche nella biografia e
nelle opere dei rappresentanti delle numerose correnti in cui essa
si è fin qui articolata.
Basterà citare i casi, per quanto riguarda il Cattolicesimo, di
Sant’Agostino; e, per il Protestantesimo, di Giovanni Calvino, il
“padre” dei Puritani.
S. Agostino contribuì enormemente a diffondere il
senso di colpa tra gli uomini attraverso le sue opere: nelle
Confessioni, egli si pente di una condotta dissipata nel corso della
propria “gioventù pagana”, mentre nella Città di Dio sottolinea che
i bambini possono nascere da una donna “incallita dalla lussuria e
dal sesso”.
Calvino, da parte sua, era “un ascetico infelice,
affetto da ulcere, tubercolosi e calcoli renali. Considerava la vita
quasi senza valore, stabilì una rigidissima teocrazia a Ginevra che
non permetteva il ballo, abiti fantasiosi e adornamento con
gioielli…”.
Quanto ai Puritani americani, vale a dire agli
ispiratori di Bush e soci, negli anni attorno al 1650, il loro
leader, John Knox, oltre al divertimento in occasione della
domenica, proibì tassativamente il bere, le scommesse,
l’abbigliamento “fantasioso” e, guarda un po’, proprio il fumo!
L’ideologia religiosa, in ogni caso, non riesce a
dar conto, di per sé, delle ragioni che muovono i promotori della
moderna Crociata anti-fumo. E’ indispensabile attingere anche ad
un’altra fonte, che nella precedente confluisce, rafforzandone la
portata.
La campagna contro il fumo (e, soprattutto, contro
i fumatori, questi potenziali “devianti” e sovversivi), come tutte
le operazioni ideologiche, mira a ridisegnare i contorni e le
caratteristiche delle società capitalistiche ferite mortalmente
dalla crisi economica per esorcizzare e prevenire il rischio di
insorgenze rivoluzionarie nelle retrovie dell’Impero mediante la
realizzazione di un controllo il più possibile assoluto,
totalizzante e pervasivo sulla vita dei cittadini.
E, per far ciò, ecco il ricorso a quel fenomeno
della “medicalizzazione della vita quotidiana” che prelude alla
fondazione di un vero e proprio Stato Terapeutico, garante della
salute del cittadino nella misura in cui quest’ultimo si impegna ad
osservare scrupolosamente le regole e gli stili di vita che lo Stato
gli impone come condizione per la sottoscrizione del patto sociale.
Il top del controllo si realizza, ovviamente, con
le situazioni di auto-controllo, in cui il cittadino si fa Stato
(più della Crociata contro il terrorismo poté quella contro il
tabacco?).
Emblematico è il caso di Monica Bellucci, una che
ha risolto l’antagonismo fra la Bella e la Bestia in modo
dialettico, vale a dire avallando l’aforisma hegeliano “la Bella è
la Bestia”: in un’intervista al settimanale Panorama, alla domanda
se fosse favorevole ad un divieto di fumo generalizzato, l’attrice –
che si dichiara “fumatrice accanita” – risponde affermativamente.
Riconosce però di non riuscire a smettere di fumare; tuttavia, “se
c’è un divieto, io non oso romperlo: sul mio personale desiderio
prevale il rispetto degli altri”, aggiunge.
Il patto sociale imposto dallo Stato prevede, da
parte dei cittadini, la rinuncia oggi a piaceri, abitudini, libertà,
valori e tradizioni in cambio della promessa della felicità domani.
Naturalmente, il Ministero dominante dello Stato
Terapeutico è quello della Salute, un Ministero che, proponendosi
come l’istituzione interessata per antonomasia al benessere dei
cittadini, appare come “impolitico”, “scientifico”, “amante e
difensore della verità”, “incorruttibile” e, naturalmente, “al di
sopra delle parti”.
Lo stesso cambiamento di denominazione del
Ministero retto ieri da Veronesi ed oggi da Sirchia è significativo
del passaggio da una politica di cura della malattia (e quindi da
una politica medica classica, tradizionale) ad una politica di
prevenzione.
Sanità e salute, infatti, non sono per nulla
sinonimi.
Persino il senso comune distingue i due termini,
ed il linguaggio corrente ne fa uso in contesti diversi.
La prima ha un’accezione che potremmo dire estensiva, in quanto
utilizza un avverbio che Galileo usa a proposito del sapere in
generale; la seconda, da parte sua, ha un’accezione che potremmo
chiamare intensiva, poiché fa ricorso ad un avverbio di cui Galileo
si serve a proposito di un dato sapere in particolare.
La sanità è sentita e vissuta come fatto generale, collettivo,
“pubblico”; la salute come fatto particolare, individuale,
“privato”.
Ma ritorniamo al ruolo assunto dallo Stato in una fase in cui la
gestione della salute dei cittadini (o meglio: la pretesa di farlo
con competenza) fa proprio l’obiettivo di un controllo sempre
crescente e pervasivo, oltre che dei corpi, delle stesse coscienze
dei cittadini “sani”.
Come osserva Edoardo Castagna: “Lo Stato è il
garante e l’esecutore di un ideale etico, superiore alle scelte e ai
piaceri del singolo. Quello è il vero ‘bene’, incluso il ‘tuo bene’.
Tu forse non lo sai, un po’ te lo spiego, un po’ te lo impongo. Nel
Seicento si bruciavano i corpi degli eretici per salvare le loro
anime. Per il loro bene, appunto. Io non so quale sia il mio bene.
Ma di una cosa sono certo: nemmeno lo Stato lo sa”.
9
Lo Stato Terapeutico si avvale largamente del principio di
precauzione, secondo il quale “l’assenza di certezze, tenuto conto
delle attuali conoscenze tecniche e scientifiche, non deve ritardare
l’adozione di misure effettive e proporzionate che mirino a
prevenire il rischio di gravi ed irreversibili danni”.
Ciò vuol dire che lo Stato non ha bisogno di prove
scientifiche per vietare o per regolare, ma solamente di semplici
indizi, o di sospetti, che l’oggetto del divieto o del regolamento
sia nocivo.
Così può avvenire che “nell’epidemiologia
contemporanea il concetto di causa (sia) stato sostituito
dall’associazione statistica con i cosiddetti fattori di rischio”.
Al riguardo é stato osservato che la questione
della “causalità” è comunque ardua e controversa.
Il cancro, ad esempio, può essere causato, almeno in parte, da
predisposizione genetica; tuttavia, ad innescarlo, possono essere le
malsane condizioni di lavoro che, a loro volta, spesso sono frutto
della miseria.
Ciò nonostante, ci viene chiesto “di essere asceti
laici, di rinunciare a tutta una serie di piaceri concreti, per
avere una vita più sana e una morte migliore. Siamo certi che ne
valga la pena?”.
Anche se l’associazione fra A e B è causale, non
ne discende necessariamente che A sarà seguito ogni volta da B.
Detto diversamente, una causa necessaria non è sempre anche
sufficiente.
“Non tutti quelli che vengono a contatto con il
virus dell’influenza si prendono l’influenza e quindi essere esposti
al virus non è di per sé una causa sufficiente anche se è
necessaria.
Non tutti i fumatori muoiono di cancro al polmone e non tutti coloro
che muoiono di cancro al polmone sono fumatori. Fumare, dunque, non
è né causa necessaria né sufficiente”.
Il principio di precauzione si trasforma da libero
esercizio di saggezza in pretesto mistificatorio per una
regolamentazione e per un controllo liberticidi; il cavallo di Troia
di un’estensione autoritaria ed indefinita delle prerogative dello
Stato, del suo potere sui cittadini.
Non passa giorno senza che non si registri una
pioggia di avvertimenti sui rischi della salute: “Il monitor dei
computer emette radiazioni nocive; l’obesità è peggio del fumo ,
l’odore delle auto nuove è pieno di noti o sospetti cancerogeni, la
caffeina è nociva in quanto contenente zuccheri, il cellulare
provoca il tumore al cervello…" Addirittura: “ci potrebbe essere un
nesso tra il tumore alla bocca e pratiche erotiche come il
cunnilingus e la fellatio”.
A quest’assalto di notizie-letame, cercare di
opporre resistenza si rivela impresa titanica, dal momento che
viviamo ormai in una società che ha fatto del salutismo (felicemente
definito come “tensione salute-religiosità”), e dunque della
“medicalizzazione della vita quotidiana”, il proprio veneratissimo
idolo.
Il salutismo, che può essere definito come il
tentativo di raggiungere la pubblica salute tramite statalismo e
pubblico isterismo, afferma che essere sani equivale ad essere
morali, che è un buon cittadino solo chi si preoccupa di mantenersi
in salute: l’equazione salute=moralità si combina, a volte
alternandosi, altre volte sostituendosi, con l’equazione stile di
vita non salutare=costo economico sociale, così da gettare le basi
per il concetto di terapia coatta.
La risultante di questa inversione di valori è,
paradossalmente ma non tanto, un valore invertito: l’individuo è
giudicato non per quello che fa (come avviene o dovrebbe avvenire,
ad esempio, nel diritto), bensì per quello che non fa.
E ciò che deve (non) fare è stabilito dallo Stato
(Terapeutico), ai cui editti non è né lecito né possibile muovere
obiezioni, se non a rischio dell’ostracismo sociale e, qualora essa
non basti, della repressione.
Significativamente, per Sirchia, di cui ci
occuperemo a suo tempo, “un vero uomo non fuma, non beve e non si
droga”…E, aggiungiamo noi, non ruba, non evade le tasse, non dirige
organizzazioni mafiose, non promuove guerre di aggressione, a meno
che non voglia diventare ministro o presidente del Consiglio!
Così, ogni luogo pubblico, ogni reticolo in cui si
esprime la nostra vita collettiva si sta trasformando in una gabbia,
in una prigione a cielo aperto. Ad esempio le scuole, perlomeno da
quando una mamma inglese è stata condannata a due mesi di carcere
perché le figlie marinavano le lezioni; o da quando gli studenti
americani finiscono al riformatorio se compongono poesie troppo
violente. Oppure gli ospedali psichiatrici, se si tien conto che la
malattia mentale cresce in tutto l’Occidente (solo in Italia,
secondo dati dell’OMS, ne soffrono dieci milioni di persone)…
4. Non c’è fumo senza fuoco.
“La cosa più facile che io
abbia mai fatto in vita mia è smettere di fumare: dovrei ben saperlo
perché l’ho fatto migliaia di volte…”
(Mark Twain)
Quella ideologica è solamente una delle forme che
assume la moderna Crociata contro il fumo; è cioè soltanto la parte
emergente di un iceberg la cui struttura sommersa è rappresentata da
ben identificati interessi economici, e più precisamente dagli
interessi delle multinazionali farmaceutiche, quelle statunitensi in
primis.
L’industria anti-fumo rappresenta infatti
un’industria-mondiale con un giro di affari stimato nell’ordine di
30, 40 mila miliardi di vecchie lire l’anno solo negli Stati Uniti.
Per cifre di questa entità, è facile intuire come sia possibile che
interi Ministeri della Sanità, partiti politici, organizzazioni
sanitarie, medici, istituti di statistica, docenti universitari,
ecc. possano vendersi (e svendere la verità) all’industria antifumo.
Le multinazionali farmaceutiche hanno direttamente
o indirettamente trasformato i Ministeri della sanità di molti Paesi
in agenzie promozionali di farmaci per la cessazione del fumo e,
come abbiamo già avuto occasione di accennare poco fa, in organi di
propaganda disinformativi finalizzata al controllo del comportamento
del cittadino da parte dello Stato.
La stessa cessazione è un’impresa internazionale
con un giro di affari, se si tien conto soltanto degli USA, di
migliaia di miliardi di vecchie lire. Un giro di affari ottenuto con
la produzione di studi “scientifici” ambigui e “di parte”, capaci di
indurre il fumatore a smettere di fumare, naturalmente affidandosi
ai farmaci di cessazione.
Se poi il prodotto di cessazione non funziona, il
nostro inguaribile “tabagista” torna a fumare e… ad essere tassato e
perseguitato: il ciclo perverso può ricominciare, con incalcolabili
profitti di tutti i tipi per le multinazionali e per i politici
iscritti a libro-paga.
Il rapporto fra industria farmaceutica e potere
politico, negli Stati Uniti si esalta: con gli episodi di Bush che
blocca le cause contro le case farmaceutiche per motivi di
“sicurezza nazionale” e mette un ex dirigente farmaceutico a capo
della lotta all’AIDS; degli accordi del WTO per i brevetti sui
farmaci; delle minacce al Sud Africa dopo anni di battaglia al
monopolio farmaceutico…
Come se non bastasse, l’amministrazione Bush è
stata accusata di nominare “scienziati amici all’interno di molte
delle mille commissioni e agenzie di consulenza scientifica.
Emblematico il caso della commissione che offre consulenze
sull’avvelenamento da piombo dei minori, un fenomeno che riguarda
400 mila bambini ogni anno”. 10
Insomma, il potere delle multinazionali
farmaceutiche è tale che esse decidono anche gli indirizzi dei nuovi
studi sulle terapie mediche. Tutti i maggiori istituti di ricerca,
compresi quelli impegnati nella Crociata anti-fumo, ricevono fondi
da questi grandi gruppi industriali.
“Contemporaneamente, gli esigui fondi statali ed i
sistemi legislativi che agevolano l’ingresso dei privati nelle
Università rendono la ricerca pubblica sempre più debole; e sempre
più asservita agli interessi di tali aziende”.
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Tutto ciò (manipolazione dei dati scientifici,
corruzione della ricerca, perseguimento del profitto per il
profitto…) in un Paese, sia detto per inciso, in cui circa il 47%
della popolazione crede che l’uomo non sia il risultato di un
processo evolutivo, ma… sia stato creato da Dio poche migliaia di
anni fa!
C’è da stupirsi se, anime così “candide” e sprovvedute, abbiano
creduto (e credano tuttora) tanto che l’invasione dell’Iraq sia
avvenuta per instaurare la democrazia (anziché per impadronirsi dei
pozzi di petrolio) quanto che le sigarette provochino il cancro
(anziché, la Crociata anti-fumo, l’arricchimento delle
multinazionali farmaceutiche)?
Se, dopo gli Stati Uniti, prendiamo in
considerazione l’Italia, scopriamo che, come rivela Marco Bobbio,
11 “le industrie farmaceutiche
finanziano più di due terzi di tutti i progetti di ricerca
realizzati in Italia e alimentano con le loro donazioni il 50 per
cento del budget complessivo delle società scientifiche. Queste
ultime, pur di avere i finanziamenti, sono disposte ad accettare le
condizioni, i protocolli, i contratti forniti dalle industrie”.
Ma, obietterà qualche lettore, anche quelle del
tabacco sono multinazionali. Vero, vero: ma, com’è altrettanto noto,
gruppi di potere e rapporti di forze diversi determinano il sostegno
– e dunque il prevalere -- di interessi volta per volta altrettanto
diversi, il tutto nel quadro di un processo strategico di
acquisizione di profitti e di posizioni da leadership in cui le
multinazionali, raggruppate per settori, si riposizionano a seconda
delle congiunture sia economiche che politiche.
Nell’attuale Amministrazione americana, se
Condoleeza Rice faceva parte del Consiglio Direttivo della
multinazionale petrolifera Chevron, Tommy Thompson, Ministro dei
Servizi Umani e Sanitari, è presidente del consiglio di
amministrazione dell’industria farmaceutica Amtrak e lo stesso
Ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, risulta membro dei consigli
direttivi di numerosi giganti farmaceutici, fra cui G.D. Searle&Co.
e Amylin Pharmaceuticals12.
5. Fumisterie made in Italy.
“Strano paese il nostro.
Colpisce i venditori di sigarette ma premia i venditori di fumo”.
(Indro Montanelli)
Pietro l’Eremita, nel nostro Paese e
ai nostri giorni, indossa il… saio dell'ex Ministro Gerolamo Sirchia
che, per la verità, con il suo più noto predecessore e modello,
condivide l’aspetto triste e grigio, più che del monaco, del
frustrato tout court.
Sirchia, comunque, non è un puritano
(nel senso della setta religiosa, non sicuramente dei costumi
privati): è un cattolico praticante, un militante della Destra
politica ed un medico di fama (e di carriera), peraltro incapace di
curare e guarire i suoi stessi tic nervosi (medice, cura te ipsum,
verrebbe da rimproverargli…).
Piuttosto che delle considerazioni
del materialista Giacomo Leopardi (“Tabacco. Sua utilità. Suoi
piaceri: più innocenti di tutti gli altri al corpo e all’animo; meno
vergognosi a confessarsi -- ma non ai nostri giorni!, inciso nostro
-- immuni dal lato dell’opinione; più facili a conseguirsi, di poco
prezzo e adattati a tutte le fortune; più durevoli, più
replicabili”) 13 Girolamo
l’Eremita Sirchia fa dunque dei dettami della religione la fonte
ispiratrice a cui attingere le ragioni più profonde della Crociata
di cui si è fatto promotore. Una fonte, quella della religione
cattolica, per storia e tradizione assolutamente anti-edonistica ed
anti-materialistica, quantomeno nei riguardi della massa dei fedeli.
Ancora in anni recenti, ammoniva il
Pontefice in una delle sue encicliche che “l’eclissi del senso di
Dio e dell’uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel
quale proliferano l’individualismo, l’utilitarismo e l’edonismo. Si
manifesta anche qui la perenne validità di quanto scrive
l’Apostolo:’ Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li
ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata, sicché
commettono ciò che è indegno”. 14
Per non “lasciarli in balia” di una
“intelligenza depravata”, ecco allora il Nostro impegnarsi in una
battaglia contro il vizio e contro “tutto ciò che è indegno” dai
tratti medioevali e dalle tinte oscurantiste. Come definire, ad
esempio, l’iniziativa di una brochure destinata ai giovani in cui la
castità viene indicata come “l’unica forma efficace per evitare
l’AIDS”? 15
A dire il vero, i precetti religiosi
e la morale cattolica sono notoriamente vincolanti per quei
“malriusciti” (per dirla con Nietzche) che ad essi attingono modelli
e condotte di vita: in quanto tali, la loro accettazione e la loro
conseguente messa in pratica sono del tutto libere, e comunque non
impegnative per quanti rifuggono dalla Chiesa Cattolica con la
stessa decisione con cui Berlusconi rifugge dai giudici.
Con Pietro l’Eremita-Sirchia il salto di qualità è compiuto: ora è
lo Stato che si rende garante dell’applicazione dei principi di una
morale non solo anti-edonistica e necrofila ma anche minoritaria a
tutta la popolazione, anche a quella irreligiosa ed atea.
E pensare che persino a fine
Settecento l’idea che lo Stato potesse mettere a disposizione dei
medici (e dei preti) il proprio potere, allo scopo di privare le
persone della libertà di assumere o meno certe sostanze e di
condurre un’esistenza “proba” e “morigerata” sarebbe apparsa assurda
ed improponibile.
Scrive Thomas Jefferson in una pagina
profetica: “Se fosse lo Stato a dover prescriverci le medicine e la
dieta, il nostro corpo si troverebbe in uno stato non diverso da
quello in cui si trova la nostra anima. Accadeva così, in Francia,
quando l’emetico era proibito come farmaco e la patata come prodotto
commestibile”.
La Storia ha seguito un percorso
diverso; e così, allo Stato moderno, ha finito per affiancarsi una
vera e propria farmacocrazia che decide, con l’approvazione di
Urbano II-Giovanni Paolo II e di Pietro l’Eremita-Sirchia, che cosa
è “buono” e che cosa non lo è; che cosa è “giusto” e che cosa non lo
é… Uno Stato che, comunque, non proibisce né mette all’indice tutto
ciò che “fa bene” alle tasche di certuni: lo smog, l’inquinamento
ambientale, acustico ed elettromagnetico, i cibi e le bevande
industriali, il lavoro nelle fabbriche chimiche, la Breda e Porto
Marghera, gli elettori di Forza Italia, per non parlare dei farmaci.
Ma è poi vero che il Ministro Sirchia aveva così a cuore la nostra
salute? Che l'aveva a cuore anche quando la sua difesa entra in
contrasto con gli interessi delle multinazionali?
Prendiamo il caso dell’acqua
minerale.
Perché il Ministro Sirchia, con un apposito decreto, “ha introdotto
una soglia di tolleranza per una serie di sostanze tossiche ad alto
rischio grazie alla quale le grandi aziende produttrici di acque
minerali possono continuare ad immettere sul mercato prodotti
altrimenti fuorilegge, in danno dei consumatori e in contrasto con
le normative europee”?
E ancora: “perché il Ministero della
Salute non diffonde la lista delle acque che contengono fenoli,
pesticidi, idrocarburi e altre sostanze chimiche che (…) non devono
essere presenti nell’acqua minerale”?
D’altronde, come ci si può fidare del
Ministro di un Governo che voleva farci credere nell’esistenza di
armi di distruzione di massa in Iraq, oltre che convincerci del
carattere del tutto innocuo degli Organismi Geneticamente Modificati
(OMG) e della responsabilità dei baschi nell’esecuzione della strage
di Madrid dell’11 Marzo?
Forse, in un accesso improvviso di
materialismo, Sirchia inconsciamente condivide il giudizio del
Leopardi secondo cui “la profondità della mente”, per gli Italiani,
“non è il loro forte”?
Il fatto è che Sirchia e consorteria
vivono in un “mulino Bianco”, lontani dal traffico e
dall’inquinamento, con bambini che studiano nella salubre e
accogliente Svizzera e con nonni parcheggiati nelle ville al mare;
non mangiano ciò che producono le aziende di proprietà loro o dei
loro “amici”; si circondano di animali (si sta parlando di quelli
con le ali o a quattro zampe…) che fanno latte ed uova, ma non carne
(quella viene prodotta in grande per McDonald); si servono di
televisioni e computer per restare in qualche misura in contatto con
un mondo che frequentano solo se costretti a farlo e solo per il
minimo indispensabile.
E noi qui, invece, in mezzo a gas di
scarico, veleni di ogni tipo, ammiratori del Cavaliere e fumo
d’incenso a sentirci vietare il lardo di Colonnata, il Formaggio di
Fossa, la fiorentina, la salama da sugo e, last but not least,
una bella sigaretta, e cioè, per dirla con Oscar Wilde, “la forma
perfetta di un piacere perfetto” il cui fumo ha però l’inconveniente
di… viaggiare sempre nella direzione di chi non fuma.
Il colmo dell’arroganza, dell’impudenza e della vigliaccheria,
comunque, Sirchia lo raggiunge imponendo l’aumento del prezzo delle
sigarette, un aumento da destinarsi, incredibile ma vero!, al
“finanziamento delle operazioni militari italiane all’Estero” ed
“alle forze di polizia”! Tanto, che differenza fa, morire di piombo
prima di finire morti di cancro ai polmoni, ovviamente per il fumo?
Come osservava profeticamente Alberto
Mingardi, “ i fumatori non sono un ‘costo’ sociale, come non lo sono
gli obesi (prossime vittime del ministro), come non lo sono i malati
di AIDS, come non lo sono gli spericolati che si fracassano il
cranio, come non lo sono gli omosessuali e i lussuriosi, e gli
automobilisti, e gli psicoanalisti junghiani, e i lettori di
Topolino.
Pagano tutti le tasse, vengono
rapinati tutti allo stesso modo. I fumatori, semmai, di più: ci sono
fior di imposte indirette appiccicate a un pacchetto di Malboro.
Un conto approssimativo lascia
intendere che, dal 1 Gennaio 2000, i fumatori hanno contribuito per
circa 33.400 miliardi di lire (traducete voi in euro) al bilancio
dello Stato.
Il loro letto in corsia se lo sono
pagato.
Ma per questo Stato, contrabbandiere
e poliziotto, spacciatore e proibizionista assieme, questo Stato che
guai agli spot alla nicotina e poi tappezza di pubblicità MS l’Aprilia
di Macio Meandri, forse non basta”…
Al forzaitaliota e cattolico Sirchia,
ed alla galleria lombrosiana dei suoi colleghi di Governo,
probabilmente non bastava: dopo il controllo delle menti e dei corpi
arriverà anche il controllo delle anime? E’ probabile di sì, almeno
fino a quando, ad essere beate, saranno le anime “solvibili”, quelle
a cui Urbano II (pardon, Giovanni Paolo II) e Pietro l’Eremita
(Girolamo Sirchia, per inciso un nome che, a pronunciarlo, sembra
un’esclamazione volgare in dialetto siculo, somma onta per un
milanese d.o.c.) concederanno la “remissione dei debiti” dopo averle
riscattate dal peccato e dopo aver loro svuotato le tasche al grido:
“venite, venite, pagate, pagate… Deus vult!”
Pietro Bassi
BIBLIOGRAFIA
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Alternativa.
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il proibizionismo nuoce gravemente alla salute, Leonardo Facco
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