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CHI  HA  BISOGNO DI CURE MEDICHE ? LE PERSONE SANE O QUELLE MALATE?
Riduzione dal British Medical Journal di un articolo di Iona Heath
Traduzione di Maria Luisa Sponga. Clicca qui per l'articolo originale inglese.


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Salute e ricchezza 

Amartya Sen ha confrontato gli Stati Uniti e due stati dell’India : il più povero (il Bihar) e quello che ha maggiormente investito nell’educazione e in cui ci sono i più alti tassi di alfabetizzazione (Kerala)  Ovviamente la speranza di vita è più alta negli USA e più bassa nel Bihar, mentre Kerala si trova tra i due estremi, ma più vicino agli USA. Paradossalmente nel Bihar, dove le aspettative sulla salute sono sconvolgenti, la percentuale di malattie dichiarate è enormemente più bassa che negli USA, in Kerala la maggiore longevità si associa ad un più alto tasso di malattie dichiarate.

Sembra quasi che, più la gente ha a disposizione medici e cure, compreso la medicina preventiva, e più si sente malata. Che relazione c’è tra salute percepita e salute osservata? Tra rassegnazione, soddisfazione, ansia e stress?

Prolungare la vita

La salute è diventata  una virtù e la cura della salute, nei paesi ricchi, coincide con il prolungamento della vita ; i medici sono esortati ad usare tecnologie di prevenzione per cercare di raggiungere questo scopo. Il problema è il rischio che queste “vite prolungate” siano dominate dalla paura e dalla sensazione di essere malati.

Le industrie farmaceutiche, il cui potere politico ed economico continua a crescere, forniscono denaro e ricerche a medici e ricercatori; la diagnosi e il trattamento delle malattie sono ormai standardizzati , per cui la cura è sempre più diretta da protocolli che non lasciano spazio all’incertezza. Mentre la scienza della complessità dimostra che non c’è una relazione lineare tra causa ed effetto, i medici e i sistemi sanitari insistono con una retorica semplicistica:” Se fai questo, allora seguirà quest’altro.”   Ma quanti pazienti capiscono davvero qual è il numero necessario di persone da trattare farmacologicamente per ottenere un dato risultato? E quanti medici cercano di spiegarlo?  (Ad es. il numero necessario da trattare (nnt) con farmaci anticolesterolo, per salvare dalla malattia coronaria una persona ogni 5 anni, è 111: ciò significa che 110 persone hanno inghiottito pillole per 5 anni senza nessun beneficio!)

Il critico Lionel Trilling   riteneva che un’affermazione, fatta senza un minimo di dubbio sulla sua validità, fosse una forma di prepotenza: dobbiamo liberarci dalla prepotenza dei medici sui pazienti, dei politici sui medici e dell’industria sui politici. Dobbiamo riconoscere i limiti delle nostre conoscenze. La scienza è utile se la ricerca è interpretata con un certo grado di scetticismo: ogni generazione guarda alle conoscenze delle generazioni precedenti e ne vede i limiti causati dall’ignoranza, eppure è cieca  nei riguardi della propria attuale ignoranza.

L’industrializzazione della salute, la medicalizzazione della vita e la politicizzazione della medicina, sono tendenze che si rinforzano a vicenda e si basano sull’errata convinzione che noi sappiamo molto di più di quanto non sia nella realtà. I politici e le autorità sanitarie sono complici nel voler creare l’immagine di “controllo del rischio”, regolando la pratica clinica in maniera rigida. I pericoli di questo approccio sono sotto gli occhi di tutti: i medici, per paura di sbagliare sottovalutando una situazione dubbia,  sbagliano in senso opposto per eccesso di prudenza,  ricorrendo ad interventi inutili e mutilazioni, che danno l’illusione di un’aumentata sopravvivenza.

La medicalizzazione delle persone sane

In un dato momento c’è solo una minoranza della popolazione che è malata, mentre la maggioranza è in buona salute. E’ nell’interesse dell’industria farmaceutica cercare di persuadere questa maggioranza a sottoporsi a screening o ad assumere farmaci preventivi per mantenersi in salute.Il 70% degli Inglesi sta prendendo farmaci per curare o prevenire malattie: come è possibile ciò, in una popolazione che non è mai stata meglio nella storia?  L’eccesso di prescrizioni porta come conseguenza che il 4% dei posti letto negli ospedali è occupato da pazienti che hanno subito reazioni avverse ai farmaci, con un costo annuale di 466 milioni di sterline. Nei paesi ricchi si investe di più nella ricerca della prevenzione delle malattie che nella loro cura: basta confrontare la mole di denaro investito nell’enorme burocrazia della promozione della salute, con la lunghezza dei  tempi di attesa per interventi di provata efficacia o con l’abbandono delle persone anziane più fragili, come i malati di Alzheimer o quelli affetti da altre forme di demenza.

Una tattica sempre più comune è raffigurare un fattore di rischio come una malattia. Prendiamo come esempi la pressione del sangue e l’osteoporosi: in entrambi i casi esiste un continuum, al cui estremo c’è una malattia con dei sintomi. E’ difficile tracciare una linea di demarcazione tra la normalità  e la patologia, ma è nell’interesse dell’industria farmaceutica che la linea sia tracciata in modo da includere il maggior numero di persone nella zona della patologia.

I medici hanno una comprensione limitata dell’effetto di sentirsi etichettato come persona  “a rischio” : si presume che l’informazione sul rischio dia un maggior controllo sulla propria vita, invece getta ombre, dubbi  e insicurezza,  minando l’esperienza di integrità e salute. Più la medicina preventiva enfatizza il rischio, istruendo la gente sui tanti modi in cui si può morire, e più la paura rende incerto il futuro.

Come medici avremmo il dovere di ridurre le paure, dando enfasi alla salute, piuttosto che minacciarla. Siamo sicuri che questo tipo di prevenzione non  faccia più male che bene? Il caso, l’imprevisto e l’incertezza rendono bella la vita: l’unica verità è che non sappiamo cosa succederà domani, anche se abbiamo preso le nostre statine per il colesterolo o la nostra aspirina per prevenire problemi circolatori.

Come medici dobbiamo ricollocare i nostri pazienti nel presente della loro vita, venendo incontro alle loro preoccupazioni immediate e, così facendo, sperare di migliorare anche il loro futuro.

Una proposta potrebbe essere quella di una Tobin Tax farmaceutica sui farmaci usati per questo tipo di prevenzione nei paesi ricchi, da usare per trattamenti farmacologici nei paesi poveri: migliorerebbe la salute degli uni e gli altri.

 
 

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