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Carrie
Nation, il simbolo del proibizionismo americano, andava in
giro con l'accetta per distruggere le botti di whisky nei
locali pubblici. La sua carriera finì quando, entrata in
un bordello per implementare la legge antialcol, fu fatta
rotolare giù da una scala da un pugno sul viso inflittole
dalla maitresse. I danni al corpo furono minimi, ma
quelli alla sua carriera si rivelarono terminali, perché
simboleggiarono la ribellione delle vittime della
proibizione. La storia deve ripetersi in Italia e nel
mondo con l'antifumo. |
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30 Dicembre
2004 - Sorpresa: se pensavate che il proibizionismo fosse stato
sepolto, abbandonato perlomeno dalla retorica politica, convertitasi
a un blando liberalismo di maniera, sbagliavate. La pruderie
salutista, l'idea che qualcuno sappia che cosa sia meglio per noi,
che questo qualcuno sia più lungimirante e previdente di noi è
riaffiorata in maniera prepotente e talvolta decisamente arrogante.
Arrabattandosi alla meno peggio, reiterando accuse vecchie in
maniera maldestra e imbarazzante, evitando sapientemente il dialogo
con chi, come il ministro Matteoli e il ministro Martino, hanno
espresso scetticismo e preoccupazione per il nuovo decreto antifumo,
il ministro della salute Sirchia ha tirato dritto per la sua strada.
Il divieto scatta, punto esclamativo.
E mentre la
Confcommercio minaccia il ricorso al Tar a meno che non venga
concessa agli esercenti una proroga sulla data di applicazione del
decreto e le polemiche divampano,sembra che il D-day della
"liberazione" dal fumo debba presto scattare, che stia per essere
scritto un nuovo memorabile capitolo di un libro dedicato alle
perversioni del potere,"il più inebriante dei narcotici" per Anthony
Burgess, che sia ritornato il mito della "salute pubblica". Ci si
era illusi che la salute fosse affare privato, che finalmente il
cittadino avesse guadagnato delle libertà che nessuno gli poteva
togliere, che il rispetto per l'altro, per la persona unica e
inimitabile che ci sta di fronte, fosse diventato moneta comune,
sapere condiviso, valore ormai fatto proprio. Invece oplà, ecco che
riecheggia il mito della proibizione, il mantra del divieto,
naturalmente per-il-nostro-bene.
Secondo la
Lega Italiana per la Lotta ai Tumori, approvare un rinvio sarebbe
una sconfitta per la salute pubblica e per chi vuole proteggere i
cittadini "che devono respirare sostanze cancerogene". Affermazione
apodittica, sentenza indimostrata o verità preconfezionata? E sia,
propendiamo per la terza. Perché a tutt'oggi, di prove che il fumo
passivo faccia male non ve ne sono, con buona pace di esperti finti
o veri e sapientoni moralisti.
Alberto
Mingardi, tempo fa, in un
bell'articolo che compare anche in questo sito, ha scritto:
"Quella del fumo passivo è una teoria che va rispettata come ogni
altra: ma guai a basarsi soltanto su di essa per prendere decisioni
che possono restringere così pesantemente la libertà delle persone".
Dategli torto!
Con quale
coraggio si può davvero abbandonare il caposaldo della civiltà
occidentale, la libertà, basandosi su delle teorie prive di
fondamento logico e di evidenza empirica?
Peter Brimelow,
in un articolo, apparso su
Lewrockwell.com,
dal sapore alquanto provocatorio ma azzeccatissimo (dal titolo
emblematico "Thank
you for smoking"), ribalta la tesi che le sigarette farebbero
male e mostra, sulla base di uno studio del ricercatore britannico
D. M. Warburton, che "le sigarette stimolano sveltezza,destrezza
e capacità cognitiva". E prosegue snocciolando una serie di
"controindicazioni" che caratterizzerebbero le sigarette:
-
Morbo di
Parkinson: la presenza di questo disturbo degenerativo nei
fumatori è la metà del tasso presente nei fumatori.
-
Morbo di
Alzheimer: stessa cosa. Il riscontro di questo disturbo è
dimezzato nei fumatori.
-
Cancro
endometriale: questo cancro dell'utero si manifesta in
percentuale dimezzata nelle fumatrici, come documentato dal New
England Journal of medicine nel 1985.
-
Cancro
alla prostata: anche qui sembra che la percentuale di fumatori
colpiti da questo cancro sia la metà rispetto ai non fumatori.
-
Osteoartriti: questo disordine degenerativo delle ossa e della
cartilagine sembra comparire fino a cinque volte meno nei
fumatori, come documenta l'Health and Nutrition Examination Survey
del governo americano.
-
Cancro al
colon, coliti ulcerose: queste malattie sembrano essere meno
frequenti nei fumatori in una percentuale che varia dal 30 al 50%,
come sottolineato da articoli comparsi nel Journal of the
American Medical Association e nel New England Journal of
Medicine nel 1981 e nel 1983.
Sorprendente
vero, abituati come siamo alla retorica
delle-sigarette-che-fanno-male-e-su-questo-non-c'è-dubbio?
Non bastasse
però il fatto che la teoria antifumo si basa su un colossale errore
di valutazione scientifica, la simpatia per la causa del fumatore,
nuova vittima da immolare all'altare della suprema virtù pubblica, è
dettata anche da considerazioni morali.
Il premio
nobel e grande liberale Friedrich A. von Hayek ha affermato in
maniera illuminante in uno dei suoi scritti: "Dal momento che noi
difficilmente possiamo conoscere in ogni caso particolare quali
sarebbero le conseguenze del fatto di lasciar fare agli individui le
proprie scelte, il far dipendere in ciascun caso la decisione
soltanto dai particolari risultati prevedibili deve condurre alla
progressiva distruzione della libertà. Vi sono probabilmente ben
poche restrizioni alla libertà che non potrebbero venir giustificate
in base alla ragione che non conosciamo quali particolari perdite
esse provocherebbero". Cambiando l'ordine degli addendi il
risultato non cambia. Può darsi, certo, che il fumo, anche quello
passivo, faccia male, ma stiracchiare l'idea che si debba impedire
ad ognuno di fare ciò che gli pare col proprio corpo è uno scivolone
logico, un brillante quanto contraddittorio non-sequitur.
Continuiamo,
per qualche istante, con le congetture. Diamo sempre per assodata la
tesi secondo cui il fumo (passivo o meno, poco importa) sia dannoso.
E' morale forse che lo stato, istituzione il cui unico compito
dovrebbe essere quello di proteggere i nostri diritti, infranga
patentemente uno dei diritti più naturali che esistano, quello di
disporre a proprio piacimento dei propri beni, della proprietà
conquistata con fatica, impegno, svicolando dalla tirannia
burocratica e dalle vessazioni fiscali? Il bar, il ristorante, la
pizzeria, la paninoteca, quello che volete voi, sono di chi li
possiede. Non sono dello stato e tanto meno di chi, come il cliente,
non può vantare su di essi diritto alcuno. Chi controlla i mezzi
controlla i fini. Ogni giorno, quando entro in un locale in cui è
permesso fumare, io entro in un luogo in cui so esplicitamente che
si può fumare. E, ovviamente, sono libero in qualsiasi momento di
andarmene. Nessuno mi costringe ad entrare e nessuno mi costringe a
rimanere dentro il locale.
Sarà pur vero
che, come scrive Beppe Severgnini, maitre-a-pènser della campagna
antifumo, nella sua rubrica Italians, "il NO SMOKING provoca un
aumento della clientela, non una diminuzione". Ma se davvero teniamo
alla nostra libertà, di fumare o di non fumare, dovremmo lasciar
perdere le mere considerazioni utilitaristiche e porci una
domandina, magari scomoda per i profeti antifumo, costretti, loro
malgrado, a recitare il ruolo dei talebani della pubblica moralità:
scegliere cosa fare della propria vita è un diritto dell'individuo o
è una prerogativa che dobbiamo lasciare a qualcun'altro? La
risposta, forse, la conoscete già. |