
Aprile 2007 -
Diana accese la prima sigaretta della giornata. Non era ancora
sveglia, ma nel sogno che stava facendo tutto sembrava molto vero. E
nel sonno che il grosso piumino d’oca custodiva gelosamente c’era
profumo di tabacco.
Fumava una di
quelle che il caso o il marketing o semplicemente qualche funzionario
dei Monopoli di Stato avevano fatto inevitabilmente diventare le “sue”
sigarette; quelle che portavano il suo nome. Si era abituata subito
sia all’idea, che al gusto intenso e persistente, che restava un po’
attaccato al palato, il gusto inconfondibile del tabacco nazionale, e
da allora non aveva più cambiato né gusto né idea.
Non le accadeva
spesso di fumare in sogno, anzi, sarà stata la seconda o la terza
volta, e la incuriosiva particolarmente il fatto che oltre ai colori,
ai sapori, agli odori, al tatto, ai rumori, la mente fluttuante dei
momenti meno riposanti fra tutti quelli dedicati al riposo potesse dar
corpo anche al respiro, all’impalpabilità geometricamente incoerente
delle boccate di fumo.
Ma c’era una
differenza: sembrava più denso, no: più liquido. O forse semplicemente
più, e basta. Il sogno spesso amplifica oltre ad affaticare. E questa
sigaretta non finiva mai. No, meglio: si consumava alla lentezza
dell’universo visto da quaggiù.
Tutto accadeva
normalmente, cioè: più che normalmente. Dialoghi, movimenti, scambi di
sguardi e corsa degli orologi. Ma la Diana di Diana andava più piano
possibile verso quel destino segnato che fa tanto metafora della vita:
l’estinzione. Lei stessa, Diana-Diana, capiva che in qualche modo
avrebbe dovuto interpretare quel simbolo.
Optò per un'altra
tirata, lunga, intensa, riflessiva. La Diana-sigaretta se ne accorse,
e si lasciò docilmente ricondurre allo scorrere contiguo degli eventi
minori; e così il sogno ebbe fine. All’improvviso, senza lasciare
spazio ad altro che ad un eventuale ricordo sfumato e sbiadito. Ma il
sonno continuò, e prima del risveglio Diana ebbe modo di continuare a
cercare ancora per un quarto d’ora quel varco di ingresso invisibile
verso il sogno appena terminato. Voleva sapere come andava a finire,
tutto qua.
Restando
accucciata nel suo rifugio notturno, evitando luce ed aria per quanto
possibile, credette per qualche interminabile attimo di possedere quel
potere magico di cui soltanto gli infiniti riescono a comunicare
tracce. Ma erano soltanto orme nella sabbia del tempo, impronte
impalpabili messe in mostra dal molle capriccio di una duna scoscesa,
e tutto sommato, impraticabile. Niente da fare. A volte le cose
finiscono a metà, a volte non cominciano neanche, pensò consolatoria
mentre scostava dalle spalle il piumino d’oca.
Seduta sul letto
il suo ricordo era ancora in buono stato di conservazione; ma non
appena scese e si infilò le ciabatte diventò più confuso. E fu lo
spazzolino da denti che ne cancellò quasi ogni traccia.
Momentaneamente.
I sogni non si
perdono, mai. E prima o poi, ritornano. No: siamo noi a ritornare da
loro.
I sogni. Boccate
di fumo.
Diana si accese la prima sigaretta della giornata. |