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29 Gennaio 2005
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La nuova legge
antifumo, pur apparentemente giusta nel principio di base di tutela
dei non fumatori, si sta trasformando in una crociata
fondamentalista, anche perché a molte persone frustrate è stata data
un’inattesa e inebriante sensazione di superiorità e di potere.
E’ necessario
quindi che la categoria dei fumatori, cui appartengo e mi rivolgo,
pensi all’autodifesa.
In quanto
fumatori non siamo né peccatori né viziosi e non dobbiamo provare né
orgoglio né vergogna: il fumo è una dipendenza tossicologica
artificiale cui siamo stati indotti con l’inganno dalla stessa
società dei consumi che ora ci punisce.
Non abbiamo
quindi perso la dignità umana, né il diritto al rispetto e
all’uguaglianza; pur adeguandoci alla legge dobbiamo difendere con
forza i nostri diritti, anche per evitare le degenerazioni già
verificatesi all’estero, dove si è arrivati al divieto di fumo
all’aria aperta, alla persecuzione del “littering”, al licenziamento
dei lavoratori e addirittura alla sottrazione dei figli a genitori
fumatori.
Non siamo
responsabili di maggiori oneri sociali per la comunità; questi sono
infatti motlo inferiori a quanto ci viene sottratto con le tasse sul
fumo (13 miliardi di euro all’anno) e, supposto che i dati
scientifici presentati siano realistici, ai risparmi sui costi di
assistenza agli anziani e sulle pensioni.
Avremmo invece
il diritto a una maggiore assistenza sanitaria per aiutarci a
smettere.
L’imporre agli
esercizi pubblici, compresi i circoli privati, attrezzature
costosissime per le aree eventualmente riservate ai fumatori
dimostra che il vero intento della legge non è difensivo ma
persecutorio.
Altrettanto lo
è il fatto che la legge non permetta in assoluto l’esistenza di
locali riservati ai soli fumatori; in analogia potrebbero essere
proibiti tutti i locali riservati a minoranze, dal circolo di bridge
alla Chiesa Avventista.
Quanto al
divieto assoluto a bordo degli aerei e dei trieini, è palese che una
carrozzasi dieci riservata ad un quarto della popolazione sarebbe
una maggiore dimostrazione di democrazia, che non lederebbe il
diritto di alcuno.
Come
dimostrato da altre esperienze, è comunque probabilmente del tutto
inutile cercare di combattere la nuova legge; possiamo però batterci
per il diritto a quelo poco che la stessa concede, anche se con mera
facoltà: le aree riservate.
Per
costringere i commercianti alla loro creazione, evitiamo di
frequentare qualsiasi ambiente che, non provvedendo in tal senso,
dimostra di non avere rispetto epr noi; lasciamo che sia la legge di
mercato a tutelare i nostri diritti.
Quanto infine
al disagio causato dalla legge negli ambienti di lavoro, dobbiamo
batterci per la realizzazione di aree riservate, impegnandoci perché
il diritto sia riconosciuto con impegni contrattuali o specifici
accordi aziendali.
Giovanni Cuzzi – Pordenone |