La scorrettezza politica dell'onestà intellettuale 
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Non è il compito dello stato libero e democratico cambiare o condizionare il comportamento dei cittadini che, in tale regime, sono lo stato. Tale invece è il compito dello stato totalitario - in qualsiasi guisa si manifesti - perché esso ha sempre considerato il popolo immaturo per la libertà e l'autodeterminazione - e per la creatività, tolleranza e diversità che derivano da esse.
 
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LA FOBIA PRENDE FORMA
Di Filippo Facci - Pubblicato da Il Foglio, 31 Dicembre 2004


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I treni appartengono anche a chi fuma, e fumare sul treno nel proprio vagone non da fastidio a nessuno!
Boicotta i treni, causa danno!

 

5 Dicembre - Nel Seicento per i fumatori russi c’erano frustate sulla schiena, a quelli indiani si tagliavano le labbra, a quelli cinesi la testa, agli iraniani – sempre all’avanguardia – si tagliavano naso e orecchie o gli si versava piombo fuso in gola. Nel 1642 il Papa scomunicò tutti i fumatori. La sigaretta fu inventata e fabbricata in serie solo verso la fine dell’Ottocento, ma immediatamente quindici stati americani misero il tabacco fuorilegge. Di che ci lamentiamo? 

Nel maggio 2001 la California ha varato un programma antifumo che prevedeva annunci radiofonici su tutte le stazioni di Stato, trasmessi ogni mezz’ora: s’invitava la gente a rimproverare qualsiasi fumatore si avesse incontrato. Due mesi dopo, a Ottawa, in Canada, il fumo veniva proibito ufficialmente ovunque fuorchè in strada e in casa propria, inaugurando un trend non solo occidentale: in Nigeria nel marzo 2002 hanno varato una legge che prevede cinque anni di carcere duro per chiunque fumi in pubblico. Cinque. Tre mesi dopo il partito democratico giapponese proponeva un mese di carcere per chiunque fumasse in strada. La fobia prendeva forma.

Poi uno sceriffo americano impose come regola per gli aspiranti poliziotti non solo che non fumassero, e non solo che avessero smesso: che avessero smesso da almeno un anno. Ti fanno l’esame del sangue. La cosiddetta tolleranza zero per i fumatori è dell’agosto 2002: il sindaco di New York vietò completamente il fumo in tredicimila ristoranti della città e inaugurò delle squadre che potevano irrompere senza mandato in qualsiasi locale sinchè non avessero trovi il corpo del reato: per esempio un portacenere, anche se pulito e imboscato in qualche cassetto. La cosa ovviamente suscitò reazioni e una successiva inchiesta della Nightlife Association dimostrò che il proibizionismo stava causato danni per miliardi di dollari alla vita notturna, tanto che si dovette promuovere delle esenzioni per i locali che potevano dimostrare d'aver perso più del 15 per cento dei profitti. E questo è un punto importante. Anche in Italia si pensa che si stia discutendo in prevalenza di salute, di educazione civica, del ruolo della politica sanitaria, di sociologia dei comportamenti, di queste cose: errore. Si sta discutendo di soldi. A tenere banco sono i soldi che tanti commercianti rischiano di perdere: ipotesi assai fondata. Perché non è vero, per esempio, che il divieto totale di fumo nei pub irlandesi – Corriere della Sera del 20 dicembre – non abbia cambiato nulla e che non si lamenti nessuno: come raccontava il quotidiano Scottsman del 14 novembre scorso, presenze e consumi sono calati del 30 per cento; allo stesso modo sono calati mediamente del 20 per cento in Canada e Stati Uniti e altri paesi occidentali. Come ben sanno tanti esercenti, piaccia o meno, i fumatori sono quelli che spendono di più.

Ma fa niente. E’ da tre anni che il governo norvegese sta valutando di estendere il divieto a tutto il territorio nazionale. La fobia ha preso forma. Nel settembre 2002, in una scuola dell’Ontario, un’insegnante costrinse un tredicenne a mangiare la sigaretta che stava fumando. In Florida un altro tredicenne veniva ucciso a bastonate da un compagno convinto che avesse regalato sigarette al fratellino. In Luisiana una fumatrice incinta – perciò ritenuta due volte assassina – fu dapprima insultata e poi le spararono al termine di un litigio. In alcuni condomini di Manhattan è già proibito fumare dentro casa propria, altrimenti scatta l’obbligo di vendere l’appartamento. Anche in Svizzera l’inquilino può chiedere la riduzione dell’affitto se nei dintorni ci sono dei fumatori. A Victoria, in Australia, mandare i fumatori in strada non è bastato: le autorità sanitarie hanno valutato se confinarli in appositi locali  denominati safe ingesting rooms.

Un vago sospetto che la fobia stesse tramutandosi in crudeltà si affacciò nel gennaio 2003, quando in California fu votata una norma per vietare il tabacco dalle carceri: è diventata operativa da due mesi nonostante il sigaro fumato dal governatore. Sappiamo che il Buthan, stato molto religioso vicino all’Himalaya, è il primo paese al mondo dove fumare dal 17 dicembre scorso è completamente vietato a chiunque e ovunque. La rivista medica Lancet nel dicembre 2003 aveva già proposto di estendere il divieto a tutto il mondo. Due noti giornalisti inglesi, Judith Hatton e Lord Harris of High Cross, hanno raccontato che negli Usa è stata rifiutata la tradizionale ultima sigaretta a un condannato a morte: ritenendo, forse, che potesse accorciargli la vita. Tutto a questo a fronte di un’escalation mondiale della legislazione anti-fumo semplicemente impressionante.

In Italia abbiamo il ministro Girolamo Sirchia, ex fumatore. Appena insediato, propose la chiusura dei distributori automatici di sigarette e disse che erano una tentazione per i minori: ma dovette fronteggiare la rivolta dei tantissimi tabaccai che in ossequio a un’altra e recente legge – i distributori le macchinette erano appena tornati legali - avevano investito denaro in un’attività lecita. Ora le macchinette funzionano solo dopo una certa ora della sera. Un’altra trovata di Sirchia, poi abbandonata perché oggettivamente ridicola, fu la proposta di mettere delle scritte dissuasive sotto le vecchie scene dei film in cui sono inquadrati fumatori: compreso James Bond con le sue Morland Special e Marcello Mastroianni con le sue Nazionali esportazione. 

E adesso la legge che sappiamo: divieto di fumare nei locali aperti al pubblico con la possibilità di creare delle salette per fumatori di dimensione inferiore. La legge prevede anche l’istituzione dello "sceriffo" antifumo.  In precedenza era stato sancito il divieto totale di fumo sui treni nazionali (sui regionali era già vietato) e l’eliminazione di zone fumatori negli aeroporti.

Dov’è il problema? Ovunque. La maggioranza dei ristoranti e dei locali chiuderà la porta ai fumatori: solo una minoranza degli esercizi ha spazi fisicamente separabili al suo interno. Il proprietario di un esercizio, fosse pure fumatore, dovrebbe ritrovarsi quindi costretto a una scelta forzata che non corrisponde alle proporzioni del mercato, giacchè i fumatori sono molti ma pur sempre una minoranza. Inutile rilevare che studi autorevoli – autorevoli davvero, non certe scemenze terrorizzanti – hanno calcolato che una persona che vada al ristorante tutti i giorni, e segga per un’ora e mezzo nella sezione fumatori, si espone a una quantità di fumo che corrisponde allo 0,146 di una sigaretta nell’arco dell’intero anno.

E’ plausibile che non si fumi nei cinema per motivi di sicurezza. Lo è che non si fumi in uffici e amministrazioni e scuole e soprattutto ospedali: essendo spazi pubblici, vince la maggioranza e il buon senso. Ma i medici che fumano negli ospedali andrebbero anzitutto multati e nel caso, in privato, presi a calci: non radiati dall’albo  e licenziati come proposto dal direttore dell’Istituto Negri Silvio Garattini.

C’è stata la faccenda delle note scritte terrorizzanti: ma il ricco assortimento di ventilate sciagure (impotenza, cancro, infarto, bambini deformi) è solo la versione italiana; in Canada scrivono “Non avvelenarci” e “Il fumo provoca malattie alla bocca”; in Francia, nel luglio 2002, la rete televisiva ha mandato in onda uno spot con un uomo in agonia per tumore ai polmoni (non un attore: un uomo davvero in agonia) filmato dalla moglie prima che morisse. Ebbene, il dato interessante è che tutto questo si è rivelato controproducente: uno studio della Comunità europea ha evidenziato che intanto i fumatori sono aumentati; in Italia i fumatori restano ufficialmente 14 milioni (dati Istat) mentre il 72 per cento degli europei appare consapevole dei danni provocati dal fumo, ma sceglie ugualmente di fumare. Questa è la classifica dei Paesi in cui si fuma di più: 1) Regno Unito con il 45 per cento della popolazione; 2) Francia con il 44; 3) Danimarca con il 43; Grecia col 42; Italia col 35 per cento. 

La sostanza resta che in Italia e in Europa, esattamente come negli Usa, aumentano i giovani fumatori. I tassi più alti si registrano nella fascia d'età 15-24 anni. Dal 2001, in Europa, le donne fumatrici hanno superato gli uomini. Non soddisfatta, la Commissione europea ha fatto sapere che al posto delle scritte antifumo forse sarebbero più efficaci le cosiddette immagini-choc: tipo tumori e  polmoni incatramati.

La sostanza, poi, è che le sigarette erano un pretesto per socializzare e ora lo sono diventate per litigare. Il mondo anglosassone – dove le sigarette costano anche 17 euro a pacchetto contro i 2 della Spagna - rimane il miglior specchio di un possibile futuro. In Inghilterra non mancano medici che rifiutano di curare pazienti fumatori: ad alcuni di essi sono stati rifiutati degli interventi chirurgici e almeno uno è morto per questo. Sul Daily Telegraph  si è letta l’intervista a un tizio che si era rotto il pollice: “Sono andato in ospedale e la prima cosa che mi è stata chiesta è se ero un fumatore”. Non mancano testimonianze secondo le quali il rifiuto di un’operazione a un fumatore è stato usato come ricatto per farlo smettere.

Fumatori che tuttavia – è il precetto fondante – muoiono come mosche. Quanti? Dovrebbero mettersi d’accordo. In Italia, sino al 1999, si diceva genericamente che ogni anno ne morissero 70mila. La maggioranza dei giornali, dal 2000 in poi, ha continuato a dire che fossero 90mila. Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, nel tardo 2002, erano 81mila mentre 90mila – spiegavano – era stato il numero di morti sino al 1990: di lì in poi c’era stato un calo di quasi dieci punti percentuali. Bene. Poi il ministro della Sanità Girolamo Sirchia, il primo giugno 2003, durante la presentazione del Rapporto annuale sul fumo all'Istituto Superiore di Sanità, disse che in Italia i morti erano 53 mila. Benissimo.  Ventisei giorni dopo, Sul Corriere della Sera, Sirchia però tornò a dire che in Italia il tabagismo fa 90mila morti l’anno.  

E nel mondo? L'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2002, disse ufficialmente che i morti da tabagismo erano quattro milioni e novecentomila l’anno, e che peraltro stavano aumentando. L’anno dopo però la stessa Organizzazione disse che i morti erano diventati quattro milioni e che ad aumentare erano stati i fumatori. Alcune fonti riportano che l’Oms per il 2004 ha parlato di tre milioni. Non fosse chiaro, qui ballano cifre con scarti di 40mila morti (in Italia) e di un paio di milioni nel mondo. Andrebbe inoltre spiegato, prendendo per buoni i dati dell’Istituto superiore della sanità, per qual ragione il numero dei morti in Italia sarebbe diminuito ma il numero dei fumatori, frattanto, no.

Stesso discorso per gli Stati Uniti: la maggioranza dei dati converge su 390mila morti nel 1995, 400mila nel 1998, 420mila del 2000 e 440mila del 2002. Non è chiaro, anche qui, per quale ragione i morti sarebbero aumentati mentre il numero dei fumatori era ufficialmente in drastico calo. Volessimo incaponirci, dovremmo anche comprendere – sono tutte statistiche note - perché gli indiani americani fumano più dei bianchi ma hanno a metà dei tumori, perché le donne cinesi hanno la più alta incidenza mondiale di tumori benché fumi solo il 2 per cento di esse, perché i giapponesi sono i secondi maggiori fumatori del mondo ma hanno la minor percentuale di tumori del mondo e l’aspettativa di vita più lunga: aggiungendo che gli asiatici che vivono negli Stati Uniti, tutti forti fumatori con punte che giungono al 90 per cento, hanno un’aspettativa di vita di sette anni maggiore di quella degli americani bianchi.

Ma non vogliamo dimostrare niente, nel dire questo. Il punto è se altri, viceversa, coi loro studi allarmistici, siano effettivamente in grado di dimostrare qualcosa.

Anzitutto dovrebbero spiegarci perché non aboliscano il tabacco in tutto il mondo: punto e basta. La tentazione tirare in ballo i soliti interessi economici è stucchevole, ma ha un fondamento: oltre agli interessi delle multinazionali del tabacco andrebbe ricordato che il Monopolio dei tabacchi italiani si è avviato al tramonto ma al contrario della sua produzione: la Comunità europea investe milioni di euro in campagne anti-tabacco ma così pure elargisce all’Italia (in particolare a Veneto e Umbria e Campania) altissimi sovvenzionamenti per una coltivazione che è classificata come attività di particolare interesse. Il nostro Paese ne è il primo produttore europeo.

Ma le ragioni economiche, come detto, non reggono anche perché sono economiche le ragioni per cui il tabacco viene combattuto: è il discorso, già fatto, della lotta a tutti gli stili di vita rimovibili che possono gravare sulla spesa sanitaria.  Va detto, considerati gli attuali concetti di salubrità, che se le sigarette fossero inventate domattina non sarebbero assolutamente messe in circolazione perché non otterrebbero i vari placet: questo al pari della stragrande maggioranza delle bevande alcoliche e probabilmente di alcuni cibi.

Piuttosto che alla proibizione, è più probabile che per il tabacco si giunga a un vero e proprio vaccino. Le sperimentazioni sono piuttosto avanzate: una volta iniettato, il vaccino dovrebbe stimolare la produzione di particolari anticorpi. Ciò che appare spaventoso non è tanto che il principio sia stato associato anche a possibili vaccini contro alcune cosiddette droghe alimentari: il caffè o il cioccolato o i formaggi; inquietante è che autorevoli riviste scientifiche ipotizzano di iniettare questi vaccini sin dalla nascita. 

Vediamo di capire perché tutto questo è assurdo. Questo ha scritto il redattore responsabile della pagina della medicina del Daily Telegraph: “La percentuale dei tumori non diminuisce di quanto dovrebbe, le persone continuano a fumare e i giovani fumatori rimpiazzano quelli che muoiono”. Quattro giorni dopo scriveva il suo corrispettivo del Times: “Negli ultimi 30 anni l’incidenza di cancro ai polmoni è diminuita annualmente del 2-3 per cento, più di quanto ci si potesse aspettare dalla diminuzione del numero di persone che fumano”. E noi che dovremmo capire? Niente, se non che è il caso di riavvicinarsi al senso delle proporzioni. Col giochetto delle comparazioni potremmo ricordare che una giornata nel centro di una metropoli corrisponde all’aspirazione di tredici sigarette, oppure mettere a paragone l’incidenza dell’abbronzatura sui melanomi rispetto a qualsivoglia rischio da tabacco, o meglio: potremmo citare uno dei più famosi e controversi studi sul fumo e ricordare che le possibilità di un non-fumatore di contrarre un tumore polmonare dal consorte, dopo un'intera vita di esposizione in sua compagnia, sono una su 16.393. In confronto, secondo un altro studio sui rischi della vita moderna, vediamo che le probabilità di farsi male sotto la doccia sono una su millecinquecento, e le probabilità di essere seriamente danneggiati da cuscini e materassi sono una su seicentocinquanta.

Una vita d’inferno? Mettiamo le scritte sul cuscino? E’ poca roba, in confronto all’annichilimento che dovremmo far nostro se volessimo considerare la spaventosa caterva di studi-spazzatura che i giornali regolarmente amplificano. Solo per le malattie al cuore, oltre al fumo, sono stati identificati circa trecento 300 fattori di rischio. Tra questi: essere uomo, essere vedovo, essere italiano, essere mormone, bere molto latte, bere poco latte, essere povero, essere ricco, russare, non mangiare carne di sgombro. 

Steven J. Milloy, direttore degli studi sulle politiche scientifiche del National Environmental Policy Institute, già testimone al Congresso degli Stati Uniti sulle valutazioni dei rischi ambientali, ha scritto pagine memorabili su come la valutazione dei rischi sia utilizzata per accelerare carriere nella sanità pubblica nonché per accedere ai fondi per la ricerca che i governi mettono a disposizione. Ha spiegato ironicamente, Milloy, come scoprire e pubblicizzare e provare un rischio sanitario e dunque come scegliere quello giusto, sottoporlo all’esame dei colleghi, su quali riviste scientifiche pubblicarlo così da elettrizzare le masse. Si parla di studi statistici il cui presupposto, per dirla male, non è la dimostrazione di un rischio concreto bensì l’impossibilità di dimostrarne l’inesistenza. Milloy, inoltre, a margine dei propri studi, ha notato più volte come la scelta dell’evidenziare strategicamente un rischio rispetto a un altro – indipendentemente dalla valenza – tenda a privilegiare dei pericoli che mettano una minoranza contro una maggioranza: questo a svantaggio di studi che presuppongano la rinuncia, pressoché per tutti, a qualcosa di caro come automobili e telefoni cellulari. Avversario perfetto sono invece genericamente lo Stato, il Comune, le fabbriche, i proprietari di qualcosa, una determinata categoria di consumatori.

Per comprendere quanto siano farlocche certe ricerche statistiche occorre imparare una cosa sola: che non esiste studio realmente serio che consideri rilevante un rischio che risulti inferiore al doppio del normale, ossia del 200 per cento (in gergo: 2.0) se non addirittura del 300 per cento (3.0).  Ogni percentuale di rischio inferiore al doppio è considerata debole e insufficiente. Ebbene, il rischio che associa fumo passivo e tumore ai polmoni è mediamente indicato in 1.19 (19 per cento: come detto la soglia minima sarebbe 2.00) e in teoria non dovrebbe essere neppure preso in considerazione. In compenso è al centro di una campagna mondiale. Non lo sono, invece, e giustamente, altri rischi di cui forniamo pochi esempi: 1) Uso di reggiseno tutto il giorno e cancro della mammella: indice 12.500 (+12.500 per cento); 2) Calvizie in uomini sotto i 55 anni e infarti: indice 1,4 (+40 per cento); 3) Uso regolare di collutorio e cancro della bocca: indice 1,5 (+50 per cento); 6) Assunzione di latte intero e cancro polmonare: indice 2,14 (+ 114 per cento); 7) Assunzione di 12 hot dog al mese e leucemia: indice 9,5 (+850 per cento).

La stampa tende ad accorgersi molto di rado di quanto certe ricerche siano ridicole. Fece eccezione nel 1997 il Times: se un non fumatore aveva circa una possibilità su diecimila di contrarre un tumore ai polmoni per fumo passivo – rilevò - le possibilità che il medesimo contraesse lo stesso tumore dall’assunzione di latte o pasta di riso – alimenti molto diffusi nei Paesi anglosassoni – erano quattro su diecimila: molte di più. Nello stesso periodo ebbe a scrivere l’Economist: “Le possibilità di contrarre un tumore a causa delle sigarette sono sovrastimate di almeno quattro volte”.  Almeno. Circa i rischi legati al famigerato fumo passivo, poi, si può definirlo senza complessi una cazzata. Non bisogna aver paura delle parole: una cazzata. 

La Monna Lisa degli studi statistici è quello dell’Enveronmental Protection agency: sancì che il fumo passivo ogni anno causava tremila morti negli Stati Uniti; è il punto di riferimento della junk science - per quanto già ridicolizzato e sbugiardato dagli studiosi di tutto il mondo - ma è anche l’unico ad esser stato abbracciato come un vangelo. L’Enveronmental protection agency (Epa) è l’ente americano che dovrebbe sovrintendere alla protezione dell’ambiente, e nel 1992, appunto, pubblicò un sunto di undici altre ricerche che furono successivamente utilizzate per classificare il fumo passivo nel cosiddetto Gruppo A degli agenti cancerogeni riconosciuti. La ricerca evidenziò un fattore di rischio del 1,19: come detto, tale da non dimostrare nulla. Ma questo è niente. Dopo infinite e sottaciute polemiche, il 17 aprile 1998, la Corte federale americana definì quello studio come “fraudolento  e manipolatorio”, tanto che il fumo passivo fu cancellato dalla lista dei cancerogeni: e va detto che il giudice estensore in passato si era distinto per decisioni piuttosto dure contro le multinazionali del fumo. In particolare, la Corte ordinato la cancellazione totale dei seguenti passaggi: 1) “La vasta esposizione al fumo passivo ha un serio e sostanziale impatto sulla sanità pubblica”; 2) "Il fumo passivo è un cancerogeno responsabile per circa 3.000 morti l'anno da cancro polmonare nei non fumatori americani".

Non sarà un caso che negli Stati Uniti non esista un solo certificato di morte attribuibile a un decesso da fumo passivo, anche se va detto che quella dell’Epa non è certo l’unica ricerca del mondo, e neppure la più imponente. La più colossale l’ha condotta l'Organizzazione Mondiale della Sanità ed eccone in sintesi le conclusioni: 1) L'esposizione al fumo passivo durante l'infanzia non è associabile al tumore ai polmoni; 2) Il fattore di rischio incrementato per esposizione sul lavoro è di 1.17 [statisticamente insignificante]; 3) L'esposizione al fumo passivo da altre fonti non è associabile al tumore ai polmoni.

Qualora si obiettasse che altri studi dimostrano il contrario, s’invita anzitutto a verificarne l’affidabilità e soprattutto a sbirciare il citato valore di rischio. Sulla maggioranza degli studi non vale neppure la pena di soffermarsi. Nel tardo agosto 2004 sul Corriere della Sera si è giunti a leggere che tre sigarette equivalgono a mezz’ora del gas di scarico di un diesel, o in alternativa che tre sigarette inquinano come dieci diesel, o, ancora, che il fumatore inquina mediamente come dieci diesel. C’è solo da ridere.

Per dirla con Charles Hennekens, docente della Harvard School of Public Health: “E’una scienza rozza e inesatta. L’ottanta per cento dei casi sono solo ipotesi. Tendiamo a esagerare i risultati sia perché vogliamo attenzione sia perché vogliamo denaro pubblico”.

Nel settembre 2001 un immigrato iraniano di 37 anni, sorpreso a fumare nel bagnetto di un aereo di linea americano, si è visto comminare due anni e nove mesi di prigione più 6.000 dollari di multa. Probabilmente c’entrava una legittima sindrome da terrorismo, diversamente dal fumo passivo che ancora una volta non c’entra niente. Fumare sugli aerei è vietato da dieci anni - per quanto venga ossessivamente ricordato a ogni decollo - ed è assodato che ciò fa risparmiare alle compagnie circa mille dollari per ogni tratta transoceanica. Questa, in primis, la ragione del divieto. Su un aereo dove si fuma, infatti, occorre cambiare il 90 per cento dell’aria e ricircolarne il 10 per cento, invertendo le proporzioni se non si fuma. In quest’ultimo caso c’è dunque un notevole risparmio di energia e quindi di carburante perché le pompe funzionano a ritmo ridotto. La minor circolazione, in compenso, ha favorito una maggior  presenza di virus e batteri: l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato un netto aumento di alcune malattie tra chi vola. Altre rilevazioni hanno registrato che ogni aeroplano commerciale emette l’equivalente di sette milioni di sigarette a ogni decollo, parte delle quali trovano il modo di entrare in cabina: il 16 dicembre 2001 la National Academy of Sciences ha analizzato la qualità dell’aria negli aerei e vi ha trovato ossidi di carbonio, fluidi idraulici, liquido antigelo, ozono e vapori dei motori. Nessuna traccia di nicotina, in compenso. 

E nessuna traccia della velleità di negare che il fumo possa anche fare davvero male: quantomeno ai fumatori. Quanto? Non granché, tutto sommato: restare sotto la soglia delle dieci sigarette è praticamente come non fumare. Ma calcolando le probabilità che il tabacco divenga un vizio e non solo un piacere, forse non varrebbe la pena neppure di iniziare a fumare: quindi niente di male nello scoraggiare i giovani dal farlo e niente di male nel vietare la pubblicità del tabacco: è stato dimostrato che il 30 per cento dei ragazzi ha iniziato a fumare perché attirato da messaggi pubblicitari. Le compagnie del tabacco in tal senso denotano un atteggiamento ipocrita a dir poco: da una parte promuovono altri prodotti col marchio bellamente in evidenza (vestiti, safari, quanto sia riconducibile a una vita avventurosa) e dall’altra ufficialmente “non vogliono che i minori fumino” e giungono a mettere per iscritto: “La prevenzione del fumo tra i giovani fa parte dei nostri interessi commerciali… sosteniamo circa 100 programmi antifumo in quasi 90 paesi”. Da una parte, cioè, mettono scritte e cartoncini che possano tutelarli da ulteriori cause stramiliardarie, da un’altra sanno che il futuro del loro mercato tanto è in Asia e in particolare in Cina. Nel 1994, negli Stati Uniti, vennero alla luce dei documenti che dimostravano come il potere della nicotina di dare dipendenza fosse noto sin dagli anni Sessanta, cosa che le multinazionali avevano sempre negato. Invece non solo gli era noto, ma nel segreto del loro laboratori trovarono il modo di sfruttare e ampliare le dipendenze aggiungendo dei composti. Sicché la sigaretta è una droga a tutti gli effetti: anche per questo la Robert Wood Johnson Foundation, organizzazione non-profit americana controllata dalla Johnson & Johnson - produttrice di vari prodotti di cessazione dal fumo - ha investito 34.997.194 dollari nel cartello antifumo solo nel 1996. Questo denaro sovvenziona in particolare la Società Americana contro il Cancro; quest’ultima, a sua volta, spende meno del 4 per cento delle sue entrate nella ricerca, mentre impiega moltissimo denaro in campagne antifumo gestite da gruppi privati e registrate sotto la voce "prevenzione". Lo stipendio del presidente dell’American Cancer Society è di 400.000 dollari l’anno: pare che sia un ex fumatore esattamente come Sirchia.  Gli è che le campagne sono quello che sono e i risultati pure.  Ditegli di smettere.


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