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5 Dicembre
- Nel Seicento
per i fumatori russi c’erano frustate sulla schiena, a quelli
indiani si tagliavano le labbra, a quelli cinesi la testa, agli
iraniani – sempre all’avanguardia – si tagliavano naso e orecchie o
gli si versava piombo fuso in gola. Nel 1642 il Papa scomunicò tutti
i fumatori. La sigaretta fu inventata e fabbricata in serie solo
verso la fine dell’Ottocento, ma immediatamente quindici stati
americani misero il tabacco fuorilegge. Di che ci lamentiamo?
Nel maggio
2001 la California ha varato un programma antifumo che prevedeva
annunci radiofonici su tutte le stazioni di Stato, trasmessi ogni
mezz’ora: s’invitava la gente a rimproverare qualsiasi fumatore si
avesse incontrato. Due mesi dopo, a Ottawa, in Canada, il fumo
veniva proibito ufficialmente ovunque fuorchè in strada e in casa
propria, inaugurando un trend non solo occidentale: in Nigeria nel
marzo 2002 hanno varato una legge che prevede cinque anni di carcere
duro per chiunque fumi in pubblico. Cinque. Tre mesi dopo il partito
democratico giapponese proponeva un mese di carcere per chiunque
fumasse in strada. La fobia prendeva forma.
Poi uno
sceriffo americano impose come regola per gli aspiranti poliziotti
non solo che non fumassero, e non solo che avessero smesso: che
avessero smesso da almeno un anno. Ti fanno l’esame del sangue. La
cosiddetta tolleranza zero per i fumatori è dell’agosto 2002: il
sindaco di New York vietò completamente il fumo in tredicimila
ristoranti della città e inaugurò delle squadre che potevano
irrompere senza mandato in qualsiasi locale sinchè non avessero
trovi il corpo del reato: per esempio un portacenere, anche se
pulito e imboscato in qualche cassetto. La cosa ovviamente suscitò
reazioni e una successiva inchiesta della Nightlife Association
dimostrò che il proibizionismo stava causato danni per miliardi di
dollari alla vita notturna, tanto che si dovette promuovere delle
esenzioni per i locali che potevano dimostrare d'aver perso più del
15 per cento dei profitti. E questo è un punto importante. Anche in
Italia si pensa che si stia discutendo in
prevalenza di salute, di educazione civica, del ruolo della politica
sanitaria, di sociologia dei comportamenti, di queste cose: errore.
Si sta discutendo di soldi. A tenere banco sono i soldi che tanti
commercianti rischiano di perdere: ipotesi assai fondata. Perché non
è vero, per esempio, che il divieto totale di fumo nei pub irlandesi
– Corriere della Sera del 20 dicembre – non abbia cambiato nulla e
che non si lamenti nessuno: come raccontava il quotidiano Scottsman
del 14 novembre scorso, presenze e consumi sono calati del 30 per
cento; allo stesso modo sono calati mediamente del 20 per cento in
Canada e Stati Uniti e altri paesi occidentali. Come ben sanno tanti
esercenti, piaccia o meno, i fumatori sono quelli che spendono di
più.
Ma fa niente.
E’ da tre anni che il governo norvegese sta valutando di estendere
il divieto a tutto il territorio nazionale. La fobia ha preso forma.
Nel settembre 2002, in una scuola dell’Ontario, un’insegnante
costrinse un tredicenne a mangiare la sigaretta che stava fumando.
In Florida un altro tredicenne veniva ucciso a bastonate da un
compagno convinto che avesse regalato sigarette al fratellino. In
Luisiana una fumatrice incinta – perciò ritenuta due volte assassina
– fu dapprima insultata e poi le spararono al termine di un litigio.
In alcuni condomini di Manhattan è già proibito fumare dentro casa
propria, altrimenti scatta l’obbligo di vendere l’appartamento.
Anche in Svizzera l’inquilino può chiedere la riduzione dell’affitto
se nei dintorni ci sono dei fumatori. A Victoria, in Australia,
mandare i fumatori in strada non è bastato: le autorità sanitarie
hanno valutato se confinarli in appositi locali denominati safe
ingesting rooms.
Un vago
sospetto che la fobia stesse tramutandosi in crudeltà si affacciò
nel gennaio 2003, quando in California fu votata una norma per
vietare il tabacco dalle carceri: è diventata operativa da due mesi
nonostante il sigaro fumato dal governatore. Sappiamo che il
Buthan, stato molto religioso vicino all’Himalaya,
è il primo paese al mondo dove fumare dal 17 dicembre scorso è
completamente vietato a chiunque e ovunque. La rivista medica Lancet
nel dicembre 2003 aveva già proposto di estendere il divieto a tutto
il mondo. Due noti giornalisti inglesi, Judith Hatton e Lord Harris
of High Cross, hanno raccontato che negli Usa è stata
rifiutata la tradizionale ultima sigaretta a un condannato a morte:
ritenendo, forse, che potesse accorciargli la vita. Tutto a questo a
fronte di un’escalation mondiale della legislazione anti-fumo
semplicemente impressionante.
In Italia
abbiamo il ministro Girolamo Sirchia, ex fumatore. Appena insediato,
propose la chiusura dei distributori automatici di sigarette e disse
che erano una tentazione per i minori: ma dovette fronteggiare la
rivolta dei tantissimi tabaccai che in ossequio a un’altra e recente
legge – i distributori le macchinette erano appena tornati legali -
avevano investito denaro in un’attività lecita. Ora le macchinette
funzionano solo dopo una certa ora della sera. Un’altra trovata di
Sirchia, poi abbandonata perché oggettivamente ridicola, fu la
proposta di mettere delle scritte dissuasive sotto le vecchie scene
dei film in cui sono inquadrati fumatori: compreso James Bond con le
sue Morland Special e Marcello Mastroianni con le sue Nazionali
esportazione.
E adesso la
legge che sappiamo: divieto di fumare nei locali aperti al pubblico
con la possibilità di creare delle salette per fumatori di
dimensione inferiore. La legge prevede anche l’istituzione dello
"sceriffo" antifumo. In precedenza era stato sancito il divieto
totale di fumo sui treni nazionali (sui regionali era già vietato) e
l’eliminazione di zone fumatori negli aeroporti.
Dov’è il
problema? Ovunque. La maggioranza dei ristoranti e dei locali
chiuderà la porta ai fumatori: solo una minoranza degli esercizi ha
spazi fisicamente separabili al suo interno. Il proprietario di un
esercizio, fosse pure fumatore, dovrebbe ritrovarsi quindi costretto
a una scelta forzata che non corrisponde alle proporzioni del
mercato, giacchè i fumatori sono molti ma pur sempre una minoranza.
Inutile rilevare che studi autorevoli – autorevoli davvero, non
certe scemenze terrorizzanti – hanno calcolato che una persona che
vada al ristorante tutti i giorni, e segga per un’ora e mezzo nella
sezione fumatori, si espone a una quantità di fumo che corrisponde
allo 0,146 di una sigaretta nell’arco dell’intero anno.
E’ plausibile
che non si fumi nei cinema per motivi di sicurezza. Lo è che non si
fumi in uffici e amministrazioni e scuole e soprattutto ospedali:
essendo spazi pubblici, vince la maggioranza e il buon senso. Ma i
medici che fumano negli ospedali andrebbero anzitutto multati e nel
caso, in privato, presi a calci: non radiati dall’albo e licenziati
come proposto dal direttore dell’Istituto Negri Silvio Garattini.
C’è stata la
faccenda delle note scritte terrorizzanti: ma il ricco assortimento
di ventilate sciagure (impotenza, cancro, infarto, bambini deformi)
è solo la versione italiana; in Canada scrivono “Non avvelenarci” e
“Il fumo provoca malattie alla bocca”; in Francia, nel luglio 2002,
la rete televisiva ha mandato in onda uno spot con un uomo in agonia
per tumore ai polmoni (non un attore: un uomo davvero in agonia)
filmato dalla moglie prima che morisse. Ebbene, il dato interessante
è che tutto questo si è rivelato controproducente:
uno studio della Comunità europea ha evidenziato che intanto i
fumatori sono aumentati; in Italia i fumatori restano ufficialmente
14 milioni (dati Istat) mentre il 72 per cento degli europei appare
consapevole dei danni provocati dal fumo, ma sceglie ugualmente di
fumare. Questa è la classifica dei Paesi in cui si fuma di più: 1)
Regno Unito con il 45 per cento della popolazione; 2) Francia con il
44; 3) Danimarca con il 43; Grecia col 42; Italia col 35 per cento.
La sostanza
resta che in Italia e in Europa, esattamente come negli Usa,
aumentano i giovani fumatori. I tassi più alti si registrano nella
fascia d'età 15-24 anni. Dal 2001, in Europa, le donne fumatrici
hanno superato gli uomini. Non soddisfatta, la Commissione europea
ha fatto sapere che al posto delle scritte antifumo forse sarebbero
più efficaci le cosiddette immagini-choc: tipo tumori e polmoni
incatramati.
La sostanza,
poi, è che le sigarette erano un pretesto per socializzare e ora lo
sono diventate per litigare.
Il mondo anglosassone – dove le sigarette costano anche 17 euro a
pacchetto contro i 2 della Spagna - rimane il miglior specchio di un
possibile futuro. In Inghilterra non mancano medici che rifiutano di
curare pazienti fumatori: ad alcuni di essi sono stati rifiutati
degli interventi chirurgici e almeno uno è morto per questo. Sul
Daily Telegraph si è letta l’intervista a un tizio che si era rotto
il pollice: “Sono andato in ospedale e la prima cosa che mi è stata
chiesta è se ero un fumatore”. Non mancano testimonianze secondo le
quali il rifiuto di un’operazione a un fumatore è stato usato come
ricatto per farlo smettere.
Fumatori che
tuttavia – è il precetto fondante – muoiono come mosche. Quanti?
Dovrebbero mettersi d’accordo. In Italia, sino al 1999, si diceva
genericamente che ogni anno ne morissero 70mila. La maggioranza dei
giornali, dal 2000 in poi, ha continuato a dire che fossero 90mila.
Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, nel tardo 2002, erano
81mila mentre 90mila – spiegavano – era stato il numero di morti
sino al 1990: di lì in poi c’era stato un calo di quasi dieci punti
percentuali. Bene. Poi il ministro della Sanità Girolamo Sirchia, il
primo giugno 2003, durante la presentazione del Rapporto annuale sul
fumo all'Istituto Superiore di Sanità, disse che in Italia i morti
erano 53 mila. Benissimo. Ventisei giorni dopo, Sul Corriere della
Sera, Sirchia però tornò a dire che in Italia il tabagismo fa 90mila
morti l’anno.
E nel mondo?
L'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2002, disse
ufficialmente che i morti da tabagismo erano quattro milioni e
novecentomila l’anno, e che peraltro stavano aumentando. L’anno dopo
però la stessa Organizzazione disse che i morti erano diventati
quattro milioni e che ad aumentare erano stati i fumatori. Alcune
fonti riportano che l’Oms per il 2004 ha parlato di tre milioni. Non
fosse chiaro, qui ballano cifre con scarti di 40mila morti (in
Italia) e di un paio di milioni nel mondo. Andrebbe inoltre
spiegato, prendendo per buoni i dati dell’Istituto superiore della
sanità, per qual ragione il numero dei morti in Italia sarebbe
diminuito ma il numero dei fumatori, frattanto, no.
Stesso
discorso per gli Stati Uniti: la maggioranza dei dati converge su
390mila morti nel 1995, 400mila nel 1998, 420mila del 2000 e 440mila
del 2002. Non è chiaro, anche qui, per quale ragione i morti
sarebbero aumentati mentre il numero dei fumatori era ufficialmente
in drastico calo. Volessimo incaponirci, dovremmo anche comprendere
– sono tutte statistiche note - perché gli indiani americani fumano
più dei bianchi ma hanno a metà dei tumori, perché le donne cinesi
hanno la più alta incidenza mondiale di tumori benché fumi solo il 2
per cento di esse, perché i giapponesi sono i secondi maggiori
fumatori del mondo ma hanno la minor percentuale di tumori del mondo
e l’aspettativa di vita più lunga: aggiungendo che gli asiatici che
vivono negli Stati Uniti, tutti forti fumatori con punte che
giungono al 90 per cento, hanno un’aspettativa di vita di sette anni
maggiore di quella degli americani bianchi.
Ma non
vogliamo dimostrare niente, nel dire questo. Il punto è se altri,
viceversa, coi loro studi allarmistici, siano effettivamente in
grado di dimostrare qualcosa.
Anzitutto
dovrebbero spiegarci perché non aboliscano il tabacco in tutto il
mondo: punto e basta. La tentazione tirare in ballo i soliti
interessi economici è stucchevole, ma ha un fondamento: oltre agli
interessi delle multinazionali del tabacco andrebbe ricordato che il
Monopolio dei tabacchi italiani si è avviato al tramonto ma al
contrario della sua produzione: la Comunità europea investe milioni
di euro in campagne anti-tabacco ma così pure elargisce all’Italia
(in particolare a Veneto e Umbria e Campania) altissimi
sovvenzionamenti per una coltivazione che è classificata come
attività di particolare interesse. Il nostro Paese ne è il primo
produttore europeo.
Ma le ragioni
economiche, come detto, non reggono anche perché sono economiche le
ragioni per cui il tabacco viene combattuto: è il discorso, già
fatto, della lotta a tutti gli stili di vita rimovibili che possono
gravare sulla spesa sanitaria. Va detto, considerati gli attuali
concetti di salubrità, che se le sigarette fossero inventate
domattina non sarebbero assolutamente messe in circolazione perché
non otterrebbero i vari placet: questo al pari della stragrande
maggioranza delle bevande alcoliche e probabilmente di alcuni cibi.
Piuttosto che
alla proibizione, è più probabile che per il tabacco si giunga a un
vero e proprio vaccino. Le sperimentazioni sono piuttosto avanzate:
una volta iniettato, il vaccino dovrebbe stimolare la produzione di
particolari anticorpi. Ciò che appare spaventoso non è tanto che il
principio sia stato associato anche a possibili vaccini contro
alcune cosiddette droghe alimentari: il caffè o il cioccolato o i
formaggi; inquietante è che autorevoli riviste scientifiche
ipotizzano di iniettare questi vaccini sin dalla nascita.
Vediamo di
capire perché tutto questo è assurdo. Questo ha scritto il redattore
responsabile della pagina della medicina del Daily Telegraph: “La
percentuale dei tumori non diminuisce di quanto dovrebbe, le persone
continuano a fumare e i giovani fumatori rimpiazzano quelli che
muoiono”. Quattro giorni dopo scriveva il suo corrispettivo del
Times: “Negli ultimi 30 anni l’incidenza di cancro ai polmoni è
diminuita annualmente del 2-3 per cento, più di quanto ci si potesse
aspettare dalla diminuzione del numero di persone che fumano”. E noi
che dovremmo capire? Niente, se non che è il caso di riavvicinarsi
al senso delle proporzioni. Col giochetto delle comparazioni
potremmo ricordare che una giornata nel centro di una metropoli
corrisponde all’aspirazione di tredici sigarette, oppure mettere a
paragone l’incidenza dell’abbronzatura sui melanomi rispetto a
qualsivoglia rischio da tabacco, o meglio: potremmo citare uno dei
più famosi e controversi studi sul fumo e ricordare che le
possibilità di un non-fumatore di contrarre un tumore polmonare dal
consorte, dopo un'intera vita di esposizione in sua compagnia, sono
una su 16.393. In confronto, secondo un altro studio sui rischi
della vita moderna, vediamo che le probabilità di farsi male sotto
la doccia sono una su millecinquecento, e le probabilità di essere
seriamente danneggiati da cuscini e materassi sono una su
seicentocinquanta.
Una vita
d’inferno? Mettiamo le scritte sul cuscino? E’ poca roba, in
confronto all’annichilimento che dovremmo far nostro se volessimo
considerare la spaventosa caterva di studi-spazzatura che i giornali
regolarmente amplificano. Solo per le malattie al cuore, oltre al
fumo, sono stati identificati circa trecento 300 fattori di rischio.
Tra questi: essere uomo, essere vedovo, essere italiano, essere
mormone, bere molto latte, bere poco latte, essere povero, essere
ricco, russare, non mangiare carne di sgombro.
Steven J.
Milloy, direttore degli studi sulle politiche scientifiche del
National Environmental Policy Institute, già testimone al Congresso
degli Stati Uniti sulle valutazioni dei rischi ambientali, ha
scritto pagine memorabili su come la valutazione dei rischi sia
utilizzata per accelerare carriere nella sanità pubblica nonché per
accedere ai fondi per la ricerca che i governi mettono a
disposizione. Ha spiegato ironicamente, Milloy, come scoprire e
pubblicizzare e provare un rischio sanitario e dunque come scegliere
quello giusto, sottoporlo all’esame dei colleghi, su quali riviste
scientifiche pubblicarlo così da elettrizzare le masse. Si parla di
studi statistici il cui presupposto, per dirla male, non è la
dimostrazione di un rischio concreto bensì l’impossibilità di
dimostrarne l’inesistenza. Milloy, inoltre, a margine dei propri
studi, ha notato più volte come la scelta dell’evidenziare
strategicamente un rischio rispetto a un altro – indipendentemente
dalla valenza – tenda a privilegiare dei pericoli che mettano una
minoranza contro una maggioranza: questo a svantaggio di studi che
presuppongano la rinuncia, pressoché per tutti, a qualcosa di caro
come automobili e telefoni cellulari. Avversario perfetto sono
invece genericamente lo Stato, il Comune, le fabbriche, i
proprietari di qualcosa, una determinata categoria di consumatori.
Per
comprendere quanto siano farlocche certe ricerche statistiche
occorre imparare una cosa sola: che non esiste studio realmente
serio che consideri rilevante un rischio che risulti inferiore al
doppio del normale, ossia del 200 per cento (in gergo: 2.0) se non
addirittura del 300 per cento (3.0). Ogni percentuale di rischio
inferiore al doppio è considerata debole e insufficiente. Ebbene, il
rischio che associa fumo passivo e tumore ai polmoni è mediamente
indicato in 1.19 (19 per cento: come detto la soglia minima sarebbe
2.00) e in teoria non dovrebbe essere neppure preso in
considerazione. In compenso è al centro di una campagna mondiale.
Non lo sono, invece, e giustamente, altri rischi di cui forniamo
pochi esempi: 1) Uso di reggiseno tutto il giorno e cancro della
mammella: indice 12.500 (+12.500 per cento); 2) Calvizie in uomini
sotto i 55 anni e infarti: indice 1,4 (+40 per cento); 3) Uso
regolare di collutorio e cancro della bocca: indice 1,5 (+50 per
cento); 6) Assunzione di latte intero e cancro polmonare: indice
2,14 (+ 114 per cento); 7) Assunzione di 12 hot dog al mese e
leucemia: indice 9,5 (+850 per cento).
La stampa
tende ad accorgersi molto di rado di quanto certe ricerche siano
ridicole. Fece eccezione nel 1997 il Times: se un non fumatore aveva
circa una possibilità su diecimila di contrarre un tumore ai polmoni
per fumo passivo – rilevò - le possibilità che il medesimo
contraesse lo stesso tumore dall’assunzione di latte o pasta di riso
– alimenti molto diffusi nei Paesi anglosassoni – erano quattro su
diecimila: molte di più. Nello stesso periodo ebbe a scrivere l’Economist:
“Le possibilità di contrarre un tumore a causa delle sigarette sono
sovrastimate di almeno quattro volte”. Almeno. Circa i rischi
legati al famigerato fumo passivo, poi, si può definirlo senza
complessi una cazzata. Non bisogna aver paura delle parole: una
cazzata.
La Monna Lisa
degli studi statistici è quello dell’Enveronmental Protection agency:
sancì che il fumo passivo ogni anno causava tremila morti negli
Stati Uniti; è il punto di riferimento della junk science - per
quanto già ridicolizzato e sbugiardato dagli studiosi di tutto il
mondo - ma è anche l’unico ad esser stato abbracciato come un
vangelo. L’Enveronmental protection agency (Epa) è l’ente americano
che dovrebbe sovrintendere alla protezione dell’ambiente, e nel
1992, appunto, pubblicò un sunto di undici altre ricerche che furono
successivamente utilizzate per classificare il fumo passivo nel
cosiddetto Gruppo A degli agenti cancerogeni riconosciuti. La
ricerca evidenziò un fattore di rischio del 1,19: come detto, tale
da non dimostrare nulla. Ma questo è niente. Dopo infinite e
sottaciute polemiche, il 17 aprile 1998, la Corte federale americana
definì quello studio come “fraudolento e manipolatorio”, tanto che
il fumo passivo fu cancellato dalla lista dei cancerogeni: e va
detto che il giudice estensore in passato si era distinto per
decisioni piuttosto dure contro le multinazionali del fumo. In
particolare, la Corte ordinato la cancellazione totale dei seguenti
passaggi: 1) “La vasta esposizione al fumo passivo ha un serio e
sostanziale impatto sulla sanità pubblica”; 2) "Il fumo passivo è un
cancerogeno responsabile per circa 3.000 morti l'anno da cancro
polmonare nei non fumatori americani".
Non sarà un
caso che negli Stati Uniti non esista un solo certificato di morte
attribuibile a un decesso da fumo passivo, anche se va detto che
quella dell’Epa non è certo l’unica ricerca del mondo, e neppure la
più imponente. La più colossale l’ha condotta l'Organizzazione
Mondiale della Sanità ed eccone in sintesi le conclusioni: 1)
L'esposizione al fumo passivo durante l'infanzia non è associabile
al tumore ai polmoni; 2) Il fattore di rischio incrementato per
esposizione sul lavoro è di 1.17 [statisticamente insignificante];
3) L'esposizione al fumo passivo da altre fonti non è associabile al
tumore ai polmoni.
Qualora si
obiettasse che altri studi dimostrano il contrario, s’invita
anzitutto a verificarne l’affidabilità e soprattutto a sbirciare il
citato valore di rischio. Sulla maggioranza degli studi non vale
neppure la pena di soffermarsi. Nel tardo agosto 2004 sul Corriere
della Sera si è giunti a leggere che tre sigarette equivalgono a
mezz’ora del gas di scarico di un diesel, o in alternativa che tre
sigarette inquinano come dieci diesel, o, ancora, che il fumatore
inquina mediamente come dieci diesel. C’è solo da ridere.
Per dirla con
Charles Hennekens, docente della Harvard School of Public Health:
“E’una scienza rozza e inesatta. L’ottanta per cento dei casi sono
solo ipotesi. Tendiamo a esagerare i risultati sia perché vogliamo
attenzione sia perché vogliamo denaro pubblico”.
Nel settembre
2001 un immigrato iraniano di 37 anni, sorpreso a fumare nel
bagnetto di un aereo di linea americano, si è visto comminare due
anni e nove mesi di prigione più 6.000 dollari di multa.
Probabilmente c’entrava una legittima sindrome da terrorismo,
diversamente dal fumo passivo che ancora una volta non c’entra
niente. Fumare sugli aerei è vietato da dieci anni - per quanto
venga ossessivamente ricordato a ogni decollo - ed è assodato che
ciò fa risparmiare alle compagnie circa
mille dollari per ogni tratta transoceanica. Questa, in primis, la
ragione del divieto. Su un aereo dove si fuma, infatti, occorre
cambiare il 90 per cento dell’aria e ricircolarne il 10 per cento,
invertendo le proporzioni se non si fuma. In quest’ultimo caso c’è
dunque un notevole risparmio di energia e quindi di carburante
perché le pompe funzionano a ritmo ridotto. La minor circolazione,
in compenso, ha favorito una maggior presenza di virus e batteri:
l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato un netto
aumento di alcune malattie tra chi vola. Altre rilevazioni hanno
registrato che ogni aeroplano commerciale emette
l’equivalente di sette milioni di sigarette a ogni decollo, parte
delle quali trovano il modo di entrare in cabina: il 16 dicembre
2001 la National Academy of Sciences ha analizzato la qualità
dell’aria negli aerei e vi ha trovato ossidi di carbonio, fluidi
idraulici, liquido antigelo, ozono e vapori dei motori. Nessuna
traccia di nicotina, in compenso.
E nessuna
traccia della velleità di negare che il fumo possa anche fare
davvero male: quantomeno ai fumatori. Quanto? Non granché, tutto
sommato: restare sotto la soglia delle dieci sigarette è
praticamente come non fumare. Ma calcolando le probabilità che il
tabacco divenga un vizio e non solo un piacere, forse non varrebbe
la pena neppure di iniziare a fumare: quindi niente di male nello
scoraggiare i giovani dal farlo e niente di male nel vietare la
pubblicità del tabacco: è stato dimostrato che il 30 per cento dei
ragazzi ha iniziato a fumare perché attirato da messaggi
pubblicitari. Le compagnie del tabacco in tal senso denotano un
atteggiamento ipocrita a dir poco: da una parte promuovono altri
prodotti col marchio bellamente in evidenza (vestiti, safari, quanto
sia riconducibile a una vita avventurosa) e dall’altra ufficialmente
“non vogliono che i minori fumino” e giungono a mettere per
iscritto: “La prevenzione del fumo tra i giovani fa parte dei nostri
interessi commerciali… sosteniamo circa 100 programmi antifumo in
quasi 90 paesi”. Da una parte, cioè, mettono scritte e cartoncini
che possano tutelarli da ulteriori cause stramiliardarie, da
un’altra sanno che il futuro del loro mercato tanto è in Asia e in
particolare in Cina. Nel 1994, negli Stati Uniti, vennero alla luce
dei documenti che dimostravano come il potere della nicotina di dare
dipendenza fosse noto sin dagli anni Sessanta, cosa che le
multinazionali avevano sempre negato. Invece non solo gli era noto,
ma nel segreto del loro laboratori trovarono il modo di sfruttare e
ampliare le dipendenze aggiungendo dei composti. Sicché la sigaretta
è una droga a tutti gli effetti: anche per questo la Robert Wood
Johnson Foundation, organizzazione non-profit americana controllata
dalla Johnson & Johnson - produttrice di vari prodotti di cessazione
dal fumo - ha investito 34.997.194 dollari nel cartello antifumo
solo nel 1996. Questo denaro sovvenziona in particolare la Società
Americana contro il Cancro; quest’ultima, a sua volta, spende meno
del 4 per cento delle sue entrate nella ricerca, mentre impiega
moltissimo denaro in campagne antifumo gestite da gruppi privati e
registrate sotto la voce "prevenzione". Lo stipendio del presidente
dell’American Cancer Society è di 400.000 dollari l’anno: pare che
sia un ex fumatore esattamente come Sirchia. Gli è che le campagne
sono quello che sono e i risultati pure. Ditegli di smettere.
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