|
Gennaio 2007
- Giovanni ha 54 anni, ed è un
ferroviere di Bologna, vicino alla pensione. Alcuni giorni fa il
medico scrisse su di lui il seguente diagnostico: “Possibile cancro
al polmone. Il soggetto è fumatore”. Nella sua scheda clinica dice
anche che è ferroviere, ma non dice che ha lavorato per quasi vent’anni
nei binari, curando la massicciata sulla quale poggiano, sostituendo
bulloni, controllando cambi. Non dice neanche che sulla massicciata
sulla quale lavorava si è trovato un elevatissimo contenuto di
amianto lungo decine di chilometri di binari, probabilmente come
conseguenza del trasporto di pannelli di coibentazione di vecchie
carrozze ferroviarie smantellate, immagazzinati in alcuni capannoni
non lontani da una piccola stazione emiliana. Non dice neanche che
il materiale, altamente cancerogeno, era trasportato su vagoni
aperti e senza nessuna precauzione, senza neanche cementificarlo. Il
che è paradossale se si considera che le carrozze erano state
smantellate precisamente perché l’amianto, sebbene è un buon
isolante, si disintegra con il tempo in microscopici aghi che,
diffondendosi nell’atmosfera, finiscono per trafiggere i polmoni
delle persone, causando il cancro. Questa volta sul serio, e non
“statisticamente” come nel caso del tabacco.
Per
gli epidemiologi, che lavorano sulle schede cliniche, non c’è nessun
dubbio: il povero Giovanni è una vittima del vizio del tabacco. In
nessun modo può fare causa alla compagnia ferroviaria, che lo ha
inviato a lavorare in un posto altamente contaminato senza nessuna
protezione. Perché la colpa è sua, per il suo condannabile vizio. E
se Giovanni non fosse un fumatore i bravi ricercatori avrebbero
scoperto che lo faceva la sua moglie Mara, che in questo caso
sarebbe la colpevole, rea di produrre fumo passivo. Un cerchio
perfetto di macabra irrazionalità.
Della storia di Giovanni è possibile estrarre
diverse conclusioni. Ad esempio sulla serietà degli studi che
provano “statisticamente” che c’è un rapporto tra il cancro al
polmone e il fumo di tabacco. Questi studi sfruttano esclusivamente
le schede cliniche dei pazienti degli ospedali, che contengono poca
informazione, e quella poca ideologicamente orientata. Chiedono se
il paziente fuma, ma non chiedono la natura del suo lavoro, le
condizioni nelle quali abita, la storia della persona, che è unica e
singolare, perché gli umani non siamo formiche. Quanti Giovanni ci
sono nascoste in quelle statistiche? Non lo sapremo mai, e non
sapremo neanche quanti tra di loro sono stati volontari nel Kossovo,
contaminati dai proiettili all’uranio, quanti hanno lavorato in
miniera, quanti vivono in abitazioni insalubri.
Possiamo anche riflettere sui vantaggi
economici della campagna antitabacco. Centinaia di grattacieli
nordamericani contengono ancora tonnellate di pannelli isolanti
all’amianto, vecchi e sfilacciati, che diffondono i temibili aghi
microscopici attraverso le tubature di aerazione. Grazie al consueto
capro espiatorio non devono tirare giù i palazzi cancerogeni, magari
ammalando i lavoratori che lo fanno, com’è accaduto dopo del
disastro di Ground Zero in New York. |